Il 68 e la fine della virilità (secondo radio maria)

Da tempo il tradizionalismo religioso e politico (vedi il meloniano “Dio, Patria, Famiglia”) insiste sulla necessità di fermare i cambiamenti che si realizzano nel campo delle relazioni umane, della sessualità e della vita in comune delle persone, attraverso la sostanziale riproposizione della famiglia anni Cinquanta, nata senza alcun “incontro” prematrimoniale, mantenuta in vita senza l’uso degli anticoncezionali, con i ruoli ben definiti di padre egemone e di madre. La crisi di questa tipologia di micro-organizzazione sociale, appunto largamente superata almeno in Occidente, è fonte di grave preoccupazione ed anche Radio Maria ha voluto dare un contributo in merito.

Mario Salisci, sociologo, formatore e direttore dell’Istituto di Cultura e di Lingue Marcelline di Genova, cura per Radio Maria, il giovedì mattina, la rubrica “Formazione Oggi”. Nel suo primo incontro di febbraio ha affrontato il tema “La crisi della maschilità”, introducendolo in questo modo: ” … è un qualche cosa che va affrontato con coraggio, con, ovviamente, competenza e anche con, come dire, una certa lucidità, una lucidità che ci consentirà di andare a capire quali sono alcune dinamiche, quali sono le conseguenze di un problema che, a questo punto dobbiamo dircelo, dobbiamo definirlo come tale, è uno dei problemi più importanti a livello sociale ovvero la crisi totale della maschilità…”. Le premesse promettono bene anche perché poi il prof. Salisci aggiunge di aver scritto a tal proposito diversi “articoli scientifici” e aver fatto “tanta ricerca” sull’argomento.

Il punto centrale del suo discorso si può riassumere in questo concetto: è assolutamente necessario costruire un modello di maschilità da proporre alle nuove generazioni, a cui manca del tutto perché il ’68 ha reso “istituzionale” la sparizione dell’insieme di norme/comportamenti/valori maschili che venivano trasmessi da padre maschio a figlio maschio. La citazione più eloquente inizia così: “…la maschilità è ammalata e bisogna intervenire su dinamiche da gestire a livello monosessuato e dobbiamo riproporre un modello monosessuato, intramaschile. Dobbiamo ripensarci noi, dobbiamo ripensare noi alla maschilità e dobbiamo riproporre un modello che è stato distrutto nel 1945 e istituzionalizzato nel 1968”.

Ora, dal sociologo ci aspettiamo la dimostrazione di questo ardito assunto, magari con dati statistici e tabelle, ma soprattutto attraverso una argomentazione logica e stringente. Eccola: “vi faccio notare che dal 45 al 68, che poi è dal 48 al 68, passano sostanzialmente 20 anni, che sono i vent’anni di quella generazione che ha fatto quella rivoluzione ed è la prima generazione della storia che non ha conosciuto i propri padri perché erano in guerra;…ecco quelle persone non hanno conosciuto un modello di maschilità, sono cresciuti con le proprie madri, con le proprie sorelle, con le proprie zie, in un mondo che è sostanzialmente un mondo adulto femminile e che ha creato quella che sarebbe stata la ripulsa verso la maschilità, ovviamente caricaturalizzata attraverso il tema delle patriarcato, un patriarcato che adesso mi fa ridere rispetto alle cose che succedono, non esiste più questa roba qui a livello, a livello microsociale…”.

I milioni di ragazzi e ragazze compresi tra i 15 e i 23 anni che hanno partecipato alle manifestazioni, occupazioni, cortei del 1968/69 sono nati tutti nel dopoguerra, hanno perfettamente conosciuto entrambi i genitori, e proprio per questo hanno preso le distanze da un modello relazionale anacronistico, sessuofobico, moralmente ipocrita perché vietava i rapporti prematrimoniali, permetteva solo la relazione monogamica ufficializzata e contemporaneamente strizzava l’occhio se il maschio si concedeva la scappatella a pagamento (“l’uomo è cacciatore” come ha detto un partecipante al dibattito col professor Salisci). Ed il patriarcato (il nuovo diritto di famiglia si avrà solo nel 1975) esisteva ed era accettato dalla mentalità collettiva e dalle istituzioni.

L’analisi del prof. Salisci prosegue: “La maschilità… non esiste in quello occidentale (“mondo” n.d.r.) e siamo noi che abbiamo perso i riferimenti, ma in tutto il resto del mondo c’è, e come. E infatti la vediamo, la vediamo egemonica nelle nostre città, attraverso questi gruppi di ragazzi africani, magrebini, insomma tutta questa parte di immigrazione che da questo punto di vista non ha problemi e si permette addirittura di andare a violentare le nostre ragazze e nessuno di noi, non c’è stato un uomo un adulto, che si è posto in maniere, non so come dirlo, ma sarebbe scoppiata la rivoluzione! 50 anni fa, 60 anni fa, per non parlare dell’inizio del secolo, sarebbe scoppiato veramente un macello su una roba di questo tipo! Niente!!! Qui il professore ha perso “la lucidità” tanto che si indigna per lo stupro fatto alle “nostre ragazze”, in cui “nostre” non indica possesso, ma la nazionalità italiana delle vittime. Se gli ipotetici aggressori avessero fatto violenza a ragazze della loro stessa nazionalità sarebbe stato meno grave, professore?

Inoltre, si stava meglio negli anni Cinquanta o addirittura ad inizio secolo, perché allora non esistevano stupri e violenze sulle donne in quanto il “virile” maschio avrebbe reagito e linciato il colpevole.

“(Oggi n.d.r.) tutto è delegato alla speranza che si faccia giustizia a livello istituzionale, che è la cosa buona, dopodiché noi abbiamo perso, perdiamo il controllo delle nostre città, delle nostre vie, delle nostre case. Male malissimo.”

Strano ragionamento: la maschilità di cui parla il professore non esiste da noi ma è diffusa nel mondo dell’immigrazione, che lo dimostra fino al punto di aggredire impunemente le persone e “non c’è stato un uomo un adulto, che si è posto in maniera, non so come dirlo…” lo dica professore: con “le palle” del maschio che reagisce, che si fa giustizia da sé, come nei bei tempi passati, in cui il modello maschile era nel suo massimo splendore. Il prof. Salisci, che è un francescano laico, non può tuttavia esprimersi in questo modo e quindi indica la via della legge ma essa viene minimizzata come “una speranza”, quasi una illusione di ottenere risarcimento e punizione, mentre la realtà dell’Italia diventa invece quella per cui, senza la maschilità, “perdiamo il controllo delle nostre città, delle nostre vie, delle nostre case”. Perbacco, anche in casa! Siamo in perfetta sintonia con lo spirito apocalittico che regna a Radio Maria.

Ci sono numerose altre perle simili, che potete ascoltare nel link, quindi chiudiamo qui, ridando la parola al professore: “Ci vuole coraggio a dire certe cose e io me lo prendo, questo è un tema di verità….”

L’immagine in evidenza: gayatri-malhotra su Unplash

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