Magnifica humanitas, luci ed ombre /8

CONCLUSIONE
Paragrafi: “Il Verbo si è fatto carne”, “Un solo corpo in Cristo”, “Il cantiere del nostro tempo”, “Il canto della speranza: il Magnificat”.

La “Conclusione” di Leone XIV propone il commento finale alle analisi politiche, sociali, economiche e soprattutto antropologiche dei capitoli precedenti, alla luce dell’interpretazione cattolica dei Vangeli e della Tradizione della Chiesa di Roma. Senza soffermarci su ciò che appartiene strettamente alla fede cattolica, cioè gran parte della Conclusione, sottolineiamo un nodo teorico, già presente anche nei capitoli precedenti dell’enciclica. Esso riguarda il concetto in cui si ribadisce, come visione antiumana, il paradigma tecnocratico per il quale la pienezza della vita consisterebbe “nel ridurre la fragilità”.

Due domande a papa Prevost: che cosa intende con “fragilità “? In secondo luogo, perché mai il “ridurre la fragilità umana” debba per forza coincidere con una filosofia narcisistica e superficiale che proclama la pienezza della vita nell’efficienza del corpo, come successivamente afferma il papa? Perché non pensare che l’obiettivo che potrebbe animare la “riduzione della fragilità” possa consistere nel consentire una vita spirituale più profonda? Perchè non valutare la “riduzione della fragilità” come occasione affinché l’umanità abbia accesso al “pane” necessario (lavoro, salute, scuola, qualità di vita e innalzamento della stessa) per potersi concentrare sulle “rose” dell’arte, della filosofia, della stessa religione, delle scienze? 

Il principale problema interpretativo da parte del lettore consiste nel fatto che il papa usa almeno sette diversi significati di “fragilità” (determinati dal contesto di riferimento), alcuni di essi sono, più o meno esplicitamente, giudicati negativamente, quindi, si presume, da ridurre se non, dove è possibile, da eliminare.  Usare perciò il termine “fragilità” in generale, come avviene ancora nella “Conclusione”, è poco corretto perché non chiarisce le idee di chi legge su quale sia il contesto di riferimento della citata  “fragilità”. 

La mancanza di sistematicità espositiva e di approfondimento esplicativo da parte di Leone XIV ci ha costretto ad interpellare la I.A con il seguente risultato: nell’enciclica appare una sola volta il sostantivo “fragilità” al plurale, cinque volte al singolare, una volta l’aggettivo “fragile” al singolare e sei volte al plurale. A  queste declinazioni del lemma “fragilità”corrispondono -come già scritto e come conferma Chat GPT- numerosi ambiti di riferimento (almeno sette) rispetto ai quali il giudizio del papa non è sempre identico, e non sempre espresso con chiarezza.

Andiamo in ordine: nell’enciclica appare la “fragilità” dell’uomo di fronte alla grandezza della Divinità, poi è presente la “fragilità” in senso esistenziale, la “fragilità” legata all’economia, la “fragilità” a livello sociale, la “fragilità” riguardante la componente psico fisica dell’uomo, la “fragilità” riferita alle istituzioni e alle forme di governo, la “fragilità” del nascituro. Siccome tutte queste “fragilità”, anche a parere di Leone XIV, non hanno lo stesso valore semantico (positivo, neutro, negativo), quando egli non definisce a quale contesto la “fragilità” fa riferimento (non può infatti riguardare tutti questi ambiti visto che sono di segno opposto) propone un concetto profondamente ambiguo. Manca la chiarezza nell’argomentare dove la “riduzione delle fragilità”, semanticamente e contestualmente circoscritta, comporterebbe dipendenza e degrado, quindi da contrastare, dove invece consentirebbe la possibilità di apertura alle relazioni, quindi da accettare se non favorire.

Nella “Conclusione” il tema della fragilità viene recuperato positivamente alla luce di un Dio che si è fatto uomo (Cristo Gesù), fragile e sofferente, e che ha reso degno dell’umanità l’aspetto della fragilità, della quale essa non deve vergognarsi di fronte al Creatore. La premessa per poter accettare questo pensiero consiste in un atto di fede riguardante sia il fatto che Gesù abbia accolto come desiderabile lo stato di fragilità (ricordiamoci i suoi miracoli per sollevare le persone da malattie e dolori) sia che egli sia stato l’incarnazione di un Dio. Commoventi sono le parole di papa Francesco a questo proposito, durante l’Angelus del 3 gennaio 2021: “ Dio si è fatto fragilità per toccare da vicino le nostre fragilità. Dunque, dal momento che il Signore si è fatto carne, niente della nostra vita gli è estraneo. Non c’è nulla che Egli disdegni, tutto possiamo condividere con Lui, tutto. Caro fratello, cara sorella, Dio si è fatto carne per dirci, per dirti che ti ama proprio lì, che ci ama proprio lì, nelle nostre fragilità, nelle tue fragilità; proprio lì, dove noi ci vergogniamo di più, dove tu ti vergogni di più…”. Indubbiamente consola il credente sapere che questo Dio vuole accogliere ognuno di noi con tutte le sue debolezze, e nessun progresso scientifico e nessuna filosofia agnostica hanno qualche interesse a contestare questa credenza. 

Mettiamo quindi da parte la fragilità umana di fronte all’infinita grandezza della Realtà Assoluta e alla sua Misericordia, altrettanto infinita perché in grado di accogliere ogni nostra fragilità e cerchiamo di vedere in quali altri sensi ne parla l’enciclica. Prima ancora tuttavia definiamo il significato universalmente condiviso – da atei, agnostici, credenti- di “fragilità esistenziale”, quella di chi sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Il senso di precarietà di ogni nato, il cui inevitabile futuro è la morte, appartiene al concetto di “fragilità” e non è in discussione, neppure da un serio paradigma scientifico che intenda ridurre/eliminare qualche “fragilità” umana (almeno quel paradigma basato sulle verifiche sperimentali e non sulle fantasie visionarie). 

Accogliamo volentieri il giudizio negativo di “fragilità”, che Leone XIV attribuisce a sistemi economici posti ai margini dello sviluppo e bisognosi di un radicale miglioramento delle condizioni di vita da loro consentite.  Quindi ripetiamo, a scanso di equivoci “pauperistici”: le persone “fragili” (intesi come i poveri, gli esclusi, i deboli socialmente) devono fuoriuscire dalla loro condizione di vulnerabilità perché essa non è affatto “naturale” e ineluttabile, ma dipende da condizioni storiche e da scelte politiche. La fragilità in senso economico (i lavoratori espulsi dalla tecnologia, i precari, i sottopagati, ecc.), e la fragilità in senso sociale (i poveri,gli emarginati, le masse del terzo e quarto mondo)  vivono in una condizione che deve essere contrastata e, dove è possibile, estirpata alle radici, non mantenuta attraverso nuove forme di sfruttamento o per mezzo di un assistenzialismo senza prospettive se non il prolungamento dello stato di dipendenza. 

Anche la “fragilità” dei diritti umani la cui conquista non è irreversibile, così come la “fragilità” delle istituzioni democratiche appaiono nell’enciclica come situazioni ed elementi che necessitano una continua attenzione e cura per essere irrobustiti e rafforzati. “Avere cura”, come chiede papa Prevost, dei diritti delle persone e degli enti (in particolare degli organismi della democrazia) cresciuti nella “fragilità” di condivisioni popolari soggette a capovolgimenti di scelta, significa, a nostro parere, aiutarli ad essere resilienti, più forti, meno vulnerabili, per consentire una sempre più piena esplicitazione della loro realizzazione e diffusione nel mondo. 

Dove invece il termine “fragilità” viene, secondo noi, usato in maniera erronea perché idealizzata riguarda l’ambito fisico/psicologico, che si intravede (l’accenno ai malati e agli anziani) senza essere definito in maniera rigorosa e chiara. Nell’enciclica, in questo specifico caso,  la parola “fragilità” è posta sullo stesso piano della “fragilità di fronte all’Infinito” e della “fragilità esistenziale”, le quali sono entrambe compresenti nel significato del vocabolo “umano”, (dire “uomo” significa presupporre sia una limitazione sia un futuro di morte) e che sono ineliminabili da esso. Allora questa fragilità fisico/psicologica, che tuttavia non viene sempre esplicitata, si confonde nella sua genericità con le due precedenti, e  – per essere stata romanticamente rappresentata come l’occasione, senza ombre contrastanti, della crescita delle relazioni, della sensibilità e della carità umana- diventa uno sproposito. 

L’esempio più eclatante di “fragilità psico fisica” è nell’enciclica rappresentato dalle figure dell’anziano e del malato (entrambi accostati esplicitamente due/tre volte al termine “fragilità”e “vulnerabilità”). Chiediamoci ora che cosa significa per un malato e per un anziano l’ascolto di questa frase: “edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere”? Se ci si riferisce alle prime due “fragilità”, quella di fronte a Dio e quella esistenziale, una scienza ed una medicina responsabili devono soltanto prendere atto della loro estraneità davanti all’Infinito e della loro impotenza di fronte alla morte. Se invece l’enciclica si riferisce a qualcuna delle altre “fragilità” (in particolare quella psico fisica) dovrebbe spiegare il motivo per cui bisogna “accettarle”, perché non basta scrivere che si riconosce nella “fragilità” il luogo in cui maturano la relazione, la cura e l’apertura a Dio e all’altro. Infatti la qual cosa è senz’altro possibile, ma non è un motivo sufficiente per non cercare di ridurre le “fragilità”. Sarebbe come dire che la carità nel donare un pezzo di pane è possibile solo se vi è qualcuno senza lavoro ed indigente, ma non per questo decidiamo di mantenere la disoccupazione e la povertà, anziché tentare di abolirle o almeno limitarle. 

Consideriamo ancora la situazione del  malato: curare una malattia e restituire la salute non comporta necessariamente realizzare la pienezza di vita se, come sosteniamo assieme a  Leone XIV, una vita piena si basa sulla capacità amorevole di relazione e sull’empatia tra le persone. La salute o semplicemente il miglioramento psico fisico della persona non escludono tuttavia che il soggetto possa percorrere la strada verso una vita meno dipendente e non necessariamente illusoria. D’altronde le condizioni di “fragilità” psicofisica, di dipendenza mentale, di scarsa autonomia di movimento, non sono sempre (e neppure spesso, come sostiene l’enciclica) la condizione più favorevole per aprirsi al mondo in maniera positiva, ma semmai piuttosto frequentemente si verifica l’opposto. Certe “fragilità” psico fisiche sono invalidanti per il soggetto che le subisce  e a cui abbiamo il dovere di fornire, quando ci sono, le alternative di miglioramento.

Quando Leone XIV scrive: “ Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite.”  il papa cancella del tutto la validità dello stesso discorso rovesciato. La malattia dell’ alzheimer e l’incapacità psicologica di un depresso fanno parte del limite della “fragilità psicofisica”, e sono l’ostacolo principale al “fiorire di una relazione”. Infatti il limite della “fragilità” psico – fisica si presenta almeno altrettanto frequentemente – per quanto ne pensi Leone XIV- come un ostacolo alla relazione umana. L’esempio di Viktor Frankl, lo psicologo sopravissuto al lagher nazista e che nella condizione estrema di disumanizzazione ha mantenuto la sua libertà interiore e una grande ricchezza spirituale non ci fa dimenticare, purtroppo, l’esempio degli altri numerosi uomini che, nelle sue stesse condizioni, sono precipitati nella disperazione o hanno fatto emergere gli aspetti più riprovevoli del proprio ego..

Se per ogni esempio di uso positivo della “fragilità” menzionato dal papa esiste il contro esempio significa, a nostro parere, che è necessario vedere nella “fragilità”, in particolare psico fisica, a cui ogni umano è potenzialmente soggetto, un evento di cui non dobbiamo generalizzare la portata positiva o negativa, ma che dobbiamo – direbbe Francesco – analizzare e discernere caso per caso. 

Soprattutto evitiamo di considerare la “fragilità” psico fisica come una specie di essenza naturale, fatale e irrimediabile, stabilita in ogni dettaglio fin dall’eternità, ma vediamola per quello che è nella realtà:  un elemento costitutivo della storia concreta dell’umanità e del singolo essere e che viene di volta in volta definito “fragilità limite” quando la scienza non trova soluzioni, quindi secondo i parametri scientifici e culturali dell’epoca.  

Noi volentieri possiamo, assieme a Leone XIV, sostenere che l’uomo è “fragile” di fronte all’Infinito (chiamato in diversi modi, Dio, Realtà Prima, Natura, ecc) ed è “fragile” di fronte alla certezza della morte. Sono due tipologie di fragilità su cui l’umanità può solo praticare filosofia, teologia, poesia o letteratura, per potersene fare conseguentemente una ragione. Tutte le altre “fragilità” presenti nell’enciclica presentano ampi margini di riduzione (l’eliminazione “assoluta e definitiva” lasciamola agli utopisti) perché nei loro confronti – cioè in campo economico, sociale, istituzionale, sul terreno della giustizia e dei diritti umani, della salute  dell’uomo e della Casa comune – l’ingegno umano può sviluppare progetti mirati almeno alla riduzione dei danni provocati dalle “fragilità”. 

La nostra conclusione: la natura della specie umana non è definibile se non come “possibilità di scelta” per cui questa specie particolare che è l’umanità potrà oggi e in futuro progredire sulla strada del controllo delle malattie e della creazione di condizione di salute per tutti gli esseri umani . Il limite dell’asticella oltre la quale eticamente non si può andare sarà stabilito di volta in volta, con “discernimento”. Con una premessa necessaria: le cure siano poi a disposizione di tutti, come ha sempre cercato una medicina responsabile, per esempio attraverso i vaccini, e non per una élite di privilegiati.

Una risposta diversa merita una considerazione posta da Leone XIV all’interno del tema della “fragilità”, mentre avrebbe avuto bisogno di un momento di specificazione separata. Si tratta della risposta al settimo significato di “fragilità”, quello riguardante i futuri nati:  “… se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a immaginare “sacrifici necessari”, e a far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie.” Il doveroso contrasto nei confronti dell’eugenetica e la valutazione bioetica della medicina richiedono, data la loro complessità ed i necessari “distinguo”,  un approfondimento da fare in altra sede.

Concordiamo sul fatto che l’attenzione ai «più fragili» – intesi come chiunque non corrisponda all’ideale di efficienza e di potenziamento promossi da una certa cultura tecnocratica –  diventi uno dei criteri fondamentali per giudicare la bontà dello sviluppo tecnologico e dell’intelligenza artificiale; il vero progresso si misura sul riconoscimento della dignità di ciascuno e sulla solidarietà tra gli umani. Non ridurre mai l’altro a mezzo, ma trattarlo sempre come un fine, scriveva Kant. Contemporaneamente, dal punto di vista filosofico generale,  ribadiamo che la fragilità non va protetta (va protetta la persona, non la sua fragilità) e tanto meno coltivata, va usata come mezzo provvisorio per andare avanti, non per crogiolarsi al suo interno.

Immagine in evidenza: Fortepan / Lili Jacob from wikimedia commons – public domain

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