REALTÀ e RAPPRESENTAZIONE
All’origine dell’attuale crisi di governo

Qual è la vera origine della crisi di governo?    

È legittimo porsi questo interrogativo perché dopo un mese circa in cui i mezzi di informazione, quasi tutti, non hanno fatto altro che fornire agli italiani la rappresentazione di una crisi di governo dovuta al protagonismo, all’intemperanza e perciò all’irresponsabilità del leader di un piccolo partito, ora, finalmente, si incomincia a dare il nome giusto alle cose e a parlare di “crisi Istituzionale”, del fatto cioè che le istituzioni italiane, governo in primis, non sono state in grado di dare risposte adeguate ai problemi del Paese.

Il tema della crisi istituzionale come vera origine dell’attuale crisi di governo è stato, negli ultimi giorni, richiamato, ad esempio, dall’editorialista del Corriere Della Sera Francesco Verderami, in un intervento nel tg 3 notte del 26 gennaio e da Gianni Riotta in un lucido articolo, sul quotidiano online Huffington Post del 26 gennaio, nel quale pur non usando l’espressione “crisi istituzionale” la racconta con dovizia di esempi facendone una ricostruzione storica riferita agli anni dei governi Conte 1 e 2.

Ma in realtà è da tempo che i grandi organi di informazione ospitano di tanto in tanto opinioni ed analisi sui problemi antichi e recenti che affliggono il nostro Paese: dalla non crescita economica da più di vent’anni a questa parte, al ritardo nella modernizzazione dell’apparato produttivo, alle inefficienze della pubblica amministrazione, alla quantità di opere infrastrutturali approvate ma mai avviate, al livello ormai insostenibile raggiunto dal debito pubblico,  fino alla caratteristica che più di ogni altra ha segnato l’operato degli ultimi governi: l’immobilismo.

Limitandoci ai fatti che più direttamente riguardano l’operato del governo Conte II, dalle cronache giornalistiche emergono una serie di cose che messe insieme smentiscono la rappresentazione di un governo  capace ed efficiente, che stava lavorando bene e avrebbe costituito una guida sicura e competente in grado di portare il Paese fuori da quella che si prospetta come la più grave crisi economica e sociale dal secondo dopoguerra ad oggi.
In realtà il governo andava avanti a vista, privo di un chiaro programma di lavoro condiviso tra le forze che lo sostenevano.

Emerge che la situazione della nostra economia preoccupa seriamente gli altri Paesi europei (se va a fondo l’Italia trascina con sé tutto il resto dell’Europa) ed è questa la vera ragione per cui al nostro Paese è stato destinato circa un terzo delle risorse che l’Unione Europa ha stanziato per aiutare gli stati membri a superare la crisi indotta dalla pandemia. Ed è per questo che non possiamo mancare l’occasione di progettare al meglio l’uso di quelle risorse (non è un caso che il dissenso di IV su come il governo aveva impostato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza  sia stato l’elemento scatenante dello scontro tra Renzi e Conte).

Emerge che più volte l’Europa aveva mandato segnali (l’ultimo è arrivato dal Commissario all’economia Paolo Gentiloni ) per farci capire che il PNRR, cosi come veniva presentato nelle linee guida già inviate a Bruxelles, era male impostato e rischiava di essere bocciato: mancava una idea del futuro del Paese, e poco o nulla si diceva delle riforme (in particolare quella della giustizia, quella della pubblica amministrazione e quella del mercato del lavoro) che necessariamente (secondo le indicazioni della Commissione europea) dovranno accompagnare gli interventi relativi al piano economico.

Emerge che anche nell’analisi del PNRR svolta dal Centro studi di Camera e Senato le critiche superano di gran lunga gli apprezzamenti .

Emerge che il modo in cui sono stati affrontati i problemi posti dalla crisi pandemica ha portato l’Italia ad avere risultati peggiori rispetto agli altri paesi europei: per numero di decessi, per attività economiche interrotte, per quantità di giorni in cui le scuole sono rimaste chiuse.

Emerge che da mesi IV chiedeva che si mettesse mano alla riorganizzazione/potenziamento  del nostro sistema sanitario (cosa possibile ad esempio prendendo i soldi  che l’Europa ci metteva a disposizione, senza interessi, con il Meccanismo Europeo di Sicurezza).

Emerge che da mesi IV chiedeva che il Piano venisse partorito da un confronto aperto  nel quale fossero coinvolti tutti i partiti della maggioranza ed anche quelli dell’opposizione (il vice segretario della Lega Giorgetti  ha definito stupida  l’idea di non coinvolgere anche l’opposizione, visto che la realizzazione del Piano durerà parecchi anni e potrebbe anche toccare all’attuale opposizione doversene occupare).  

Insomma, il più importante documento di governo del decennio (copyright Antonio Polito) meritava di più.
Di fatto, un dibattito su come spendere gli oltre 200 miliardi di fondi europei, destinati a far ripartire la nostra economia e preparare il futuro delle nuove generazioni, non si è mai svolto in Parlamento!

Conte si è limitato ad accogliere (o meglio a dire di aver accolto) alcuni dei tanti suggerimenti di modifica che IV aveva indicato, senza mai avviare una  vera discussione nel merito delle questioni poste. Un piccolo partitino non poteva pretendere che si mettessero in discussione scelte che stavano bene alle due più grosse forze della maggioranza. Prendere o lasciare. E il piccolo partitino, per portare i problemi di cui sopra alla luce del sole, ha aperto la crisi. Sia perché i fatti gli davano ragione sia perché  (come ha dichiarato la ministra Teresa Bellanova rimettendo l’incarico) non se la sentivano di condividere la responsabilità di “sprecare” l’occasione storica offerta dalla Commissione Europea con  la linea di finanziamento Next Generation Eu per rimettere in sesto l’economia del Paese.

C’erano forse anche altre motivazioni a spingere Renzi ad aprire la crisi, motivazioni di carattere personale o legate a dissidi politici con il partito di cui era stato leader, o altro ancora. Può darsi. Ma le motivazioni espresse dalla ex ministra Bellanova erano vere e bastavano per non continuare a far finta di niente.

Molti hanno detto: anche se avevano ragione potevano rinviare l’uscita dal governo a tempi migliori, siamo in piena pandemia. Non potevano rinviare, perché il piano di spesa dei 200 e passa miliardi va presentato ora, non fra sei mesi o un anno (e siamo già in ritardo rispetto agli altri Paesi). Forse non è ancora abbastanza chiaro (magari proprio in conseguenza del fatto che non vi è stato un ampio e pubblico dibattito) che si tratta del Piano per salvare il Paese (si dice: l’equivalente del piano Marshiall dopo la seconda guerra mondiale). E bisogna tener conto del fatto che spendere bene quei soldi vuol dire anche attrezzare il Paese con migliori strumenti per superare la crisi sanitaria indotta dalla pandemia.
È questo il nodo all’origine dell’attuale crisi di governo. Non gli umori di questo o quel leader politico.

Il Presidente della Repubblica, che è un arbitro oculato, dopo aver concesso qualche giorno al Presidente del Consiglio per trovare una soluzione di ripiego ma dignitosa (cosa che non si è verificata) dopo l’uscita dal governo di IV, ha convocato tutti i partiti e, preso atto che “È emersa la prospettiva di una maggioranza politica, composta a partire dai gruppi che sostenevano il governo precedente”, (senza per ora indicare il nome di un possibile premier) ha chiesto ai componenti di tale maggioranza di provare a trovare un accordo su un Piano per “l’utilizzo rapido ed efficace delle grandi risorse messe a disposizione dall’Unione Europea”, tenendo conto di tutte e tre  le emergenze che il Paese si trova a dover affrontare, “quella sanitaria  quella sociale e quella economica”. E su tale programma, ovviamente, dovranno fare un patto che li impegni a governare fino alla fine della legislatura, uniti e per il bene del Paese.
Per Mattarella si tratta di una prospettiva che non può essere data per scontata e che “va verificata nella sua concreta praticabilità”. È questo il senso dell’incarico esplorativo affidato al Presidente della Camera Roberto Fico.

Ci sembra di poter dire che il Presidente Mattarella si sia perfettamente reso conto che la crisi è istituzionale, che in questi due anni e mezzo di governi Conte, a trazione grillina, i grandi e ben noti problemi del Paese (ai quali si è aggiunta, aggravandoli, la pandemia) non sono stati adeguatamente affrontati.

La sintesi più convincente di tutta la vicenda è quella fatta da Gianni Riotta nell’articolo prima citato:
ci sono i 209 miliardi che l’Europa ci mette a disposizione, senza i quali, andremo a fondo. Ma, dice Riotta,

“non sono beneficienza o prestito a fondo perduto. Sono un piano di investimenti che chiede all’Italia le riforme che è incapace di implementare dagli anni ’80, giustizia, pubblica amministrazione, sostenibilità, digitale, infrastrutture, welfare, mercato del lavoro. Ma ciascuna voce richiede due virtù che, finora, non sono apparse nel premier, capacità di scegliere e passione. Riformare vuol dire sfrondare privilegi, status quo, farsi dei nemici, puntare su ceti, idee, culture e impone dunque passione per il futuro, … Il chiocchiolio delle conferenze stampa precotte, le immagini in scatola a vantaggio di telecamera, col computer Mac proteso come la prua di una nave oceanica, potevano durare per un po’, ma quando Renzi ha detto l’ovvio, quel che tutti i ministri del Conte II vi dicevano in privato, cioè che il Recovery plan italiano era mal scritto, mal pensato, mal concepito e mai sarebbe passato in Europa, Conte II si è arenato”.

Ora, specie dopo il penoso e fallito tentativo di costruire il gruppo dei ”responsabili”, la figura del premier esce fortemente ridimensionata e, se i Cinquestelle e il Pd veramente vogliono ancora puntare su di lui (come dicono), Conte dovrebbe andare da Renzi (come da Zingaretti e da Leu) dichiarandosi disponibile a fare quello che non ha fatto prima, ovvero a discutere nel merito dei veri problemi che finalmente sono venuti alla luce, scontando la necessità di fare qualche autocritica.
Se invece l’effettiva praticabilità di un Conte III non dovesse verificarsi,  verosimilmente verrà considerata l’ipotesi di un governo istituzionale.

Nella parte finale del suo racconto sulla crisi della politica italiana dal 2018 ad oggi, Gianni Riotta scrive:

“Questa è la morale della bufera italiana 2021, il cui vero esito non è Conte III o governo tecnico, maggioranza Pd-5 Stelle o unità nazionale con Berlusconi e i centristi. Ogni formula è possibile, ma ogni formula arriva poi al passaggio ineludibile: come strutturare l’Italia in pandemia?
… investire il prestito dal futuro che ci viene fornito richiede una stanza di progettazione formidabile, una coesione nazionale seria, un’egemonia culturale degli innovatori sui burocrati dello status quo, di cui il premier dovrebbe farsi garante e sprone.
Conte I e II è stato ottimo manager dello status quo, sarà, se reincaricato, manager del rinnovamento?”.

L’immagine in evidenza è tratta da: greenreport.it
Le altre immagini sono tratte, nell’ordine, da: comune.venezia.it; socialismoitaliano1892.it; corriere.it; notizie.virgilio.it; wikipedia.org

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