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I palestinesi per la soluzione a due stati (Foreign Affairs)
Da un sondaggio condotto da Arab Barometer e pubblicato sulla rivista americana Foreign Affairs risulta che la maggioranza dei palestinesi di Gaza e della Cisgiordania è ora favorevole alla soluzione a due stati rispetto a qualsiasi altra potenziale soluzione, riconoscendo che la linea intransigente e di resistenza armata, imposta da Hamas, non è quella migliore per risolvere il conflitto israelo-palestinese. La fiducia dei palestinesi in Hamas e nell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) si è profondamente erosa; ritengono che nessuna delle due fazioni abbia garantito la loro sicurezza o migliorato le loro vite e vogliono un rinnovamento politico. E inoltre, la maggior parte degli abitanti di Gaza esprime il desiderio di restare e contribuire a ricostruire la propria patria devastata piuttosto che emigrare.
La situazione di Gaza è desolante – dicono i conduttori del sondaggio – e le condizioni dei palestinesi che vivono in Cisgiordania si stanno vieppiù deteriorando. Lo status quo non è sostenibile. Se le imminenti elezioni in Israele dovessero portare alla formazione di un nuovo governo, più disponibile a intavolare negoziati, i cittadini di Gaza e molti dei palestinesi che vivono in Cisgiordania sarebbero pronti a scendere a compromessi.
Quando è stato chiesto agli intervistati in Cisgiordania quale soluzione preferissero per porre fine al conflitto israelo-palestinese — due stati, uno stato, una confederazione o “l’altro”—, il 56% ha scelto una soluzione a due stati, con un aumento di sette punti rispetto al sondaggio Arab Barometer condotto nel 2023. … il sostegno a una soluzione a due Stati è aumentato ancora di più a Gaza, dal 54% all’inizio di ottobre 2023 al 64%. … il sostegno a una confederazione è aumentato di dieci punti a Gaza, al 20%; il sostegno a uno Stato è sceso di quattro punti, al 5%; e il sostegno a “altro ”— una scelta che spesso riflette una preferenza per la resistenza armata — è sceso dal 20% al 7% a Gaza.
Particolarmente significativi sono i dati che riguardano il giudizio dei palestinesi sulla attuale leadership:
i palestinesi sono fermamente convinti che i loro attuali leader li abbiano delusi. Per decenni, la politica palestinese ha ruotato attorno a due fazioni chiave: Fatah, il partito che controlla l’Autorità Palestinese, e Hamas. Gli analisti hanno spesso ipotizzato che un calo del sostegno all’uno si traduca in guadagni per l’altro. Un’Autorità Palestinese riformata sarebbe migliore dello status quo, ma è chiaro che è necessaria una riforma più completa del sistema politico palestinese. Ormai la maggior parte dei palestinesi non sostiene né Hamas né l’Autorità Nazionale Palestinese. Nel sondaggio Arab Barometer dell’ottobre 2025, quando ai palestinesi che vivevano in Cisgiordania è stato chiesto a quale partito politico si sentissero più vicini, il 24% ha indicato Hamas e il 18% ha indicato Fatah; Il 51% ha indicato nessun partito “non lo so” o si è rifiutato di fornire una risposta. Solo il 23% ha dichiarato di avere fiducia nella governance dell’Autorità Palestinese appena un miglioramento rispetto al 19% del 2023. La fiducia nel presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, era ancora più bassa, pari solo al 19%.
L’orribile attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra non gli hanno procurato alcun sostegno nel lungo periodo. In un sondaggio dell’ottobre 2025, solo un terzo circa degli abitanti di Gaza ha espresso fiducia in ciò che resta del governo guidato da Hamas nel territorio.
I palestinesi semplicemente non vogliono nessuno dei due (Hamas o Fatah) per guidarli. Quando è stato chiesto loro chi avrebbero scelto in un’ipotetica elezione legislativa con gli stessi partiti che si erano presentati nel 2006, il 16 % dei palestinesi in entrambi i territori ha scelto Fatah e il 19 % ha affermato che avrebbe sostenuto la lista Cambiamento e Riforma di Hamas. Un totale del 55% ha dichiarato che non sosterrà alcun partito che si sia candidato alle elezioni del 2006 o non voterà affatto. Il blocco più grande nella politica palestinese non è Fatah o Hamas; è quello politicamente alienato. …
Una possibile strada da seguire sarebbe quella di creare un governo tecnocratico per supervisionare la transizione a Gaza. Tra i palestinesi esiste un certo sostegno a tale concetto: secondo un sondaggio PCPSR dell’agosto 2026, il 43 percento di Gaza preferirebbe che il Comitato nazionale proposto dal Consiglio per la pace supervisionasse Gaza nel breve termine, mentre il 34 percento sarebbe favorevole alle elezioni per formare un governo. (In Cisgiordania, il sostegno a entrambe le opzioni è inferiore, pari al 24% per ciascuna.)
Dopo l’esposizione dei dati emersi nel corso della loro indagine, gli analisti di Arab Barometer, nel trarre le conclusioni, non si discostano dalla tendenza ormai ampiamente diffusa di considerare Israele come la principale, se non l’unica, fonte di ostacoli ad una soluzione pacifica del conflitto.
Ma vediamo cosa concretamente dicono gli analisti di Arab Barometer:
… i risultati del Barometro arabo contraddicono fermamente qualsiasi visione della politica palestinese come rigidamente ideologica, impegnata nella vendetta e favorevole alla violenza. Al contrario, i palestinesi sono particolarmente pragmatici —soprattutto a Gaza, dove ci si potrebbe aspettare una radicalizzazione. Non hanno rifiutato l’idea di una soluzione pacifica con Israele. Nonostante la loro disillusione nei confronti dell’Autorità Palestinese, non si rivolgono ad Hamas o alla resistenza violenta. Nonostante l’opposizione palestinese alla soluzione dei due Stati, una percentuale crescente —ora la maggioranza— la desidera e anela a una leadership più capace e responsabile che risponda alle loro esigenze e garantisca sicurezza. …
L’ostacolo più serio al compromesso proviene ora da Israele, e non solo dall’ala destra. …
Esiste una realtà alternativa: la convivenza. È degno di nota, forse persino sorprendente, che i palestinesi che vivono in queste condizioni ( … ) continuino a impegnarsi per una soluzione a due stati. La disponibilità dell’opinione pubblica palestinese al compromesso territoriale e alla pace non è una novità; ma è significativo che sia sopravvissuta, e persino cresciuta negli ultimi tre anni, nonostante ciò che ha sopportato. …
Ora la questione in questione non è se Israele abbia un partner per la pace. La questione è se i palestinesi ne hanno uno. I risultati delle elezioni israeliane del 27 ottobre potrebbero contribuire notevolmente a rispondere a questa domanda.
Il sondaggio presentato nell’articolo di FA e le conclusioni cui giungono gli analisti di Arab Barometer inducono a riflettere su due temi, in teoria distinti ma in pratica strettamente connessi: il tema della pace tra arabi ed ebrei della Palestina, ovvero la chiusura una volta per tutte dell’eterno conflitto tra questi due popoli, e il tema dell’assetto istituzionale da privilegiare.
Premesso che su entrambi i temi quanto risulta dal sondaggio è di straordinaria rilevanza (ci torneremo tra poco) non ci convince la conclusione cui giungono i sondaggisti ovvero che gli ostacoli più seri alla pace verrebbero oggi da Israele e, come precisano, da tutti gli schieramenti politici presenti nello stato ebraico. Affermare che la questione in questione non è più se Israele abbia un partner per la pace è a nostro avviso fuorviante e, comunque, un modo alquanto superficiale di rappresentare le cose. Hamas mantiene ancora il controllo su una buona parte del territorio e sul popolo della Striscia e per quel che è dato sapere non ha cambiato né ideologia né programma. Per come stanno ancora oggi le cose, i rappresentanti ufficiali dei palestinesi di Gaza sono i leader di Hamas e nessun altro (tanto meno al Fatah, cacciato da Gaza nel 2006 con l’accusa di eccessiva moderazione e con una sanguinosa guerra intestina condotta proprio da Hamas, che ha poi vinto le elezioni a larghissima maggioranza mettendo al primo punto del suo programma la distruzione di Israele). Pertanto, a nostro parere, se nelle elezioni politiche israeliane che si terranno il 27 ottobre prossimo dovessero risultare vincitori (come è auspicabile) i partiti attualmente all’opposizione del governo Netanyahu si porrebbe ancora una volta per Israele il difficile problema di trovare un partner per la pace.
Ma al di là delle opinioni dei sondaggisti, quanto emerge dal loro lavoro è, come dicevamo, di straordinaria rilevanza.
Nel territorio palestinese di Gaza dire che si è favorevoli alla pace e pronti al compromesso è già marcare un distacco da Hamas e dal fondamentalismo islamista, ma dichiararsi anche favorevoli alla soluzione a due stati è qualcosa di più, è sancire la sconfitta della strategia riassunta nello slogan “dal fiume al mare”. È compiere il primo passo per riconoscere che il conflitto che per più di un secolo ha caratterizzato i rapporti tra arabi ed ebrei in Palestina ha tratto alimento soprattutto da ragioni puramente ideologiche.
Scegliere oggi l’opzione due stati è quindi anche, direttamente o indirettamente, una sconfessione dell’operato di una leadership che se fosse stata più avveduta, più realisticamente politica, avrebbe potuto compiere tale scelta già 78 anni fa, risparmiando al popolo palestinese l’interminabile serie di lutti e sofferenze che ha dovuto invece patire. È anche (direttamente o indirettamente) una presa di distanza dal bla bla pseudo pacifista che (anch’esso su base ideologica) nelle piazze ha dato sostegno alle scelte di Hamas, nelle università ha pontificato contro la soluzione a due stati proponendo alternative fantasiose quanto inutili, nelle istituzioni internazionali ha lavorato perché il popolo ebreo venisse bollato dello stesso crimine infamante di cui è stato vittima.
Qui ci limitiamo ad aggiungere due brevi note di carattere storico (per rendersi conto della rilevanza di cui sopra):
Prima nota: la soluzione a due stati fu proposta per la prima volta nel 1937 dagli inglesi, all’epoca in cui venivano accusati dalla classe dirigente araba palestinese di bieco colonialismo. Quando fu presentata la proposta da parte della Commissione Peel la classe dirigente araba la rigettò immediatamente ritenendola ingiusta. La proposta assegnava agli arabi l’80% del territorio della regione e agli ebrei il 20%. Gli arabi dissero che nella parte assegnata agli ebrei c’erano i terreni più fertili (senza tener conto che erano stati loro a vendere molto volentieri quei terreni agli ebrei e che in molti casi erano stati gli ebrei a renderli fertili). La verità è che i leader arabi erano propensi a respingere la proposta qualunque fosse il suo contenuto. A nulla è valso il fatto che la Commissione Peel avesse accolto la principale richiesta dei palestinesi, quella di adottare misure per frenare l’immigrazione ebraica. Sarebbe avvenuto qualcosa di analogo per tutte le proposte successive, a partire da quella del 1947 fatta dalle Nazioni Unite con la risoluzione 181, fino ai nostri giorni.
Seconda nota: la storia insegna che fin da prima che nascesse lo stato di Israele la maggior parte dei leader arabi di Palestina si sono impegnati per creare una frattura tra il popolo arabo e il popolo ebreo e, soprattutto, far si che tale frattura non potesse essere sanata (fondandola non su basi concrete, materiali, ovvero su basi rispetto alle quali sarebbe stato possibile prima o poi addivenire a compromessi, ma su basi religiose, su principi assoluti non negoziabili). Tra questi leader spicca la figura di Haj Amin al-Husseini, Gran Mufti di Gerusalemme (la più importante carica religiosa e di fatto anche politica della Palestina) che negli anni 40 si diede da fare (come la costituzione di brigate musulmane all’interno della Waffen-SS) per dare una mano a Hitler e Mussolini nel realizzare il folle disegno di sterminare gli ebrei.
È una storia lunga e complessa, ma una cosa è certa: gran parte della leadership palestinese ha sempre avuto nei suoi sogni e spesso nei suoi programmi la cacciata degli ebrei dalla Palestina. In questa tradizione si colloca anche la corrente politica che ha dato vita verso la fine degli anni ’70 al partito di Hamas (filiazione del partito egiziano dei Fratelli Musulmani) la cui base ideologica è un Islam fondamentalista e antisemita.
Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons
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