Alle radici del conflitto (breve excursus storico) / 2        
L’antisemitismo come missione: la personalità e il ruolo del Gran Mufti di Gerusalemme Amin Al-Husseini

Per comprendere l’atteggiamento di grande ostilità che sempre più improntava i rapporti tra arabi ed ebrei nella regione della Palestina può essere utile prendere in considerazione la personalità e il ruolo del Gran Mufti di Gerusalemme Amin Al-Husseini.

Al-Husseini ebbe come maestro l’intellettuale siriano Muḥammad Rashīd Riḍā, uno dei più ferventi sostenitori del nazionalismo arabo-islamico, dal quale apprese quegli elementi che avrebbero caratterizzato tutti i movimenti  fondamentalisti: rigido rispetto della shari’a; il jihad come primo dovere del musulmano (ovvero la guerra santa contro gli infedeli); ostilità verso l’Occidente; antisionismo radicale.

In gioventù si dedicò all’idea della costruzione di un grande Stato arabo con capitale Damasco (la Grande Siria) che avrebbe incluso la Palestina.
L’esercito francese, nel 1920, occupando Damasco pose fine al sogno della Grande Siria. Al-Husseini trasferì il suo sogno nella sola Palestina. Obiettivo: impedire l’instaurazione di uno stato ebraico nel territorio mandatario britannico e sostenere la creazione di uno stato arabo, ovvero un territorio in cui vigesse la “legge islamica”. Strategia: fomentare l’odio tra ebrei e musulmani.

La sua prima impresa la compì a Gerusalemme durante una cerimonia religiosa (aprile 1920): fomentò disordini che si trasformarono in un assalto al quartiere ebraico durante il quale 5 ebrei furono uccisi e più di 100 feriti. Al-Husseini fu giudicato responsabile e condannato a 10 anni di prigione. Ma riuscì a fuggire. L’anno dopo fu graziato dall’Alto commissario britannico in carica (un ebreo sionista, Herbert Samuel) il quale, commettendo un errore di valutazione politica (probabilmente sperando di conquistarsi la fiducia della popolazione araba), addirittura nominò Al-Husseini Gran Mufti (primo magistrato) di Gerusalemme (dandogli, oltre al privilegio di una carica molto importante nel mondo arabo, anche l’opportunità di accedere a consistenti risorse finanziarie).

Quando nel 1928 fu fondata in Egitto l’Associazione dei Fratelli Musulmani, per “reagire alla occidentalizzazione della società islamica” e “riportare alla sua forma originaria la comunità musulmana, schiacciata sotto il peso di quelle false leggi ed usanze che non hanno niente a che fare con gli insegnamenti islamici”, Al-Husseini entrò subito a farne parte. Il motto dell’organizzazione era (ed è): “Dio è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Dio è la nostra suprema speranza”.

A dispetto dei favori ricevuti, Al-Ḥusseini si dimostrò un infaticabile promotore del jihad contro i britannici. E sempre più lo scontro frontale con il sionismo divenne centrale nella sua strategia.
Una  grande occasione si manifestò con i moti del 1929. Al-Ḥusaynī diffuse varie voci per fomentare l’odio dei musulmani contro gli ebrei. La comunità ebraica di Hebron, come sappiamo, venne massacrata.

Amin Al-Husseini ebbe un ruolo decisivo anche nella grande rivolta araba del 1936-39, apertamente ed ufficialmente organizzata è condotta dall’organismo da lui fondato: il Supremo Comitato Arabo. Non solo molte colonie ebraiche, kibbutzim e quartieri urbani abitati da ebrei furono oggetto di attività terroristiche, ma Al-Ḥusaynī organizzò anche squadre omicide per punire tutti coloro che non aderivano al progetto di uno Stato islamico governato dalla shari’a (anche molti leader palestinesi islamici furono assassinati perché ritenuti moderati ovvero non vedevano come impossibile la convivenza tra arabi ed ebrei).

Conseguite le prove del suo ruolo nel fomentare la rivolta e nella realizzazione  di numerose azioni criminose il governatorato britannico emanò nei suoi confronti un mandato di cattura e dichiarò illegale il Supremo Comitato Arabo. Tuttavia Amin conservò l’appoggio della maggioranza degli arabi palestinesi e riuscì a sottrarsi all’arresto riparando in Libano. Ma non rinunciava al suo disegno panarabista, che vedeva due ostacoli: gli ebrei e gli inglesi. Facendo leva sull’antisemitismo, pensava di trovare un sostegno nella Germania nazista e nell’Italia fascista.
L’enciclopedia online Wikipedia riporta il testo del telegramma inviato a Hitler appena salito al potere:

«I musulmani dentro e fuori la Palestina danno il benvenuto al nuovo regime tedesco e si augurano che il sistema di governo fascista ed antidemocratico si affermi in altri Paesi»

Negli anni successivi i contatti di Amin Al-Husseini sia con Hitler che con Mussolini divennero intensi. Il Mufti offriva la propria disponibilità a collaborare nella persecuzione degli ebrei in Europa e riceveva in cambio  aiuti finanziari e armi. All’inizio la Germania era stata un po’ esitante nel condividere la politica di Amin (a quel tempo – primi anni trenta – i nazisti vedevano di buon grado che gli ebrei lasciassero la Germania per andare in Palestina), Benito Mussolini invece non esitò a condividere pienamente il disegno del Mufti di Gerusalemme. Nel 1938 anche Hitler accettò ufficialmente la sua offerta di collaborazione. Ma in realtà erano già diversi anni che il leader palestinese veniva finanziato sia dall’Italia che dalla Germania: senza il cui sostegno – come ha affermato in una dichiarazione del 1940 il ministro degli esteri del Duce-  “la grande rivolta araba contro il governo britannico in Palestina non sarebbe durata così a lungo”.

Tra il 1941 e il 1945 l’ex Mufti di Gerusalemme, con il Supremo Comitato Arabo, stabilì il suo quartier generale a Berlino. I suoi biografi benevoli sostengono che lui non avesse affinità con l’ideologia nazifascista ma semplicemente vedeva negli stati dell’Asse una disposizione favorevole verso la causa palestinese(intesa come un solo stato, arabo, nella regione tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo).
In realtà, come sappiamo, sul suo capo pendeva un mandato di cattura internazionale. In realtà, come dimostrano i fatti, non c’era solo convenienza politica nella sua prestazione d’opera in favore del nazifascismo.

Nel 1941, il suo panarabismo lo portò ad essere tra i realizzatori di un colpo di stato in Iraq, per rovesciare il governo filo britannico del presidente Nuri al-Sa’id e sostituirlo con un governo filo germanico.  Al-Ḥusaynī dichiarò il jihad contro la Gran Bretagna. La dichiarazione di “guerra santa” fu diffusa anche dalle emittenti dell’Asse. Ma l’esercito britannico fu in grado di riprendere il controllo dell’Iraq in pochi giorni. Al-Ḥusaynī fuggì in Persia e poi, attraverso la Turchia, giunse in Italia, dove ebbe un incontro con BenitoMussolini. Pochi giorni dopo, in Germania, verrà ricevuto anche da Hadolf Hitler.

Era il 28 novembre del 1941. L’incontro con Hitler durò più di un’ora e di esso ha riferito nel dettaglio il diplomatico tedesco Fritz Grobba, presente all’incontro (alcuni contenuti di quel colloquio riportati qui di seguito sono tratti dal sito haaretz.com):

Il Mufti lodò generosamente Hitler, gli disse che era ammirato da tutto il mondo arabo. Gli disse anche che gli arabi condividevano col Führer tre nemici comuni (gli inglesi, gli ebrei e i bolscevichi) e che erano disposti a schierarsi con la Germania costituendo persino una legione araba. Gli arabi chiedevano l’indipendenza e l’istituzione di un’entità che includesse Iraq, Siria, Libano, Palestinesi e Transgiordania.

Passaggio importante: Il Mufti avvertì Hitler che anche gli inglesi stavano lavorando per raggiungere l’indipendenza araba. Pertanto, ha esortato la Germania ad intervenire in modo che gli inglesi non prendessero il sopravvento. Ha affermato che gli arabi erano ben organizzati sotto la sua guida.

Importante quindi non era l’indipendenza in sé ma l’indipendenza come la si sarebbe ottenuta attraverso l’aiuto della Germania nazista, i suoi obiettivi e i suoi mezzi.

E cosa c’era in quegli obiettivi e in quei mezzi?

Hitler precisò che le ragioni della sua lotta erano chiare, e sostenne che stava conducendo una battaglia senza compromessi contro gli ebrei – compresi gli ebrei di Palestina – al fine di impedire l’istituzione di uno stato ebraico che sarebbe servito da base per distruggere tutte le nazioni del mondo. Disse che la sua battaglia principale era contro gli ebrei e che lo sterminio del popolo ebraico faceva parte della sua campagna generale.

Ha aggiunto che era vero che tedeschi e arabi condividevano nemici comuni negli inglesi e nei bolscevichi e che sebbene questi due nemici avessero obiettivi diversi, erano entrambi guidati da ebrei.

Hitler dichiarò che avrebbe continuato la lotta fino a quando l’impero comunista ebreo in Europa non fosse stato completamente distrutto e che nel corso della lotta, in un futuro non troppo lontano, I soldati tedeschi avrebbero anche raggiunto il Caucaso. A quel punto, disse, il Führer avrebbe promesso agli arabi che era arrivato il momento della liberazione.

Promise inoltre che la Germania non aveva altro interesse per la regione a parte la distruzione della forza ebraica che si trovava nel territorio arabo. Quando sarebbe accaduto, il Mufti sarebbe diventato il portavoce del mondo arabo.

Al-Ḥusaynī si adoperò per realizzare quanto aveva promesso ai governi dell’Asse. Con il governo italiano collaborò per la creazione di una Legione straniera araba in cui arruolare profughi  iracheni, siriani e palestinesi. Per conto del governo tedesco si recò in Jugoslavia per reclutare militanti musulmani bosniaci da inserire nella 13ª Divisione delle Waffen-SS denominata “Handschar”, costituita da più di 20mila uomini, che venne impegnata in diverse operazioni contro i partigiani comunisti di Tito. La divisione si guadagnò una terribile reputazione per le atrocità commesse contro civili serbi ed ebrei. Col processo di Norimberga  le Waffen-SS furono dichiarate un’organizzazione criminale. Trentotto membri della divisione Handschar furono estradati in Jugoslavia, processati per l’omicidio di almeno 5000 persone e dichiarati colpevoli.

A smentita dei biografi benevoli che negano la sia pur minima affinità del leader arabo palestinese Al-Ḥusaynī con l’ideologia nazista bastano le seguenti parole contenute in un suo discorso alle SS islamiche in Bosnia, pronunciato il 21 gennaio1944:

«Molti interessi comuni esistono tra il mondo islamico e la Grande Germania e questo rende la nostra collaborazione un fatto naturale. Il Corano dice: Voi vi accorgerete che gli ebrei sono i peggiori nemici dei musulmani. Vi sono considerevoli punti in comune tra i principi islamici e quelli del nazionalsocialismo, vale a dire nei concetti di lotta, di cameratismo, nell’idea di comando e in quella di ordine. Tutto ciò porta le nostre ideologie a incontrarsi e facilita la cooperazione. Io sono lieto di vedere in questa divisione una chiara e concreta espressione di entrambe le ideologie.».

Ma ci sono anche tante testimonianze concrete della sua affinità ideologica col nazismo. Ad esempio quanto si legge sulla pagina web del The Davis S. Wyman Institute For Holocaust Studies (di cui si fa riferimento nella pagina di Wikipedia dedicata ad Amin Al-Husseini ): tra gli atti di sabotaggio organizzati da Al-Husayni vi fu un attentato portato a termine nella città di Tel Aviv  (in maggioranza abitata da ebrei): furono inviati 5 paracadutisti con un carico di tossina per inserirlo nel sistema idrico. Gli attentatori furono scoperti e arrestati dalla polizia: con loro avevano 10 contenitori ciascuno dei quali conteneva abbastanza veleno per uccidere 25mila persone.

Wikipedia parla anche di documenti nazisti, scoperti nel Ministero degli esteri tedesco e nel Servizio degli archivi militari di Friburgo in cui si dice che i nazisti avevano in progetto l’invio di un’unità speciale, chiamata Einsatzkommando Ägypten, per portare a compimento lo sterminio degli ebrei di Palestina. Di questo piano il Muftī di Gerusalemme Ḥājjī Amīn al-Ḥusaynī avrebbe dovuto essere il maggiore collaboratore.

Alla fine della seconda guerra mondiale Amin Al-Husayni fu arrestato. Fuggì e riparò in Egitto. I sionisti chiesero alla Gran Bretagna di incriminarlo come criminale di guerra. Ma gli inglesi non ritennero opportuno farlo, in considerazione del fatto che Amin Al-Husayni godeva di grande popolarità presso gli arabi della Palestina.

Dall’Egitto, al-Ḥusaynī fu fra i sostenitori della guerra del 1948 contro il nuovo Stato di Israele. Nei negoziati che seguirono alla guerra arabo-israeliana fu ancora tra i protagonisti.
Ma ben presto le ambizioni di Al-Husayni (guidare la guerra santa contro Israele) entrarono in conflitto con quelle del re di Giordania (Transgiordana) ʿAbd Allāh il quale, mentre al-Ḥusaynī era ancora in esilio in Egitto, nominò il suo successore alla carica di Gran Muftī della parte palestinese di Gerusalemme, occupata dalla Transgiordania nel corso della guerra.

Parentesi:

(Nella II Guerra Mondiale ʿAbd Allāh si schierò a fianco del Regno Unito contro la Germania). Dei cinque sovrani arabi che mossero i loro eserciti contro Israele fu il meno sicuro di questa scelta, e anzi in realtà aveva a lungo trattato in segreto con i sionisti, in particolare con Golda Meir, che lo incontrò più volte ad Amman, cercando di trovare un compromesso diplomatico.

La Transgiordania anziché attaccare Israele occupò una grossa fetta di territorio palestinese a occidente del fiume Giordano (la cosiddetta Cisgiordania o, secondo la dizione inglese, West Bank. Il regno transgiordanico a questo punto mutò ancora una volta dizione, assumendo quella di Giordania (Regno hascemita del Giordano), anche se ʿAbd Allāh si premurò di avvertire la comunità araba che avrebbe tenuto quella parte di territorio palestinese in “sacro deposito” fintanto che non si fosse costituito uno Stato indipendente della Palestina.

La sua amicizia con i britannici gli inimicò tuttavia i nazionalisti arabi più intransigenti e quelli palestinesi in particolare, che temevano che quel “sacro deposito” costituisse in realtà una pietra tombale per i loro sogni irredentistici e d’indipendenza.

Amīn al-Ḥusaynī entrò in contatto coi cospiratori arabi, che assassinarono re ʿAbd Allāh nel 1951. Il figlio di ʿAbd Allāh, Talal, divenuto re di Giordania dopo la morte del padre, rifiutò ad Amīn al-Ḥusaynī il permesso di tornare a Gerusalemme. Dopo un anno, re Talāl abdicò, ma anche il nuovo sovrano, Husayn di Giordania, rifiutò di concedere ad al-Husaynī il permesso di entrare nella Città Santa.

Al-Ḥusaynī morì a Beirut nel 1974. Aveva espresso il desiderio di essere sepolto a Gerusalemme ma il governo israeliano oppose un rifiuto.

Le immagini presenti in questo post sono public domain tratte da wikipedia commons

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