PUNTIDIVISTA
La rivolta delle banlieues

La protesta per l’uccisione da parte di un agente di polizia del diciassettenne Nahel, a Nanterre nella periferia occidentale di Parigi, si è trasformata, come tutti sanno, in una vera e propria rivolta delle banlieues in tutta la Francia, da Parigi a Marsiglia, da Grenoble a Strasburgo, da Tolosa a Lione, da Lille a Reims, più di 200 comuni sono stati coinvolti e messi a ferro e fuoco, con 1000 edifici dati alle fiamme, 5000 veicoli bruciati, 250 stazioni di polizia attaccate. Per contrastare la rivolta è stato necessario impiegare circa  45000 agenti e sono stati  praticati 3200 arresti.

Come è potuto accadere tutto ciò?

Svolgendo una analisi di quanto è successo in Francia tra la fine di giugno e i primi di luglio, Aldo Cazzullo sul Corriere Della Sera ha messo in evidenza il fallimento della politica di integrazione perseguita  in tutti questi anni dai vari governi francesi .
Cazzullo parla di una frattura ormai evidente: “C’è una parte di Francia convinta che neri e arabi siano sottomessi e sfruttati dai bianchi. E c’è una parte di Francia – magari meno combattiva ma certo più ampia – che non scende in piazza ma è convinta che ci siano troppi neri e troppi arabi“.

I figli delle banlieues gridano di essere discriminati. Non si sentono francesi perché sostengono di non essere trattati come tali. … hanno l’impressione di essere considerati cittadini di serie B, per il loro aspetto, per il loro accento, anche solo per l’indirizzo e il dipartimento scritti sulla carta di identità.
Dall’altra parte –
dice Cazzullo – c’è una Francia che più o meno sommessamente dà loro ragione, nel senso che non li considera veri francesi, ma approfittatori di uno Stato sociale ancora generoso, da cui prendono senza dare. …
In mezzo c’è Emmanuel Macron. C’è il campione di una Francia liberale, centrista, europeista, moderna, che ha visto in lui l’uomo del futuro, ma forse ha trovato solo un modo per prendere tempo, per resistere all’avanzata del populismo antisistema, a quella rivolta contro l’establishment, le élite, lo Stato che è il vero segno del nostro tempo.

Per sei anni Macron è sembrato l’argine contro tutto questo. Contro il razzismo dei bianchi e il contro-razzismo dei figli degli immigrati. Contro la destra radicale di Marine Le Pen e la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon. 
Ma ora quell’argine rischia di crollare. …
Nel sistema politico francese il presidente della Repubblica era stato pensato come una sorta di padre della Nazione. Ne è diventato il bersaglio preferito.

Il pessimismo di Cazzullo è poca casa rispetto a quello dell’editorialista di La Stampa Domenico Quirico. Nelle sue parole non c’è solo la presa d’atto di un fallimento della politica, ma un vero e proprio atto di accusa nei confronti di una politica, quella relativa ai problemi dell’immigrazione, che riguarda la Francia ma anche l’intera Unione europea, che è sempre stata bugiarda.

Raccogliendo “lo sconcerto del sud globale” rispetto a quanto è successo in Francia, il giornalista di La Stampa si chiede: “Sarebbe questo il Paese della Grande Rivoluzione, che uccide ai posti di blocco e insegue a randellate i suoi veri proletari, che sono gli ex immigrati diventati cittadini ma ammucchiati nelle banlieues e nelle camere ammobiliate, ignorati e disdegnati come un tempo avveniva per i coloni di Oltremare?
… Se in politica esistere è agire, allora assistiamo al tramonto di una idea. Attenzione: non è soltanto un problema francese. Con essa declina anche la credibilità dell’Europa intera che di quella storia è filiazione e sviluppo e che appare sempre più concretamente una società avvolta come da una alga di meschine associazioni di interesse“.

Si svela, ancora una volta, una Francia di cittadinanze sconnesse e divise, dove la risposta del sussiegoso europeista Macron è militarizzare le città o tirar fuori dal cassetto una pericolosa bugia, l’esser questo subbuglio il frutto delle trame insurrezionali dei forsennati dell’islam estremista che congiurano nelle moschee di banlieue. Che non abbozza neppure un timido mea culpa.
Vediamo emergere il lato peggiore della politica francese, voler essere, con un macchiavellismo degli imbecilli, nobili e insieme furbi, restare gli eredi della Luce e insieme agire come i maliziosi figli delle tenebre.

Meno superficiale anche se non meno pessimistica ci sembra l’analisi di Carlo Panella su Linkiesta del 6 Luglio. Secondo Panella ciò che deflagra oggi in Francia è “una miscela esplosiva composta da più componenti”. Tra essi non bisogna sottovalutare il ruolo del “separatismo” di matrice islamica, un fenomeno denunciato da Emmanuel Macron nel suo discorso di Mureaux nell’ottobre del 2000.

Tra le cause che hanno portato al fallimento del processo di integrazione e soprattutto l’assimilazione degli immigrati musulmani e dei musulmani con cittadinanza francese, secondo Macron, vi è il “separatismo islamico” che mira a “costruire una contro società”. Tesi che trova conferma in una indagine Ifop del 2020, nella quale si evidenzia che “Il cinquantasette per cento dei giovani musulmani in Francia considera la Sharia più importante delle leggi della Repubblica”. Nell’Islam è emersa – sempre secondo Macron – “una corrente politica che pretende di sostituire le leggi della Repubblica con quelle della Sharia”.

Fa inoltre notare, il giornalista di Linkiesta, che già nel 2000 una tesi simile era stata sostenuta dal Cardinale Biffi: “Gli islamici – nella stragrande maggioranza, con qualche eccezione- vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra umanità individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale, di più prezioso, di più laicamente irrinunciabile: più o meno dichiaratamente essi vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente diversi, in attesa di farci diventare sostanzialmente come loro”.

Panella riassume pertanto la sua tesi affermando che i componenti della miscela esplosiva sono: “una emarginazione sociale dei giovani immigrati di seconda, terza generazione, un rifiuto di massa di sentirsi parte della comunità nazionale francese, la chiusura in contesti comunitari omogenei, con un proprio linguaggio e propri valori antagonisti al patto sociale e anche, per molti, il riferimento a una legge altra, la Sharia, che è quella dei padri, delle proprie radici, che deve regolare i rapporti sociali, familiari e con le donne in senso opposto a quello dei francesi, della Repubblica”. 

Infine, il giornalista di Linkiesta richiama l’attenzione sul fatto che sia nel 2005 che oggi il fattore scatenante della rivolta è costituito dal comportamento particolarmente violento della polizia: “il poliziotto, il gendarme incarna il volto dello Stato, più vicino, più presente. Ed è una polizia, quella francese, con un patrimonio storico di violenza e di durezza che non ha pari in Europa”.

Questo aspetto è anche messo in rilievo nelle considerazioni svolte dall’editorialista Charlemagne dell’Economist.
L’autorevole settimanale inglese pone in primo luogo l’accento sul fatto che mentre nelle due precedenti rivolte (quella contro l’aumento del prezzo della benzina e quella contro l’aumento dell’età pensionabile) “la rabbia era saldamente focalizzata sul presidente”,  la rabbia di oggi invece “non era rivolta contro Macron, né organizzata politicamente”.

Il giornale non condivide l’idea di ridurre le cause della violenza – come fa l’estrema sinistra – ad “una cupa realizzazione della vita alla periferia della società”, ad uno stato di “abbandono intenzionale” nel quale il governo tiene le banlieues, dove si concentrano “povertà e scuole a corto di personale”. Perché, scrive Charlemagne,“miliardi di denaro pubblico sono andati a rinnovare i grattacieli, le linee della metropolitana e i tram sono stati estesi alla periferia, gli apprendistati sono stati ampliati e le dimensioni della classe primaria sono state dimezzate. Nanterre, dove è stato sparato il diciassettenne Nahel, è su una linea sotterranea diretta per il centro di Parigi”.

Né è condivisibile la posizione dell’estrema destra che coglie l’occasione per tuonare contro l’immigrazione, considerando i rivoltosi “niente altro che orde selvagge”. “Non importa che Nahel fosse un cittadino francese, cresciuto in Francia. Né che meno di uno su dieci degli arrestati per violenza o saccheggio fosse straniero. Né che la loro età media era di 17 anni”.

E allora di cosa si tratta?
Scrive l’editorialista dell’Economist: “Le persone che vivono a Nanterre sollevano ripetutamente una denuncia: non per lavoro né povertà, né il sindaco, né il signor Macron, ma l’uso eccessivo della forza da parte della polizia. … Gli ufficiali devono essere addestrati in modo che, quando ci sono controlli di polizia, non mettano in pericolo la vita di un ragazzo minorenne”.

“Alla Francia non piace pensare di avere un problema di polizia, anche se si accumulano lamentele sull’uso sproporzionato di proiettili di gomma, gas lacrimogeni e granate stordenti.  … Nel 2022 ci furono 13 sparatorie mortali da parte della polizia stradale. Repressione e ostilità si rafforzano a vicenda. La questione collegata della profilazione razziale è difficile da dimostrare, poiché la Francia vieta le statistiche etniche. Ma un sondaggio ufficiale nel 2017 ha suggerito che quattro giovani su cinque  percepiti come arabi o neri  erano stati fermati dalla polizia nei cinque anni precedenti; per la popolazione generale la quota era inferiore a una su cinque.

Macron sa che ulteriori rivolte non possono essere prevenute solo da un’ulteriore repressione. … Paradossalmente, il presidente aveva appena trascorso tre giorni a Marsiglia, cercando di migliorare la vita in quartieri difficili. Parte del suo tono originale per la presidenza nel 2017 era una promessa che dove vivi non dovrebbe determinare le tue possibilità di vita. Sono urgentemente necessari un risveglio di questo spirito, nonché una lunga occhiata alla polizia”.

Immagine in evidenza: da una foto di Jordan Bracco su Unsplash

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