SIMBOLI RELIGIOSI: UN PRIMO APPROFONDIMENTO
Il tema della laicità dello Stato

La sentenza della Cassazione in merito all’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche (vedi articolo in questo blog) ci induce ad ulteriori riflessioni, su tre ordini di problemi: il tema della laicità dello Stato, quello dell’universalità culturale di un simbolo religioso, quello della sua portata teologica.
In questo primo approfondimento ci soffermiamo sul significato di laicità di uno Stato.   

Useremo come riferimento l’intervento più serio ed approfondito, a nostro avviso, tra quelli letti, cioè l’articolo di padre Federico Lombardi apparso su “La Civiltà Cattolica” prima della sentenza della Cassazione ma contenente tutti gli elementi più significativi riguardanti la concezione di Stato laico, visti da parte della gerarchia cattolica.

Il testo commenta la sentenza della Grande Chambre, l’organismo della Corte europea di livello più elevato, che nel 2011 bocciò la richiesta di estromissione della croce dall’aula scolastica.  La tesi di fondo di padre Lombardi, ripresa dalla sentenza, è la seguente: “è doveroso garantire ad ogni Paese un margine di apprezzamento quanto al valore dei simboli religiosi nella propria storia culturale e identità nazionale, e quanto al luogo della loro esposizione…In caso contrario, in nome della libertà religiosa si tenderebbe paradossalmente invece a limitare o persino a negare questa libertà, finendo per escluderne dallo spazio pubblico ogni espressione”.

Padre Lombardi non contesta il diritto della Francia a stabilire una legislazione laica e ad applicarla integralmente (lo sviluppo storico e sociale francese non è stato quello italiano) ma chiede che venga riconosciuta all’Italia la sua peculiarità, pena “l’oscuramento delle specifiche identità” e la violazione della libertà stessa. Infatti “l’esposizione del crocifisso non è indottrinamento, ma espressione dell’identità culturale e religiosa dei Paesi di tradizione cristiana.”

In questa e in tutte le argomentazioni a difesa della croce esibita abbiamo registrato sempre la compresenza/sovrapposizione dell’elemento simbolico appartenente alla religione e quello appartenente alla cultura identitaria: il Crocifisso viene cioè interpretato sia come simbolo religioso sia come portatore di valori civili anche per chi non è credente (tesi già di Natali Ginzburg). Quando lo Stato ne limitasse l’esposizione, in primo luogo danneggerebbe i credenti a favore dei laici, e quindi non sarebbe “neutrale”; in secondo luogo, limiterebbe l’espressione di una componente dell’identità nazionale che specialmente in Italia è caratterizzata dall’incontro col cristianesimo.

Affrontiamo solo il primo aspetto, partendo dalla più incisiva critica, elaborata contro la falsa “neutralità” della Stato laico, da parte del noto giurista a livello internazionale Joseph Weiler, ricordato nell’articolo di padre Lombardi. Weiler, ebreo credente, sostiene che “in materia di simboli religiosi all’interno di spazi pubblici c’è una tensione strutturale…: o si realizza pienamente la libertà religiosa del credente e si offende il laico; oppure si realizza interamente la libertà dalla religione del laico, offendendo così il credente”.

Di quale credente parli Weiler non è specificato e lo vedremmo in seguito. Comunque, per Weiler il “muro bianco” dell’aula non è neutrale anzi è altrettanto “schierato” quanto il crocifisso.
Ecco come sostiene questo concetto:

«Marco e Leonardo sono amici e si apprestano a iniziare ad andare a scuola. Leonardo va a trovare Marco a casa per la prima volta. Entra e nota un crocifisso sulla parete dell’ingresso. “Che cos’è?”, domanda. “Un crocifisso. Perché, tu non ce l’hai? Ogni casa dovrebbe averlo”. Leonardo ritorna a casa agitato. Sua madre con pazienza gli spiega: “Sono cattolici credenti. Noi rispettiamo loro e le loro credenze. Ma noi facciamo diversamente. Noi seguiamo le nostre convinzioni”. È una visione laica del mondo quella che la signora vuole insegnare ai suoi figli. Ora immaginiamo una visita di Marco a casa di Leonardo. “Wow – esclama –, nessun crocifisso? Una parete vuota?”. Ritorna a casa agitato. “Beh – spiega la madre –, sono una famiglia splendida, buoni, gentili e caritatevoli. Ma non condividono la nostra fede nel Salvatore. Noi li rispettiamo”. “Quindi possiamo togliere il nostro crocifisso?”. “Certo che no. Li rispettiamo, ma per noi è impensabile avere una casa senza crocifisso”. Il giorno seguente i due bambini vanno a scuola, per la prima volta. È una giornata emozionante. Immaginate che trovino una scuola col crocifisso. Leonardo ritorna a casa agitato: “La scuola è come casa di Marco. Sei sicura, mamma, che va bene non avere un crocifisso?”. È questa la sostanza della rimostranza della signora Lautsi. Ma immaginate anche che il primo giorno le pareti della scuola siano spoglie. Marco ritorna a casa agitato. “La scuola è come casa di Leonardo – grida –. Vedi, mamma, te lo avevo detto che non ci serve”. In sintesi: si pensi a due famiglie, una molto cattolica e l’altra molto laica. La famiglia cattolica ritiene che debba esserci un crocifisso in qualsiasi stanza, in ospedale come a scuola o a casa. La famiglia laica si opporrà al crocifisso, considerando la sua presenza una violazione della propria libertà di coscienza. Non esporre il crocifisso dà soddisfazione alle aspirazioni della famiglia laica, ma non è una scelta neutrale»1.

Non esporre il crocifisso dà soddisfazione alla famiglia laica…”.  Il giurista Weiler e padre Lombardi, che lo cita, sembrano non prendere in considerazione almeno due aspetti propedeutici ad ogni ragionamento:

a) In Italia ed in Europa lo spazio pubblico di giardini, strade principali e vie secondarie, palazzi, muri di città e di campagna, spazi espositivi generici ecc. è costellato di simboli religiosi cristiani, dalle croci sui campanili, alle madonnine delle edicole, ai santi presenti dappertutto, come statue nelle piazze e come immagini nei manifesti e perfino nelle cartoline dal Tabacchi. I simboli cristiani continuano con le architetture delle chiese e dei santuari, con gli affreschi e le sculture esposte all’esterno, con i quadri a soggetto religioso di pinacoteche e di musei, coi monasteri e le abbazie nei luoghi più sperduti; perfino sulla vette alpine troviamo la croce (anche sul Musinè) così come è altrettanto “visibile” la presenza della religione cattolica per radio, in televisione e nelle sue televisioni, negli organi di informazione propri e altrui (dai quotidiani nazionali o locali ai bollettini parrocchiali). Le manifestazioni religiose vengono pubblicizzate sugli autobus e sui treni. L’avviso di benedizione della casa da parte del sacerdote della diocesi arriva col volantino nella buca delle lettere.  I funerali religiosi si svolgono negli spazi pubblici ed i cimiteri pubblici sono gremiti di simboli cristiani. La libertà di espressione del pensiero religioso non ci sembra quindi limitata quando allora, laicamente, viene chiesto che pochi e precisi luoghi istituzionali, quali appunto le aule scolastiche, gli ospedali e le sedi dei tribunali, non vedano la presenza di simboli religiosi di qualsiasi genere (consideriamo che già nelle scuole cattoliche e negli ospedali cattolici vi è dovizia di crocifissi).

b) Il “muro bianco” dell’aula offende il credente e premia il laico, quindi è falsamente neutrale e non è super partes, affermano Weiler e padre Lombardi. Intanto tra i credenti, anche cristiani, alcuni affermano di preferire il muro “bianco”. Questi credenti (parliamo per esempio dei valdesi o dei cattolici non tradizionalisti) sostengono che nella scuola pubblica si deve parlare di religioni al plurale, istruire alla tolleranza reciproca, non dare la priorità a una fede e neppure sottoporre a giudizio di una maggioranza quali religioni abbiano diritto alla visibilità dei propri simboli nello spazio comune. Non a caso Weiler menziona, nel suo raccontino, una famiglia “molto cattolica” (cioè integralista), simile alle famiglie islamiche fondamentaliste. Queste famiglie, a qualsiasi religione appartengano, debbono essere educate a non pretendere di avere anche nelle istituzioni statali il loro logo preferito. In questo modo smettono di essere fanaticamente e quasi superstiziosamente dipendenti visivamente da un simbolo e possono educare conseguentemente i propri figli: la scuola dovrebbe servire anche a questo.

La famiglia laica dipinta da Weiler, con la casa piena di pareti vuote, è quasi una caricatura. In genere atei e agnostici hanno quadri, fotografie, poster, trofei, oggetti vari appesi al muro perché sostituiscono i simboli religiosi con i propri simboli di carattere politico, artistico, culturale. Poniamo pure che la famiglia laica abbia il muro bianco senza crocifisso o qualsiasi altro oggetto equivalente. Quella parete “bianca” non può essere paragonata, come ha fatto furbescamente Weiler, alla parete “bianca” delle istituzioni: infatti la parete della casa privata è bianca provvisoriamente, è tale per una scelta libera e revocabile, fintanto che un membro non decida di riempirla col poster di Guevara o con la fotografia a colori del Budda. La parete dell’istituzione, vuota, è tale per indicare che essa rappresenta lo spazio del confronto, spazio che MAI sarà ostacolato da una qualche presenza, spazio che resterà libero e aperto affinché tutti i bambini di questo mondo possano dire la loro, compresa l’eventuale paura di uno spazio bianco.

L’immagine in evidenza è tratta da: salvisjuribus.it
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NOTA 1:La lunga citazione è giustificata per il fatto che con questa argomentazione il giurista Weiler ha sostenuto a Strasburgo e sostiene dappertutto la tesi della “laicità positiva” (fatta propria anche da Marta Cartabia) contro la laicità coerentemente autentica.

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