Alle radici del conflitto (breve excursus storico) / 5
Dal Settembre Nero alla prima Intifada

Gli anni successivi alla Guerra dei 6 giorni videro una crescita dei movimenti di lotta armata contro Israele e una crescita del terrorismo. In quel periodo tra le organizzazioni di guerriglia più attive vi erano il Fronte Nazionale per la Liberazione della Palestina  (FLP), che nel ‘67 si era unito ad altri gruppi per fondare il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) guidato da George Habash, di ispirazione marxista-leninista, sostenitore della soluzione di uno stato unico, e l’organizzazione Al-Fath guidata da Yasser Arafat, dalla quale nel 1970 prese vita una piccola cellula terroristica denominata “Settembre nero” alla quale poi si unirono elementi provenienti dal FPLP e da altri gruppi.

Il capo della sicurezza di Al-Fath, Abu Iyad, scrisse in un suo libro che “Settembre Nero non era una organizzazione terroristica, ma era piuttosto un’unità ausiliaria del movimento di resistenza”. Un membro di Settembre Nero, Abu Dawud, dichiarò alla polizia giordana: “Non esiste una organizzazione Settembre Nero. Al-Fath annuncia le sue operazioni con questo nome così che non appaia come esecutore diretto dell’operazione”.

Il più noto attentato terroristico di quel periodo fu compiuto proprio da Settembre Nero, nel 1972: massacro degli atleti israeliani partecipanti alle Olimpiadi di Monaco.

La reazione del governo Israeliano fu improntata alla linea della massima fermezza: “con i terroristi non si può trattare in nessun modo” fu la posizione del governo, alla cui guida in quel momento vi era la signora Golda Meir, nota per il suo carattere risoluto (oltre che per il fatto di essere una delle prime donne al mondo a ricoprire una carica così importante). Utilizzando i servizi segreti israeliani, la signora Meir avviò una  azione repressiva mirata ad individuare tutti i nuclei di militanti collegati a Settembre Nero. Ad essa seguì una operazione (denominata “Ira di Dio”) con la quale furono uccisi quasi tutti i responsabili del massacro di Monaco. Secondo esponenti dei servizi segreti, l’operazione serviva non soltanto per punire i responsabili del massacro di Monaco, ma anche come deterrenza contro la reiterazione di fatti simili.

Questa sua fermezza nella lotta al terrorismo arabo si accompagnava ad un orientamento politico improntato  a un sionismo di ispirazione socialista. Nel 1969 andò al governo come esponente di  un partito, quello Laburista (che aveva contribuito a fondare unificando i tre movimenti di sinistra presenti sulla scena politica israeliana) orientato a favore della soluzione due popoli due stati.

Desta pertanto stupore che Golda Meir venga spesso ricordata più che per la sua figura di statista per la sua affermazione “I palestinesi non esistono”.

Questa affermazione della Meir viene spesso ricordata (come fa ad esempio il quotidiano Il Manifesto), col preciso intento di gettare discredito su di lei e più in generale sullo Stato di Israele, estrapolandola dal contesto del suo ragionamento complessivo sulla questione dell’”indipendenza degli arabi nei Territori”. Degli arabi, appunto. Perche la Meir ha sempre considerato (correttamente) la Palestina come una regione abitata da due popoli, quello ebreo e quello arabo. Infatti soleva dire “siamo tutti palestinesi”. Insomma la sua affermazione correttamente intesa è : non esiste un solo popolo palestinese. Ed è un fatto difficilmente contestabile.

La realtà è che Golda Meir era consapevole del fatto che Israele, se voleva vivere in pace, doveva consentire che nei territori della cosiddetta Cisgiordania (le antiche Giudea e Samaria) i palestinesi arabi costituissero un loro Stato. In una riunione di gabinetto ministeriale nel 1970, poneva la questione in questi termini: “Agli arabi in Giudea e Samaria deve esser alla fine concessa l’opzione dell’autodeterminazione, …  Ci sarà cioè un altro Stato. … Ho detto fin dal primo giorno dopo la guerra [del 1967]che il problema è come questo secondo Stato verrà chiamato… se sarà uno Stato indipendente, legato in forma di confederazione ad Israele oppure a Israele e Giordania insieme, oppure – se loro lo desiderano – soltanto alla Giordania, come parte di un trattato di pace”.

La guerra del 1973 detta “guerra del kippur “

Il risentimento per la cocente sconfitta subita con la guerra dei 6 giorni non si era affatto sopito. I Paesi della Lega Araba, in particolare Egitto e Siria, si preparavano alla rivincita.

Nel 1973, il 6 ottobre, giorno della più solenne festività ebraica, lo Yom Kippur (giorno dell’espiazione, la festività religiosa durante la quale tradizionalmente l’intero paese si ferma per 25 ore) mentre gran parte della popolazione d’Israele era in preghiera, Egitto e Siria attaccarono a sorpresa. Alla guida dei due Stati arabi vi erano allora due leader nazionalisti laici: Anwar al Sadat in Egitto e Hafez al Assad in Siria. Il loro intento era quello di riprendersi i territori sottratti da Israele con la guerra dei 6 giorni.

Golda Meir sapeva che Siria ed Egitto stavano per attaccare ma non volle prevenire l’evento, perché aveva concordato un sostegno da parte degli Stati Uniti qualora Israele avesse subito un attacco. Gli Stati arabi stavano per schierare 1.000.000 di soldati ben armati e ben addestrati, non si poteva fare a meno degli aiuti americani.
Le prime fasi della guerra videro Israele in affanno ma poi l’esercito israeliano riuscì a riorganizzarsi e,  grazie anche agli aiuti ricevuti, passare alla controffensiva e addirittura iniziare una penetrazione in profondità nei territori nemici. Ma proprio nel momento in cui Israele era a un passo dalla vittoria arrivò l’ingiunzione del cessate il fuoco da parte dell’ONU (risoluzione 338 del 22 Ottobre 1973). Stati Uniti e Unione Sovietica ritenevano che le cose dovessero rimanere com’erano, senza una vittoria ufficiale di Israele, aprendo la prospettiva di un accordo di pace (l’Unione Sovietica aveva minacciato, come al solito, il ricorso alle armi atomiche).

Le ragioni di un tale orientamento furono probabilmente molteplici; sicuramente una sconfitta conclamata dell’Egitto non piaceva all’Unione Sovietica, che si era apertamente schierata dalla sua parte fornendo molti aiuti militari, gli Stati Uniti, da parte loro, volevano non alienarsi del tutto le simpatie dei Paesi arabi. C’era poi la questione della crisi energetica, innestata da un grosso aumento del prezzo del petrolio, la diminuzione del 25% delle esportazioni e un embargo nei confronti dei Paesi considerati filoisraeliani (tutto ciò fu deciso dall’OPEC, l’associazione dei Paesi arabi esportatori di petrolio, e messo in atto lo stesso giorno in cui Egitto e Siria iniziavano la guerra contro Israele). Fu una decisione per mettere in difficoltà gli alleati di Israele. Una decisione che in effetti stava mettendo in ginocchio l’economia dei Paesi occidentali (molti ricorderanno, anche nel nostro Paese, le domeniche di austerity con il divieto di circolazione delle auto in nome del risparmio energetico).

Nei mesi successivi il cessate il fuoco fu avviato un percorso di iniziative diplomatiche, che videro protagonista il segretario di stato americano Kissinger e che si concluderà con gli accordi di pace di Camp David: nel gennaio del 1974 fu firmato un primo trattato tra Israele ed Egitto sul disimpegno delle rispettive truppe dal Sinai; stesso tipo di accordo, qualche mese dopo, tra Israele e Siria; nel giugno del 1975 un accordo per la riapertura del Canale di Suez; nel ’77 il presidente egiziano Sadat si recò in visita a Gerusalemme, manifestando così la propria intenzione di perseguire una via di rapporti pacifici; il 17 settembre 1978, a Camp Devid, nella residenza estiva del presidente americano Carter si recarono il presidente Sadat e il presidente Rabin.

I tre capi di Stato tracciarono le linee generali da seguire per giungere alla “pace in Medio Oriente” e alla “pace tra Egitto e Israele”. Sulla prima questione si stabilì che i territori occupati da Israele ad ovest del Giordano e nella striscia di Gaza sarebbero diventati autonomi; sulla seconda questione si stabilì che Israele si sarebbe ritirato dal Sinai (operazione che verrà completata nel 1982), l’Egitto avrebbe riconosciuto ufficialmente lo Stato di Israele, i due paesi avrebbero allacciato normali relazioni diplomatiche e le navi israeliane avrebbero  potuto navigare nel canale di Suez e negli stretti di Tiran.

L’accordo tra Egitto e Israele fu definitivamente messo a punto il 26 marzo 1979, a Washington. Fu il primo riconoscimento di Israele da parte di un paese arabo (ben 12 anni dopo la guerra dei 6 giorni).

Gli accordi di Camp David valsero a Sadat e a Begin il premio Nobel per la pace nel 1978. Ma l’intera operazione realizzata con quegli accordi non piacque ai capi di stato degli altri Paesi arabi. In particolare, quattro Paesi (Siria, Iraq, Libia, Algeria) e l’OLP  promossero il cosiddetto “Fronte del rifiuto” il cui scopo era, appunto, quello di rifiutare gli accordi di pace di Camp David tra Egitto e Israele e l’idea di qualsiasi compromesso o negoziato con lo stato ebraico. Accusarono Sadat addirittura di “tradimento della causa araba e palestinese” e l’Egitto fu sospeso dalla Lega Araba. Purtroppo Sadat fu anche oggetto di un attentato da parte di terroristi arabi il 6 ottobre 1981, a causa del quale perse la vita.

Anche Golda Meir fu molto criticata nel suo Paese per come aveva gestito il conflitto. Soprattutto l’ala sionista più radicale, in particolare il partito di destra Likud, le rimproverava di aver abbandonato la strategia dell’intervento preventivo che tanto efficace si era rivelata in occasione della guerra del 1967. A ragion veduta, invece, quella della Meir era stata una decisione saggia, che aveva portato ad un risultato fino ad allora insperato (il riconoscimento di Israele da parte dello Stato arabo più grande e potente del Medio Oriente) e a stringere un rapporto sempre più stretto con gli Stati Uniti. Tuttavia le polemiche su come era stata condotta la guerra, sia fuori che dentro il Partito Laburista, non si placavano e la Meir decise di dimettersi.

La sinistra, che aveva governato ininterrottamente fin dalla sua nascita lo Stato di Israele, nel 1977 perse le elezioni. Alla guida del governo andò Menachem Begin, un esponente del partito di destra Likud.

Operazione Pace in Galilea

Le vicende qui di seguito richiamate (per brevi cenni) relative al conflitto libanese del 1982 (passato alla storia come la “prima guerra del Libano”), presentano molte affinità con quelle relative all’attuale conflitto libanese, che potrebbe passare alla storia come la “terza guerra del Libano” (la “seconda”  si verificò nel 2006, con caratteristiche simili a quella del 1982, con la differenza che al posto di Arafat e dell’OLP nel 2006 le milizie arabe erano quelle di Hezbollah, e quindi è ancor più simile alla guerra attuale).

Si può dire che da oltre quarant’anni periodicamente si ripete lo stesso schema: milizie terroristiche votate (per loro esplicita dichiarazione) alla distruzione dello Stato di Israele utilizzano il Libano come base logistica da cui far partire attacchi contro l’odiato stato ebraico, e Israele che a un certo punto interviene duramente per porre fine a questo stato di cose (o perlomeno renderle più sopportabili).

Il Libano è sempre stato un paese multiculturale, nel quale convivono comunità cristiano-maronite, musulmane sunnite, musulmane sciite, druse e varie altre. Dal 1949 si sono via via aggiunti molti palestinesi, specie nella parte sud del Paese al confine con lo Stato di Israele, dove erano stati allestiti dei campi profughi.
 La presenza di tanti palestinesi era di per sé un fattore destabilizzante rispetto agli equilibri di potere sui quali si basava la società libanese. Ma i problemi più grossi si manifestarono con l’arrivo, negli anni ’70, di decine di migliaia di miliziani dell’OLP, l’organizzazione terroristica che predicava e praticava la lotta armata contro Israele col quale, fino ad allora, il Libano aveva invece mantenuto buoni rapporti.
In quegli anni l’OLP spostava la sua base operativa dalla Giordania al Libano.

Re Hussein aveva espulso Arafat e la sua organizzazione dalla Giordania perché, avendo guadagnato sempre più potere e autonomia, questa organizzazione agiva ormai come uno “stato nello stato”. I campi profughi palestinesi erano diventati basi per gruppi armati che attaccavano Israele, provocando ritorsioni israeliane contro il territorio giordano. L’esercito giordano lanciò una campagna militare per riprendere il controllo del Paese. Ci furono violenti scontri tra l’esercito giordano e le forze palestinesi.  Migliaia di persone, per lo più palestinesi, furono uccise nei combattimenti. E l’OLP fu costretta a lasciare la Giordania.

Ciò che era successo in Giordania si ripeté tale e quale nel Libano: i miliziani di Arafat cominciarono ad acquisire sempre più influenza e presto arrivarono a controllare militarmente il sud del Paese. Nel  giugno del 1982 Israele invase il Libano avviando l’operazione “Pace in Galilea”, con l’obiettivo di creare una zona priva di insediamenti palestinesi a protezione dei suoi confini settentrionali. In pochi giorni le forze israeliane giunsero alla periferia di Beirut. Negli accordi del cessate il fuoco fu previsto che l’OLP lasciasse il paese (Arafat trasferirà la sua sede in Tunisia).
Nel corso di questa operazione militare avvenne un massacro nei campi profughi di Sabra e Shatila, nei pressi di Beirut. Il massacro fu perpetrato da truppe libanesi, le Falangi cristiano-maronite, con le quali Israele si era alleato. Si trattò di una vendetta per un attentato compiuto alcuni giorni prima contro il quartiere generale delle Falangi, durante il quale fu ucciso il presidente del Libano, il cristiano Bashir Gemayel. Le forze israeliane che erano responsabili della sicurezza in quella zona, pur essendo a conoscenza di quanto stava accadendo (circa 2000 civili furono trucidati) non intervennero. Sull’accaduto la Corte Suprema israeliana avviò una inchiesta che portò alle dimissioni forzate del ministro della Guerra, del capo di stato maggiore dell’esercito israeliano e del responsabile militare delle operazioni in Libano.

È in questo contesto che fece la sua prima comparsa sulla scena politica mediorientale il “Partito di Dio” (è questo il significato del termine Hezbollah) che, dando subito prova di quale fosse la sua vocazione, mise in atto un attentato al quartier generale dell’esercito israeliano di stanza a Tiro, che costò la vita a 28 militari. I gruppi di giovani sciiti che costituivano le unità di azione di Hezbollah venivano finanziati ed addestrati direttamente dall’esercito del nuovo stato islamico dell’Iran formatosi dopo la rivoluzione khomeinista del 1979. In Libano Hezbollah prese il posto dell’OLP. Il nemico da combattere sempre lo stesso: lo Stato di Israele.

Dopo vent’anni dalla guerra dei 6 giorni (con la quale Israele aveva conquistato i territori della Cisgiordania e Gaza) ancora nessun passo avanti era stato compiuto nella prospettiva di dare una soluzione alla questione palestinese. I Paesi arabi avevano da tempo smesso di occuparsene direttamente. I leader palestinesi delle organizzazioni della Resistenza, in primis Arafat, rimanevano fermi nella volontà di non prendere in considerazione l’idea di uno Stato per i palestinesi arabi accanto ad uno Stato per i palestinesi ebrei (farlo avrebbe automaticamente significato riconoscere l’esistenza di Israele).

Una situazione generale, insomma, che in qualche modo determinava tutta una serie di fattori i quali a loro volta influivano negativamente sulle condizioni di vita della popolazione che viveva in quei territori. Ad esempio: sul piano politico: costante e significativa presenza dell’esercito israeliano per governare un complesso sistema di controllo militare e civile. E conseguenti restrizioni alla libertà di movimento; sul piano economico: pochi posti di lavoro disponibili per i palestinesi arabi e quindi alto tasso di disoccupazione e dipendenza dagli aiuti internazionali; accesso irregolare all’acqua potabile e all’elettricità; sul piano dei diritti civili: scarso accesso all’istruzione per scarsità di risorse, limitato accesso alle cure mediche.
A ciò si aggiunga il fatto che le autorità israeliane hanno spesso consentito, più o meno apertamente, che nei territori occupati avvenisse la costruzione di nuovi insediamenti, con una conseguente diminuzione delle terre agricole disponibili per i palestinesi e un aumento delle occasioni di tensione e conflitti tra le due popolazioni.

Nel dicembre del 1987 scoppiò la rivolta (intifada).

All’inizio fu caratterizzata da atti spontanei di protesta contro la polizia israeliana nella Striscia di Gaza. I disordini si intensificarono in seguito ad un incidente verificatosi nei pressi del campo profughi di Jabalya: un camion militare israeliano si scontrò con due taxi provocando la morte di quattro palestinesi che tornavano dal lavoro. Poi la protesta sfociò in manifestazioni di massa, scioperi, boicottaggi e scontri con le forze dell’ordine (con il lancio di pietre da parte dei giovani palestinesi). Dalla Striscia di Gaza si diffusero rapidamente anche alla Cisgiordania. E durarono per vari anni (fino al 1993).

Immagine in evidenza: foto di Efi Sharir – National Library of Israel (su Wikimedia Commons) Le altre immagini (tratte da Wikimedia Commons)nell’ordine: PFLP patrol in Amman,June 1970 Jordanian archives, public domain;  Yom Kippur War – IDF Spokesperson’s Unit/CCBY-SA 3.0; Theodore Brauner- Golda Meir 1949 –public domain; Efi Sharir – National Library of Israel (su Wikimedia Commons);

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