Alle radici del conflitto (breve excursus storico) / 6       
Dagli accordi di Oslo al summit di Camp David

Il problema degli insediamenti

È un luogo comune dire che la mancata soluzione della questione palestinese (ovvero della legittima aspirazione degli arabi di Palestina ad avere un proprio Stato) è in gran parte determinata dall’occupazione dei territori della Cisgiordania e di Gaza da parte di Israele, territori che erano stati destinati dalla risoluzione 181 dell’ONU (Novembre 1947) alla costituzione di uno Stato palestinese.
Guardare ai fatti, così come ce li consegna la storia, serve anche a questo: verificare quanto c’è di vero nei luoghi comuni.

Un fatto importante, da considerare, è quanto è avvenuto con la guerra del 1948 (la prima delle tre guerre che i Paesi della Lega Araba e varie organizzazioni per la liberazione della Palestina hanno mosso contro il novello Stato di Israele con la dichiarata intenzione di distruggerlo): la Giordania occupò il territorio della Cisgiordania e lo tenne per 19 anni (tutte le antiche comunità ebraiche ivi presenti da centinaia di anni furono distrutte e spesso gli ebrei che vi risiedevano furono uccisi, come avvenne ad esempio per la comunità Gush Etzion, un blocco di insediamenti ebraici situati tra Gerusalemme e Hebron). La stessa cosa fece l’Egitto col territorio di Gaza, lo occupò e lo tenne per 19 anni. In tutti quegli anni, nessun Paese della Lega Araba (Giordania ed Egitto compresi) e nessuna organizzazione per la liberazione della Palestina prese l’iniziativa di proporre l’utilizzo della Cisgiordania e della Striscia di Gaza per costituire lo Stato palestinese autonomo come suggeriva la risoluzione dell’ONU o anche solo un primo avamposto di un futuro Stato. Eppure non c’erano coloni ebrei in Cisgiordania.

Tutto ciò appare alquanto strano, se si considera che in molti arabi palestinesi era ben presente il desiderio di una rappresentanza autonoma, ovvero l’idea di dare vita a movimenti politici per affermare una propria identità nazionale separata. Ma a questo problema le leadership arabe furono sorde; in barba all’aspirazione all’autonomia del popolo palestinese la Giordania nel 1950 ha annesso la Cisgiordania, dando certo ai palestinesi che vi risiedevano qualche vantaggio (per esempio il riconoscimento di alcuni diritti civili) ma al contempo  mettendo da parte le loro aspirazioni nazionali.

Poi, quando con la seconda guerra araba (1967) Cisgiordania e Gaza furono occupate da Israele, Stati Arabi e movimenti della “resistenza” riposizionarono l’aspirazione all’autonomia al primo posto nelle rivendicazioni per i diritti del popolo palestinese. E la questione dei territori occupati divenne la questione dirimente per ogni iniziativa di pace.

Ciò non vuol dire che quello degli insediamenti ebraici nei territori occupati non fosse un problema serio. Lo era (e lo è). Ma non era serio (cioè volto a cercare una soluzione realmente praticabile) il modo in cui arabi e palestinesi affrontavano la questione: prioritario (come mostrano ampiamente i fatti) era negare l’esistenza di Israele, lo Stato dei palestinesi ebrei, non costruire uno Stato per i palestinesi arabi.

Il problema si fece più complicato a partire dagli anni ’80, quando gli insediamenti andavano sempre più crescendo e aumentavano anche le rappresaglie tra le comunità ebraiche e quelle degli arabi palestinesi. Inoltre, il movimento dei coloni aveva cominciato a guadagnare terreno all’interno della Knesset, il parlamento israeliano, che in quegli anni fu prevalentemente dominato dal Likud, il partito della destra nazionalista e conservatrice che sosteneva una linea dura riguardo ai territori occupati. Alle coalizioni di governo a guida Likud facevano spesso parte partiti religiosi nazionalisti come il Mafdal, con forti basi di supporto tra i coloni e sostenitori di politiche a favore dello sviluppo delle colonie e della presenza israeliana nei territori. Il Mafdal, in particolare, era anche favorevole alla sovranità israeliana su tutta la “Terra di Israele”.

Bisogna anche considerare che il giovane stato di Israele veniva da un trentennio durante il quale aveva dovuto affrontare ben tre guerre che i Paesi arabi vicini avevano promosso con l’intento dichiarato di annientarlo. Gli stati arabi le hanno perse tutte quelle guerre, ma nessuno (tranne l’Egitto, e solo nel 1979) ha voluto riconoscere l’esistenza di Israele.
Contrariamente a quanto aveva fatto la Giordania dopo la guerra del 1948, Israele dopo la guerra del 1967 non ha annesso il territorio occupato della Cisgiordania, e neppure il territorio occupato di Gaza, lasciando così aperta la soluzione due stati. Ma vari governi israeliani hanno ritenuto necessario mantenere un controllo su quei territori, considerati strategici per la sicurezza nazionale, consentendo e persino incentivando la costruzione di insediamenti, con lo scopo di stabilire una presenza permanente di cittadini israeliani in quelle aree. Quale che sia la valutazione circa le motivazioni di tali scelte, si è trattato di una strategia che ha certamente peggiorato i rapporti tra le due comunità.

Proclamazione dello Stato di Palestina

Gli anni ’80 hanno visto anche un cambiamento nella strategia dell’OLP, con l’accettazione della Risoluzione 242 dell’ONU (ingiunzione ad Israele di rientrare nei confini precedenti la guerra dei 6 giorni e la ricerca di soluzioni per via pacifica) e la proclamazione dello Stato di Palestina (deliberata il 15 Novembre 1988 dal Consiglio Nazionale dell’OLP) sui “confini del 1967” (ma non ben definiti).
Questa mossa, voluta da Arafat, consentì all’OLP di guadagnare prestigio, sia a livello internazionale che interno, come rappresentante affidabile del popolo palestinese e non più una semplice organizzazione terroristica. Si apriva, per la prima volta, la prospettiva della via negoziale.

Subito dopo la proclamazione, decine di Paesi riconobbero formalmente lo Stato di Palestina. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite prese atto della dichiarazione di indipendenza dell’OLP, acconsentì che il nuovo Stato adottasse il nome di “Palestina” e lo accolse come “Stato osservatore non membro” presso l’ONU (senza diritto di voto).

Gli accordi di Oslo: la ricerca di una pace possibile

Il più importante tentativo di pace tra Israele e Palestina fu avviato all’inizio del 1993 su iniziativa del governo norvegese. I negoziati tra i rappresentanti dell’OLP  e quelli del Governo israeliano durarono alcuni mesi e si svolsero a Oslo nel più totale segreto. Era ancora in corso la prima Intifada. L’idea di svolgere negoziati era totalmente impopolare in ampi strati della società israeliana e palestinese. Gli israeliani erano restii a concedere autonomia ai palestinesi e tra i palestinesi vi erano gruppi che godevano di ampio seguito (come Hamas) contrari a negoziare con Israele.  Mantenere la segretezza permise ai negoziatori di evitare pressioni e critiche, mantenendo al sicuro il processo. Le trattative segrete consentirono un dialogo più franco e diretto. Inoltre Yitzhak Rabin (primo ministro di Israele) e Yasser Arafat (presidente dell’OLP) avrebbero potuto perdere supporto presso i rispettivi elettorati se fosse stato noto che si stavano intrattenendo trattative.

Gli accordi hanno avuto come argomento principale “progetti di auto-governo ad interim” di parte della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. A questo scopo hanno portato alla istituzione della Autorità Nazionale Palestinese (organismo politico di autogoverno palestinese) ed hanno riconosciuto l’OLP come partner di Israele nei negoziati. Una prima parte di essi si è conclusa il 20 agosto 1993 ad Oslo ed è stata ratificata con cerimonia pubblica ufficiale  il 13 settembre dello stesso anno a Washington (USA) alla presenza del presidente statunitense Bill Clinton, del primo ministro israelino Yitzhak Rabin e del presidente dell’OLP Yasser Arafat.

I negoziati sono poi proseguiti portando nel 1995 ai cosiddetti accordi di Oslo 2, che ampliavano l’autogoverno ad altre parti della Cisgiordania.
In sintesi il contenuto degli Accordi, sulla base della descrizione fatta dall’enciclopedia online Wikipedia:


In sostanza, gli accordi chiedevano un ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della
Cisgiordania ed affermavano il diritto palestinese all’autogoverno in tali aree, attraverso la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il governo palestinese ad interim sarebbe durato per un periodo di cinque anni, durante i quali sarebbe stato negoziato un accordo permanente …. Questioni annose come Gerusalemme, rifugiati palestinesi, insediamenti israeliani nell’area, sicurezza e confini, vennero deliberatamente escluse dagli accordi e lasciate in sospeso (da affrontare nei negoziati per lo status permanente –ndr-).
Fino allo stabilimento di un accordo sullo status finale, Cisgiordania e Striscia di Gaza sarebbero state divise in tre settori: A – pieno controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese; B – controllo civile palestinese e controllo israeliano per la sicurezza; C – (60% del territorio) pieno controllo israeliano (Questa zona comprendeva gli insediamenti israeliani e le zone di sicurezza senza una significativa popolazione palestinese. …
Il governo israeliano riconobbe l’OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese, mentre l’OLP riconosceva il diritto a esistere dello Stato di Israele e rinunciava al terrorismo, alla violenza e all’intento di distruzione di Israele.
L’obiettivo dei negoziati israelo-palestinesi era di stabilire un’autorità palestinese di autogoverno, un Consiglio eletto (con elezioni politiche generali e libere) per il popolo palestinese della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, per un periodo transitorio di non più di cinque anni, che portasse a un insediamento permanente basato sulle risoluzioni 242 e 338 dell’ONU, parte integrante dell’intero processo di pace ….
Il periodo transitorio di cinque anni sarebbe iniziato con il ritiro dalla striscia di Gaza e dalla zona di Gerico …
Ci sarebbe stato un trasferimento di autorità tra le forze di difesa israeliane e i palestinesi autorizzati, riguardanti educazione e cultura, salute, assistenza sociale, tassazione diretta e turismo.
Il Consiglio avrebbe costituito una robusta forza di polizia, mentre Israele avrebbe continuato ad avere la responsabilità per la difesa da minacce esterne. … Si sarebbe attuato un ridispiegamento delle forze militari israeliane in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Un Comitato di Cooperazione Economica israelo-palestinese sarebbe stato istituito allo scopo di sviluppare e implementare in maniera cooperativa i programmi identificati nei protocolli….
Degli accordi facevano parte 3 allegati: uno sulle “Condizioni delle elezioni”; uno sul “Ritiro delle forze israeliane” ed uno sulla “Cooperazione economica”. …
Le due parti avrebbero cooperato nel contesto degli sforzi di pace multilaterali nel promuovere un programma di sviluppo per la regione, compresa Cisgiordania e Striscia di Gaza, da essere avviato dal G7.

Si sarebbe potuto pensare che i protagonisti di questo straordinario e promettente impegno per l’avvio di un percorso di convivenza pacifica tra i due popoli palestinesi sarebbero stati portati in trionfo nei rispettivi paesi. Non fu così. Yasser Arafat ha dovuto quasi scusarsi per quanto aveva fatto (si racconta che davanti ad un uditorio palestinese Arafat aveva paragonato l’accordo di Oslo all’accordo di al-Hudaybiyya firmato nel 628 d.C. tra Maometto e i pagani Quraysh, la potente tribù di La Mecca, nel quale i musulmani ottennero una pace temporanea, anche se a costo di alcune concessioni ritenute ingiuste o sfavorevoli; il periodo di pace permise ai musulmani il rafforzamento del loro esercito e la diffusione della loro influenza. Due anni dopo Maometto conquistò La Mecca). Sorte peggiore non poteva capitare al presidente israeliano Yitzhar Rabin, premio Nobel per la pace insieme ad Arafat e Shimon Peres: il 4 novembre 1995, durante una dimostrazione in sostegno degli accordi di Oslo un giovane studente ebreo, Yigal Amir, esponente dell’estrema destra religiosa israeliana contraria al processo di pace – nascosto tra la folla – colpì alla schiena con due colpi di pistola Rabin, uccidendolo (il giovane ha poi subito un processo ed è stato condannato all’ergastolo ma non si è mai pentito del suo gesto criminale).
 
Un anno prima dell’uccisione di Rabin un altro cruento episodio, il massacro della Grotta dei Patriarchi, aveva evidenziato la profonda divisione all’interno della società israeliana, con molti che sostenevano gli sforzi di pace e altri, in particolare gruppi nazionalisti ed estremisti come il Kach, che si opponevano ferocemente a qualsiasi concessione territoriale ai palestinesi. Il 25 febbraio 1994 a Hebron, in Cisgiordania, durante il mese sacro islamico del Ramadan, Baruch Goldstein, un colono ebreo estremista statunitense di origine israeliana e membro del movimento Kach, entrò nella Grotta dei Patriarchi, un sito sacro ai musulmani, armato di un fucile automatico e iniziò a sparare indiscriminatamente sui fedeli in preghiera, uccidendo 29 persone e ferendone più di 100.
Il massacro di Hebron scosse la società ebraica, e il governo rispose mettendo fuori legge le organizzazioni politiche fondamentaliste che, come quella cui apparteneva Baruch Godlstein, predicavano “l’instaurazione di una teocrazia nella biblica Terra di Israele e l’espulsione violenta degli arabi”.  In un discorso alla Knesset, Rabin aveva pronunciato una dura condanna nei confronti dei movimenti fondamentalisti e in particolare di Goldstein (“Non fai parte della comunità di Israele”. “L’ebraismo sensato ti sputa fuori”. “Voi non siete partner dell’impresa sionista”). Il capo del governo era molto preoccupato, consapevole del fatto che una grossa parte della popolazione israeliana avversava gli accordi di Oslo perché riteneva che questi andassero contro il grande sogno di far risorgere Il Regno di Israele.

In seguito al massacro, ci furono proteste e scontri violenti tra i residenti palestinesi e le forze di sicurezza israeliane. Gli scontri, che proseguirono per settimane (estendendosi a tutta la Cisgiordania e Gaza), causarono decine di vittime da entrambe le parti.

L’episodio portò alla firma di un accordo tra Israele e l’Autorità Palestinese che stabilì la divisione della città in due aree: una sotto controllo israeliano e l’altra sotto controllo palestinese. Divisione che dura ancora.

Neppure le reazioni palestinesi agli accordi furono omogenee. Al-Fath accettò gli accordi, ma Hamas, il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che negavano completamente il diritto di Israele ad esistere,  osteggiarono e rifiutarono gli accordi. Li ritenevano un tradimento della causa palestinese. Hamas ha continuato a portare avanti attacchi terroristici (si verificarono ripetuti attentati suicidi palestinesi, rivendicati proprio da Hamas. Tra i più noti e sanguinosi: a Tel Aviv nel 1994 (22 morti); nei pressi di Netanya nel 1995 (21 morti); ad Ashkelon, a Gerusalemme e a Tel Aviv nel 1996 (complessivamente 59 morti), contribuendo a creare sfiducia tra le parti (e a offrire ai critici israeliani un motivo per giustificare il rallentamento del processo di pace).

Arafat aveva compiuto una svolta di tipo pragmatico che avrebbe comportato la sostituzione della lotta armata con la trattativa e il sostegno alla soluzione dei due stati. Ma aveva a che fare con una opposizione durissima e non solo tra i gruppi arabi più radicali. Il capo dell’OLP era molto preoccupato del fatto che la sua leadership perdesse peso e ciò che faceva metteva spesso in mostra un atteggiamento altalenante (che però lo rendeva poco credibile). Ad esempio, durante le trattative, Arafat aveva promesso a Rabin che alcuni punti dello statuto dell’OLP, specie quelli in cui si parlava di lotta armata e di distruzione dello stato di Israele, sarebbero stati rimossi. Ma poi un nuovo testo dello statuto dell’OLP non fu prodotto e comunque, in una bozza di quel testo mai ufficialmente prodotto si leggeva che “ il territorio palestinese costituisce un’unità indivisibile basata sui suoi confini esistenti il 4 giugno 1967” (cioè la negazione degli accordi di Oslo).

Il paragone che il leader dell’OLP aveva fatto tra l’accordo di Oslo e l’accordo di al-Hudaybiyya poteva  rassicurare sia i critici palestinesi “moderati” (l’accordo, anche se visto come una concessione, poteva avere implicazioni positive per la causa palestinese nel tempo) sia i critici più “radicali” (Oslo era solo un passo temporaneo e non un vero impegno per la pace definitiva).

Ma l’accostamento ad al-Hudaybiyya suscitò soprattutto preoccupazione tra molti esponenti israeliani: sospettavano che i palestinesi non fossero sinceri nel loro desiderio di raggiungere la pace e la coesistenza con Israele. L’ambivalente atteggiamento di Arafat contribuiva a far crescere la sfiducia tra gli israeliani sull’effettivo impegno per la pace da parte del principale leader palestinese (all’inizio del 1996 era stato eletto Presidente dell’A NP). Insomma un clima che finì per favorire chi aveva sempre manifestato  scetticismo verso il processo di pace: alle elezioni parlamentari in Israele del 1996 Shimon Peres (che era succeduto a Rabin) fu sconfitto da Benjamin Netanyahu, il quale, formalmente vincolato all’attuazione degli accordi di Oslo, applicò la tattica di una implementazione selettiva privilegiando la messa in atto di misure di sicurezza e l’espansione degli insediamenti.

In effetti, dopo la firma degli accordi l’espansione degli insediamenti israeliani accelerò di cinque volte rispetto alla normale crescita, ingenerando frustrazione tra i palestinesi ed una generale sfiducia sugli accordi e sulle intenzioni israeliane.

Nel 1998 il presidente americano Bill Clinton riuscì a mettere ancora una volta intorno a un tavolo, in una cittadina del Maryland, il capo del Governo israeliano  e il capo dell’OLP e a far firmare ai due una intesa (il Memorandum di Wye River), nell’ambito dell’attuazione di Oslo.
Netanyahu e Arafat concordarono di modificare ulteriormente l’assetto territoriale della Cisgiordania (trasferimento del 14,2% di territorio dall’amministrazione congiunta – zona B – a quella dell’ANP e cessione da parte di Israele del 13% della zona fino allora sotto la sua piena sovranità – zona C -; la creazione di due corridoi tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania; un piano di sicurezza che impegnava a prevenire atti terroristici e a punire l’incitamento alla violenza; ciascuna tappa del ritiro israeliano era subordinata all’attuazione da parte palestinese di una misura di sicurezza).

L’implementazione del Memorandum da parte di Netanyahu fu molto limitata e problematica a causa di forti opposizioni interne al suo governo.
Netanyahu fu poi battuto alle elezioni generali del maggio 1999 dal laburista Ehud Barak che in campagna elettorale aveva promesso sia di porre fine all’occupazione israeliana del Libano meridionale, in corso da 22 anni, sia che si sarebbe impegnato al massimo per giungere a una soluzione definitiva della questione palestinese.
Nel mese di settembre Barak riprese i negoziati di pace con l’OLP. Firmò con Yasser Arafat  il Memorandum di Sharm el Sheikh, in Egitto, con la supervisione del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton: lo scopo era quello di attuare l’Accordo ad interim sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza (Oslo II) del 1995 ed attuare tutti gli altri accordi tra l’OLP e Israele stipulati dal 1993, tra cui stabilire confini definitivi e decidere lo status di Gerusalemme entro un anno.

Il 24 maggio 2000, Israele si ritirò dal Libano meridionale. Nel luglio dello stesso anno e nell’ambito della ripresa dei negoziati con l’OLP Barak prese parte al summit di Camp David, tenutosi anch’esso con il patrocinio di Bill Clinton, proprio con l’obiettivo di risolvere definitivamente la questione israelo-palestinese.

E qui accadde l’inverosimile (ma non è un fatto raro che nella storia del conflitto arabo-israeliano siano accadute e accadano cose inverosimili).
Barak propose ai palestinesi:

  • il controllo di circa il 91% della Cisgiordania e il 100% della Striscia di Gaza, con l’aggiunta di un territorio del Negev (il “triangolo” o “corridoio sicuro”) come compensazione per le aree della Cisgiordania che sarebbero rimaste sotto il controllo israeliano;
  •  il ritorno di un numero limitato di rifugiati all’interno di Israele, mentre gli altri avrebbero potuto insediarsi nel futuro Stato palestinese o ricevere compensazioni finanziarie da un fondo internazionale;
  • i quartieri arabi di Gerusalemme Est sarebbero stati assegnati all’autorità palestinese, mentre quelli ebraici sarebbero rimasti sotto il controllo di Israele;
  • Israele avrebbe mantenuto un certo controllo sulla Valle del Giordano per un periodo di transizione, per garantire la sicurezza, e la Palestina sarebbe stata uno Stato smilitarizzato.

L’inverosimile è che Arafat rifiutò la proposta di Barak senza neppure presentare delle controproposte.

Era la proposta più avanzata fino a quel momento ed offriva molto di più di quanto Arafat aveva ottenuto sulla carta dagli Accordi di Oslo (che invece aveva sottoscritto).

Nel vertice di Camp David, Barak propose una soluzione più definita, offrendo ai palestinesi un’area di controllo molto più ampia rispetto agli Accordi di Oslo, pur con alcune condizioni. Ma il rifiuto di Arafat, stavolta su una proposta che andava oltre quanto garantito da Oslo, non venne accompagnato da una spiegazione dettagliata o convincente sul perché egli, dopo aver accettato Oslo, ritenesse ora insufficiente l’offerta di Barak.

E qui va evidenziata un’altra cosa che ha dell’inverosimile: né gli Stati Uniti né Israele richiesero ad Arafat di chiarire pubblicamente e in modo esaustivo la sua posizione.

Negli anni successivi, non molto di quanto sancito negli accordi di Oslo e dintorni fu realmente implementato nella tormentata regione della Palestina. Da una parte e dall’altra ebbero la meglio gli estremisti, con la filosofia che da sempre li caratterizza: se una cosa non può nascere perfetta meglio non farla nascere.

Negli anni successivi il governo dell’unico stato democratico del Medio Oriente sarà sempre più appannaggio dell’ala integralista, quella meno aperta al dialogo e alla convivenza con gli arabi; la causa palestinese diverrà sempre più appannaggio di movimenti estremisti che la strumentalizzeranno per fini che col benessere del popolo arabo della Palestina avevano ed hanno poco a che fare.

E così, il primo vero processo di pace che sembrava aprire concretamente alla soluzione dei due stati ovvero alla convivenza pacifica fra Israele e un futuro Stato palestinese, fu lasciato languire tra le ambiguità e la debolezza della leadership di Arafat, l’idea di una sicurezza nazionale intransigente propugnata dall’estrema destra israeliana e la recrudescenza di uno spirito di rivolta che veniva sistematicamente alimentato nel popolo palestinese da leader in ascesa pregiudizialmente contrari alla normalizzazione dei rapporti con Israele.

L’immagine in evidenza e le immagini presenti nel testo sono tratte da: wikimedia commons – public domain.

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