Genocidio

Da quando è iniziata la guerra di Gaza, in molte manifestazioni pro-Palestina sono comparsi cartelli in cui si accusava Israele di “genocidio”. Questa accusa è stata ripetuta sempre più spesso e recentemente il Sudafrica ha annunciato che intende presentarla alla Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite (pur avendo il rappresentante di Israele all’ONU  dichiarato che “la nostra non è una guerra con i palestinesi ma con l’organizzazione terroristica di Hamas”).

È pertanto necessario, come giustamente ha fatto il settimanale britannico The Economist, precisare che il termine “genocidio” in riferimento alla guerra Israele-Hamas  viene utilizzato in modo improprio.

All’indomani della seconda guerra mondiale, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite definì il genocidio come “una negazione del diritto all’esistenza di interi gruppi umani” e la definizione attualmente adottata dall’ONU considera genocidio “gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.

Insomma si tratta di uno sterminio condotto in modo “deliberato e sistematico” , come fu l’olocausto ovvero lo sterminio degli ebrei perpetrato dai Paesi dell’Asse(Germania, Italia e Giappone) nel  1941-45 e l’Holomodor ovvero lo sterminio degli ucraini perpetrato dalla Russia comunista nel 1932-33 .

Lo sterminio del popolo palestinese non è nel programma del governo israeliano. Non lo è nelle parole (non sta scritto da nessuna parte) e non lo è nei fatti (se Israele avesse avuto l’intenzione di sterminare i palestinesi della striscia di Gaza non avrebbe provveduto alla loro evacuazione. E naturalmente speriamo che sia temporanea).

E poiché i proclami rivoluzionari dei gruppi jihadisti che si presentano come liberatori della Palestina hanno tanto appeal tra gli studenti delle università occidentali (esattamente come avevano affascinato negli anni 70 i proclami rivoluzionari di Khomeini) tanto da non accorgersi che dietro quei proclami e la lotta all’Occidente oppressore c’è lo spettro di feroci tirannie teocratiche, vale la pena ricordare che questi gruppi (non solo Hamas) hanno nel proprio programma lo sterminio del popolo israeliano e ne hanno dato una prova pratica con i fatti il 7 ottobre scorso.

Ciò non vuol dire che quanto sta succedendo a Gaza va minimizzato. L’uccisione, in tre mesi di guerra, di oltre 24 mila civili, uomini, donne e bambini nonché la distruzione di gran parte delle abitazioni e lo sconvolgimento totale della vita di due milioni e mezzo di persone sono eventi terribili cui va posto fine prima possibile.

Ma se qualcuno pensa (per ingenuità o per ideologia) che per porre fine a questa immane tragedia la via migliore sia quella di criminalizzare Israele e sostenere la causa di Hamas (come è stato fatto finora nella maggior parte delle manifestazioni studentesche e non solo) vuol dire che (per ingenuità o per ideologia) si punta a tenere lontana la possibilità di una convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi.

Piuttosto c’è da sperare che questo ennesimo conflitto arabo – israeliano,  proprio per l’immane tragedia che rappresenta,  spinga sempre più persone (tra i palestinesi come tra gli israeliani) a prendere in seria considerazione (cosa che finora non è mai stata fatta) l’ipotesi di due popoli due stati (su questo ci siamo soffermati in un precedente post).

Immagine in evidenza: foto di Janne Leimola su unsplash

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