Alle radici del conflitto (breve excursus storico) / 7      
Dalla seconda Intifada alla seconda Guerra di Gaza

Dopo che il popolo arabo della Palestina aveva ufficialmente rinunciato, attraverso il pronunciamento del suo leader più importante (il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Arafat), alla costituzione di un proprio Stato sul territorio della Cisgiordania e di Gaza (erano questi i territori assegnati dalle Nazioni Unite nel 1947), diventava più difficile, se non impossibile, impedire la costruzione di nuovi insediamenti ebraici. Gli insediamenti aumentavano. Ed aumentavano le tensioni, specie dopo il gesto sconsiderato compiuto nel settembre del 2000 dal capo dell’opposizione Ariel Sharon.

La provocatoria passeggiata di Sharon accompagnato dalla sua guardia del corpo sulla Spianata delle Moschee (dove sorgono due antiche moschee: al-Aqsa e la Cupola della Roccia, considerate dai musulmani importanti luoghi sacri) fu il fattore scatenante di una nuova ondata di rivolte, la cosiddetta seconda Intifada. Anche la seconda Intifada si protrasse per lungo tempo. Fu caratterizzata da una violenza molto più intensa rispetto alla prima, con un maggiore uso di armi da fuoco e attentati suicidi da parte di gruppi palestinesi.

Le Intifada furono solo delle rivolte spontanee?
No. In quelle rivolte si combinarono aspetti di spontaneità e aspetti di pianificazione.

In ciascuna di esse vi fu un momento iniziale con caratteristiche di rivolta spontanea cui hanno fatto seguito fasi nelle quali la rivolta era guidata da gruppi e organizzazioni politiche, paramilitari e persino terroristiche. Nella prima Intifada un ruolo importante nel dirigere la rivolta e nel fornire una struttura di sostegno alla mobilitazione fu svolto dal Comitato di Coordinamento dell’Intifada legato all’OLP. Nella seconda Intifada un ruolo analogo fu svolto dai gruppi armati di Hamas, al-Fath e la Jihad Islamica Palestinese.

Le intifada furono una ghiotta occasione per Hamas per sottrarre potere e influenza all’OLP, all’ANP e (ri)proporre un islamismo radicale infarcito di antisemitismo e di incitazione al genocidio verso il popolo ebreo come la via maestra per la soluzione del conflitto. Un film già visto  tra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso (con protagonisti d’eccezione come il Gran Mufti di Gerusalemme e il Cancelliere del Terzo Reich).

Ma andiamo con ordine.

Nei primi anni del nuovo secolo, nonostante il contesto generale fosse caratterizzato da violenze, continui scontri e attentati, alcuni tentativi per non abbandonare definitivamente la via aperta dagli accordi stipulati a Oslo furono fatti.
Il primo a provare a rilanciare il processo di pace fu, ancora una volta, i presidente americano Clinton (in uscita) che promosse il Summit di Taba. In questa località del Sinai, in Egitto, dal 21 al il 27 gennaio 2001 si svolsero colloqui di pace tra una delegazione israeliana guidata dal primo ministro Ehud Barak  e una delegazione palestinese guidata dal presidente dell’ANP Arafat. Lo scopo era quello di riprendere i negoziati sullo “status finale” (cioè sulla soluzione definitiva del conflitto) sulla base dei “Parametri di Clinton” (un insieme di parametri di base per una soluzione permanente del conflitto proposti dal presidente americano).

In sostanza gli israeliani erano disposti a concedere: il 94-96% della Cisgiordania e a fare uno scambio di terre per compensare la parte mancante, mantenendo solo alcuni insediamenti; una sovranità limitata su Gerusalemme Est; un rimpatrio dei rifugiati palestinesi in parte nel nuovo stato e in parte in Israele e in altri Stati.
Nonostante alcuni progressi significativi, non si giunse a un accordo definitivo. Ai palestinesi sembrava che le proposte israeliane offrissero poche garanzie di  reale sovranità per il nuovo Stato, mentre gli israeliani dopo l’esperienza di Camp David nutrivano scarsa fiducia nelle reali intenzioni di Arafat. La maggiore distanza tra le parti riguardava alcuni punti che Arafat aveva posto come “questioni di principio”: il diritto al ritorno di tutti i rifugiati palestinesi, la rimozione di tutti gli insediamenti e il totale controllo su Gerusalemme Est.  
Influirono negativamente anche alcuni elementi di contesto: intanto il fatto che Barak era in piena (e difficile) campagna elettorale e il suo avversario, Sharon, contrario al fatto che si facessero molte concessioni, era ampiamente in testa nei sondaggi (Sharon vincerà le elezioni e da lì a tre mesi succederà a Barak alla guida del governo e adotterà una linea molto più rigida); e poi l’andamento particolarmente violento che stava assumendo la seconda Intifada.

Probabilmente Arafat avrebbe opposto un rifiuto formale anche alla proposta di pace basata sui Parametri Clinton, ma non ne ebbe concretamente l’occasione perché il Summit di Taba fu “interrotto” improvvisamente, a causa degli impegni di Barak nelle imminenti elezioni politiche in Israele, senza che si giungesse ad alcuna conclusione.

A conferma del fatto che comunque quelli di Taba furono i negoziati che più di tutti gli altri si erano avvicinati ad un accordo, i negoziatori rilasciarono alla fine una “dichiarazione congiunta” nella quale affermavano di essere riusciti a ridurre in modo significativo le distanze su molte questioni fondamentali.

Ma la situazione diventò presto più complicata.

A Barak, il capo di governo che più di tutti si era impegnato per giungere ad un accordo di pace “definitivo”, era subentrato Sharon, noto per le sue posizioni dure nei confronti dei palestinesi e poco incline a fare compromessi. Mentre l’Intifada si faceva sempre più violenta.

Nel 2002, nel solo mese di marzo vi furono dodici attentati suicidi contro civili israeliani che provocarono 81 vittime. Il più grave si verificò il 27 marzo al Park Hotel di Netanya: l’attentatore, travestito da donna, riuscì ad eludere i controlli e raggiungere l’affollata sala da pranzo portando con sé una valigia carica di esplosivo, che attivò uccidendo 28 persone e ferendone gravemente 142 (altre due persone morirono successivamente a causa delle ferite riportate). L’attentato fu rivendicato da Hamas con queste parole: “Questo attentato è un tentativo di inviare una lettera, un messaggio, a tutto il mondo che stiamo tentando di combattere per la nostra libertà contro il governo terrorista di Sharon in Israele”.

Sharon dichiarò subito lo stato di emergenza e avviò una operazione anti terrorismo denominata “Scudo difensivo”. L’operazione interessò varie città della Cisgiordania individuate dalle autorità israeliane come centri di affiliazione per gruppi terroristici (come il Movimento per il Jihad islamico in Palestina, le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa ed Hamas) compresa la capitale Ramallah (dove fu posto sotto assedio il quartier generale di Arafat). Il capo di Hamas responsabile dell’organizzazione dell’attentato di Netanya fu ucciso demolendo la casa in cui si nascondeva nella città di Tubas; gli altri militanti di Hamas implicati nella organizzazione ed esecuzione dell’attentato furono tutti identificati e, nel corso degli anni successivi, catturati.

L’operazione che fece più scalpore presso l’opinione pubblica internazionale fu quella riguardante la città di Jenin, perché all’esercito israeliano furono rivolte gravi accuse (come quella di aver perpetrato un massacro) che poi si sarebbero rivelate del tutto prive di fondamento.

La “battaglia di Jenin”, infatti, fu spesso descritta dai mas media  come il “massacro di Jenin”.
Ebbe luogo, nel contesto della più generale operazione “Scudo Difensivo”, presso il campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, dall’1 all’11 aprile 2002. Il campo ospitava allora circa 14.000 rifugiati palestinesi.

Secondo rapporti in mano ad Israele il campo era “servito come punto di lancio per numerosi attacchi terroristici contro civili, città e villaggi israeliani della zona”. Secondo i calcoli di Israele, almeno 28 attentatori suicidi erano stati inviati dal campo di Jenin dal 2000 al 2003 durante la Seconda Intifada.

I militanti del campo, circa 200 uomini armati, includevano membri della Brigata dei Martiri di al-Aqsa, del Tanzim, della Jihad islamica Palestinese (PIJ) e di Hamas. Le organizzazioni militanti di Jenin erano coordinate da un ufficiale delle Forze Nazionali e Islamiche Palestinesi che aveva un’ampia esperienza militare.
I combattenti palestinesi, anticipando lo scontro, avevano disseminato tra le 1.000 e 2.000 bombe e “trappole esplosive” in tutto il campo. Circa 50 case erano state riempite di tali trappole. Si trattava di case di uomini ricercati da Israele, prevedendo che sarebbero stati obiettivi primari per i soldati. Bombe più potenti con detonatori a distanza erano state nascoste nei bidoni della spazzatura per strada e nelle auto dei ricercati.

Le forze israeliane marciarono su Jenin il 2 aprile. Secondo fonti israeliane, l’IDF ha cercato di basare la sua incursione nel campo principalmente sull’uso della fanteria, nel tentativo di ridurre al minimo le vittime civili. Inoltre, prima dell’inizio dei combattimenti, aveva utilizzato altoparlanti che trasmettevano in arabo per sollecitare la gente del posto a evacuare il campo (alle donne e ai bambini fu permesso di trasferirsi nei villaggi sulle colline circostanti o nelle città vicine). La stima fu che circa 11.000 se ne erano andati. Secondo i numeri riportati dalla giornalista Stephanie Gutmann, nel campo rimasero 1.200 persone (ma era impossibile dire quanti di loro fossero combattenti).

Dopo che una colonna israeliana era caduta in un’imboscata, l’IDF intensificò l’uso di bulldozer corazzati per eliminare le trappole.
 
Dopo i primi giorni di scontri violenti, Ahmed Abdel Rahman, segretario dell’Autorità Palestinese, dichiarò all’UPI (United Press International) che il numero di morti era salito a varie migliaia. Queste dichiarazioni contribuirono a diffondere nei media internazionali storie di centinaia di civili uccisi nelle loro case mentre queste venivano demolite, alimentando un’immagine di vasta distruzione e di grande perdita di vite umane.

I combattenti palestinesi continuavano a resistere tenacemente nel campo di Jenin, contrariamente alle aspettative israeliane. Alcuni ufficiali dell’IDF proposero l’impiego di jet F-16 per bombardare il campo, ma tale richiesta fu respinta dall’Alto Comando. Una dozzina di bulldozer e veicoli corazzati avanzarono nel nucleo del campo, distruggendo le roccaforti dei militanti.

Alle 7:00 dell’11 aprile i palestinesi iniziarono ad arrendersi. Molti dei combattenti erano stati uccisi o catturati. L’IDF dichiarò che non avrebbe ritirato le sue truppe dal campo di Jenin fino al recupero dei corpi dei palestinesi deceduti, per poi trasferirli nei “cimiteri dei terroristi”.
In risposta a una petizione presentata dall’organizzazione Adalah, l’Alta Corte israeliana ha ordinato all’IDF di sospendere la rimozione dei corpi dei palestinesi uccisi in battaglia fino a dopo un’udienza sulla questione. Uno dei numerosi firmatari della petizione sostenne che la rimozione dei corpi violava il diritto internazionale e aveva lo scopo di occultare la verità sugli eventi accaduti. L’IDF interruppe lo sgombero.

Il presidente dell’OLP Yasser Arafat, visitò Jenin (e altre città della Cisgiordania colpite dall’operazione Scudo Difensivo) elogiò la resistenza dei rifugiati e paragonò i combattimenti a quelli della battaglia di Stalingrado. Rivolgendosi a circa 200 persone riunite a Jenin, disse: “Popolo di Jenin, tutti i cittadini di Jenin e del campo profughi, questa è Jeningrad. La vostra battaglia ha aperto la strada alla liberazione dei territori occupati“. La battaglia divenne nota tra i palestinesi come “Jeningrado”.

Durante l’invasione, i rapporti sul numero delle vittime variavano ampiamente e fluttuavano di giorno in giorno:
Il 10 aprile, la BBC ha riferito che Israele stimava che 150 palestinesi fossero morti a Jenin, e i palestinesi affermavano che il numero era molto più alto; l’11 aprile, secondo la CNN i palestinesi avevano subito perdite di 500 uomini, mentre le agenzie di soccorso internazionali dicevano forse 200; Il 12 aprile, Il segretario generale dell’Autorità Palestinese, Ahmed Abdel Rahman, ha affermato che migliaia di palestinesi erano stati uccisi e sepolti in fosse comuni, o giacevano sotto le case distrutte a Jenin e Nablus; Il 14 aprile, Haaretz ha riferito che il numero esatto dei palestinesi morti era ancora sconosciuto, ma che l’IDF aveva stimato il bilancio tra 100 e 200.

Ben Wedeman (della CNN) ha osservato che i suoi sforzi per verificare in modo indipendente le affermazioni erano stati fino a quel punto vani poiché i soldati israeliani impedivano alla stampa di entrare nel campo.
Human Rights Watch ha riferito dei palestinesi uccisi: “molti di loro sono stati uccisi volontariamente o illegalmente, e in alcuni casi hanno costituito “crimini di guerra“.

La battaglia ha attirato pertanto un’ampia attenzione internazionale. Reporter di vari media internazionali hanno citato residenti locali che hanno descritto case demolite con i bulldozer con le famiglie ancora all’interno, elicotteri che sparavano indiscriminatamente su aree civili, alle ambulanze veniva impedito di raggiungere i feriti,  esecuzioni sommarie di palestinesi, e storie di corpi che venivano portati via con i camion o abbandonati nelle fogne e demoliti con i bulldozer.

Durante e immediatamente dopo la battaglia, anche le Nazioni Unite e diverse ONG per i diritti umani hanno espresso preoccupazione per la possibilità di un “massacro”. Un esperto forense britannico che faceva parte di una squadra di Amnesty International a cui è stato concesso l’accesso a Jenin il 18 aprile ha dichiarato: “le prove davanti a noi in questo momento ci portano a credere che le accuse siano vere e che quindi ci sia un grande numero di civili morti sotto queste rovine demolite e bombardate che vediamo.”

In una sua dichiarazione il ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres esprimeva preoccupazione per il fatto che la propaganda palestinese considerasse quella di Jenin un massacro mentre in realtà si trattava di “una battaglia campale contro terroristi pesantemente armati”. E si disse d’accordo ad accogliere un funzionario dell’ONU “per chiarire i fatti”.
Il 17 aprile l’UNRWA ha istituito squadre per utilizzare gli elenchi del censimento per vedere cosa fosse accaduto ad ognuno dei circa 14.000 palestinesi ritenuti residenti nel campo il 3 aprile 2002. Nel giro di cinque settimane tutti i residenti tranne uno furono rintracciati.Il 30 luglio, l’ONU ha pubblicato un rapporto in cui indicava che erano stati uccisi 52 palestinesi e che era possibile che almeno la metà di loro fossero civili.
Sulla base dei dati forniti dall’ospedale di Jenin e dall’IDF, funzionari israeliani hanno stimato (dati definitivi) che siano stati uccisi 52 palestinesi: 38 uomini armati e 14 civili.

Proprio nel 2002 Israele cominciò a costruire un muro una “barriera di separazione” dalla Cisgiordania, un tracciato di 730 Km lungo il quale si alternano tratti di muro e reticolato con porte elettroniche. Una costruzione che Israele considerava (e considera) un mezzo di difesa dal terrorismo, uno strumento di sicurezza, ma i palestinesi lo chiamano “muro dell’”apartheid” o “muro di separazione razziale”.

Alcuni governi, alcune organizzazioni per i diritti umani e attivisti pro-palestina dicono che la barriera non segue il confine riconosciuto a livello internazionale ma penetra in territorio palestinese; le condizioni di vita di molti palestinesi si sono aggravare perché la barriera limita la loro libertà di movimento e rappresenta un’estensione della politica di controllo e occupazione sui territori palestinesi, consolidando una divisione che mina le prospettive di una soluzione a due Stati.

È naturale che i palestinesi non amino la barriera come è naturale che un muro non aiuti ad unire. Le autorità israeliane non sostengono il contrario. Sostengono che la barriera ha significativamente ridotto il numero di attentati suicidi e altre forme di violenza provenienti dalla Cisgiordania. E in effetti già dopo l’inizio della sua costruzione il numero di attacchi si è ridotto drasticamente. Inoltre Israele ha sempre affermato che la barriera non intendeva definire un confine politico permanente ma piuttosto fungere da misura temporanea di deterrenza.

Tuttavia, la Corte Internazionale di Giustizia (CIJ) nel 2004 ha emesso un parere consultivo in cui dichiara che la costruzione della barriera in territorio occupato è contraria al diritto internazionale e ha chiesto la sua rimozione. Anche organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno criticato il muro come una violazione dei diritti umani.

Si torna a parlare di pace possibile

Alla fine di giugno 2002, anche il nuovo presidente americano, George W. Bush, volle tentare di riaprire la via negoziale alla pace delineando una “Road Map for Peace” cioè un percorso per giungere alla creazione di uno “Stato di Palestina” indipendente che potesse vivere fianco a fianco con Israele, in pace. Alla guida del processo un “quartetto” composto da: Usa,  Russia, Unione Europea e  Nazioni Unite.

Una Road Map operativa e mirata, con fasi distinte, tempi di attuazione, scadenze e capisaldi specifici. Essa mirava a conseguire avanzamenti in campo politico, economico, umanitario e in quello della sicurezza e della creazione di istituzioni, sotto l’egida del Quartetto. Obiettivo finale: la completa risoluzione del conflitto israelo-palestinese entro il 2005.

La Road Map prevedeva tre fasi. Qui di seguito per sommi capi:

  • prima fase entro maggio 2003: fine del ricorso al terrorismo da parte dei palestinesi e introduzione di riforme politiche in senso democratico; stop agli insediamenti e smantellamento di quelli costruiti dopo il marzo 2001. Il passaggio alla Fase II basato sul giudizio consensuale del Quartetto, prendendo in esame i comportamenti di entrambe le parti e valutando l’esistenza delle condizioni appropriate per procedere.
  • seconda fase entro giugno 2003 – dicembre 2003:  creazione di uno stato palestinese sovrano e indipendente con frontiere provvisorie, basato sulla nuova costituzione quale fase transitoria verso una soluzione definitiva.
  • terza fase entro 2004-2005: accordo sullo status permanente e fine del conflitto israelo – palestinese. “Un accordo complessivo che porrà fine al conflitto israelo-palestinese nel 2005, mediante un accordo negoziato tra le parti, sulla base delle risoluzioni 242, 338 e 1397 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che porrà fine all’occupazione iniziata nel 1967 e che comprenderà una soluzione concordata, giusta, equa e realistica sulla questione dei profughi, e una risoluzione negoziata sullo status della città di Gerusalemme che prenda in debita considerazione gli interessi politici e religiosi di entrambe le parti e protegga la cultura religiosa di ebrei, cristiani e musulmani a livello mondiale, realizzando la visione politica di due stati: Israele e uno stato palestinese sovrano, indipendente, democratico e vitale, coesistenti l’uno a fianco dell’altro in pace e in sicurezza”.

Sebbene, in piena Intifada, la proposta di pace del presidente americano potesse apparire velleitaria, in realtà fu ben accolta sia dall’Autorità Nazionale Palestinese sia dal Governo israeliano. Persino il “falco” Sharon giunse a dire (scioccando la comunità israeliana) “Penso che l’idea di tenere tre milioni e mezzo di Palestinesi sotto occupazione sia una cosa assurda per Israele, per i palestinesi ed anche per l’economia Israeliana” (poi corresse la parola “occupazione” con l’espressione “la disputa dei territori”).

Quelli che più avversavano l’idea della “Road Map” (insieme ai gruppi del fondamentalismo ebraico) furono i gruppi estremisti palestinesi, primo fra tutti Hamas cui invano il primo ministro dell’ANP Abu Mazen cercherà di fargli accettare il cessate il fuoco. Hamas, in perfetta sintonia con le autorità iraniane che consideravano il piano di pace “un grande inganno”, ha dichiarato: “Noi esigiamo l’arresto dell’aggressione israeliana in tutte le sue forme prima di sospendere le nostre operazioni di martirio”.

Gli incontri più significativi nell’ambito della “Road Map for Peace” furono quelli svoltisi ad Aqaba in Giordania e ad Annapolis negli Stati Uniti.

Ad Aqaba nel 2003 ci fu un incontro bilaterale tra il primo ministro palestinese Abu Mazen e il primo ministro israeliano Ariel Sharon in presenza del presidente americano George W. Bush, il quale sperava anche di rafforzare la posizione di Abu Mazen rispetto al suo presidente nonché presidente dell’OLP, Yasser Arafat, del quale gli americani si fidavano poco.

Il presidente americano nell’intervento conclusivo dei lavori si è dichiarato ottimista in relazione agli impegni assunti dai due interlocutori.

Sharon si è detto favorevole alla “costituzione di uno stato palestinese entro confini provvisori” ma, ha aggiunto  “non ci potrà essere pace senza l’eliminazione del terrorismo, della violenza, e della incitazione all’odio verso Israele”. Ha anche affermato che il governo israeliano “rimuoverà fin da subito gli insediamenti non autorizzati” e che personalmente comprendeva la necessita, per il nuovo stato, che vi fosse ”una continuità territoriale”.

Anche nelle dichiarazioni di Abu Mazen vi furono degli elementi di novità: “Noi palestinesi – ha detto – dobbiamo  rinunciare alla violenza perché la violenza è contro la nostra religione e rappresenta un ostacolo alla realizzazione dei nostri obiettivi”. “Noi condanniamo il terrorismo e facciamo appello a tutti i nostri partner in questa guerra per far sì che non venga data assistenza finanziaria e finanziamenti a coloro che vogliono perpetrare atti terroristici. Riattiveremo e rinvigoriremo il dialogo tra la Palestina, Israele e gli Stati Uniti contro l’incitamento alla violenza».

L’appello del premier Abu Mazen a porre fine all’Intifada armata fu respinto dalle altre organizzazioni della “resistenza” palestinese: Hamas, la Jihad Islamica e l’FPLP (Fronte Popolare di Liberazione della Palestina)
che, fino ad allora, rappresentavano comunque una minoranza.

Nel febbraio 2004, Sharon espose in un discorso pubblico un suo Piano di disimpegno unilaterale dalla Striscia di Gaza, che era considerata una zona ad alta tensione per i frequenti attacchi contro soldati israeliani e civili.

Sharon credeva che il disimpegno avrebbe migliorato la sicurezza di Israele e ridotto le pressioni internazionali, in particolare quelle degli Stati Uniti.
L’opinione pubblica israeliana fu profondamente divisa: la destra considerava il ritiro una concessione ai palestinesi mentre la sinistra accusava Sharon di non aver negoziato un accordo bilaterale.

L’esercito israeliano pianificò l’evacuazione di circa 9.000 coloni israeliani da 21 insediamenti a Gaza e da 4 insediamenti nella Cisgiordania settentrionale.
Ai coloni furono offerti indennizzi per facilitare il trasferimento. Molti di loro opposero resistenza, con proteste che richiesero l’intervento diretto delle forze di sicurezza. Ma nel complesso l’evacuazione si svolse in modo ordinato e non violento (tra il 15 agosto e il 12 settembre 2005.

Israele mantenne il controllo dello spazio aereo, marittimo e dei valichi di frontiera di Gaza, ma cessò di avere una presenza diretta all’interno del territorio. La gestione interna di Gaza passò interamente all’Autorità Palestinese.

Agli inizi del 2005 era opinione abbastanza diffusa che le cose, finalmente, cominciassero ad andare per il verso giusto:

Dopo la morte di Arafat, alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese vi era Abu Mazen, uno più pragmatico e disponibile a concludere in tempi brevi. Ora era anche un leader “sovrano” e perciò più credibile quando dichiarava di voler rinunciare alla violenza;
Sharon stava ultimando la messa a punto del suo piano per lasciare Gaza;
Le azioni militari di Israele nei territori avevano fatto vedere ai terroristi che la via della violenza non paga;
Nel summit di Sharm el-Sheikh (un incontro bilaterale, nell’ambito della Road Map, tra il primo ministro israeliano Sharon e il presidente palestinese Abu Mazen) si stava raggiungendo un accordo per il cessate il fuoco;
Una crisi di governo aveva consentito l’ingresso, nella compagine governativa guidata da Sharon, dei laburisti di Shimon Peres il che lasciava sperare che lo sgombero da Gaza preludesse ad un disimpegno ben più ampio e consistente.

Niente di ben definito. Diciamo che ancora una volta (forse meglio di altre volte) alcune condizioni che avrebbero potuto facilitare la via negoziale si erano create o stavano per crearsi. E ciò poteva dare adito all’ottimismo.

Ma, come avvertiva il giornalista Ari Shavit sul quotidiano israeliano Haaretz,  …..Non bisogna mai sottovalutare la capacità dei palestinesi di tirarsi la zappa sui piedi.

Da lì ad un anno si svolgeranno le elezioni politiche nei territori sotto amministrazione ANP e il popolo arabo di Palestina darà la vittoria, a stragrande maggioranza, ad Hamas, il partito che aveva (ed ha ) nel suo statuto la distruzione di Israele, l’espulsione di ogni ebreo dalla Palestina e l’istituzione nella regione di un unico stato islamico. Ovvero la guerra infinita.

Intanto la Guerra tra Hamas e al-Fath

Il cessate il fuoco del 2005 patrocinato dal summit di Sharm el-Sheikh contribuì a creare un clima più favorevole per lo svolgimento, nel gennaio 2006, delle elezioni legislative nei territori della Cisgiordania e di Gaza amministrati dall’Autorità Nazionale Palestinese. La riduzione, seppure per un periodo limitato, della violenza tra israeliani e palestinesi permise a Mahmoud Abbas (Abu Mazen), eletto presidente dell’ANP nel gennaio 2005, di concentrarsi sull’organizzazione delle elezioni legislative, previste (ma sempre rinviate) come un passaggio cruciale per rafforzare la governance palestinese. La tregua e il contesto politico creato dal summit di Sharm el-Sheikh favorirono il coinvolgimento di Hamas nel processo elettorale. Fino a quel momento, Hamas aveva boicottato la politica istituzionale dell’ANP, ma con il cessate il fuoco e la promessa di riforme decise di partecipare.

Nelle elezioni municipali del 2005 Hamas era risultato in forte crescita, ma per le parlamentari la previsione era che al-Fath avrebbe conservato la maggioranza relativa. L’eventualità di una netta sconfitta del partito al governo era temuta non solo da Israele ma anche da gran parte della comunità internazionale, compresi gli stati arabi moderati, perché Hamas era considerata una organizzazione terroristica.

Alle elezioni del 5 gennaio 2006 Al-Fath, il partito del presidente in carica, si presentò con un programma che metteva al centro la continuazione del processo di pace con Israele.

Punti specifici del programma:

  • Processo di pace e negoziati: proseguimento dei negoziati con Israele come via per raggiungere la soluzione dei due Stati e la creazione di uno Stato palestinese indipendente.
  • Sviluppo economico e infrastrutturale: migliorare l’economia palestinese e affrontare i problemi legati alla disoccupazione e alla povertà.
  • Riforme istituzionali: riformare l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per renderla più efficiente e trasparente.
  • Resistenza diplomatica: nessuna opposizione di principio alla lotta armata ma priorità alla via diplomatica e alla ricerca del  sostegno internazionale alla causa palestinese.

Hamas, il principale partito che contendeva ad Al-Fath il ruolo di guida dell’ANP, metteva al centro l’impegno a proseguire la lotta armata per la liberazione  della Palestina senza accettare compromessi.
Punti specifici del programma:

  • Resistenza contro l’occupazione israeliana: resistenza armata contro Israele, rifiuto degli Accordi di Oslo. Rifiuto di riconoscere lo Stato di Israele e impegno a proseguire la lotta fino alla vittoria finale.
  • Riforme interne: lotta alla corruzione all’interno dell’Autorità Palestinese.
  • Assistenza sociale: Continuare e ampliare i programmi di supporto alla popolazione, soprattutto per i più poveri e le famiglie colpite dal conflitto.
  • Applicazione della legge islamica (Shari’a): (Pur non essendo al centro della campagna elettorale) maggiore orientamento della società palestinese verso i principi dell’Islam.

Al voto erano chiamati circa 1.400.000 palestinesi di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est.
Hamas vinse con 74 seggi su 132, conquistando la maggioranza assoluta nel Consiglio Legislativo Palestinese. Ad al-Fath andarono 45 seggi.

Il popolo arabo di Palestina aveva premiato Hamas, il partito più intransigente nei rapporti con Israele.

Si aprì una crisi politica, poiché molti attori internazionali, tra cui Stati Uniti e Unione Europea, rifiutarono di collaborare con un governo guidato da un movimento considerato un’organizzazione terroristica. Molte nazioni occidentali e anche alcuni Paesi arabi  vararono sanzioni e sospesero l’invio dei loro aiuti internazionali diretti all’ ANP (dai quali dipendeva la popolazione palestinese) subordinandoli all’accettazione da parte di Hamas delle richieste avanzate dal “Quartetto” che sovrintendeva all’attuazione della Road Map: riconoscere l’esistenza di Israele, rispettare gli accordi già stipulati dallo sconfitto partito di al-Fath e fermare le violenze terroristiche contro la popolazione civile israeliana.

Mentre si succedevano le reazioni negative dei Paesi occidentali, il movimento islamico Hamas riceveva le congratulazioni dal governo islamico iraniano.
Al-Fath decise di non partecipare ad un governo con Hamas. Il primo ministro in carica rassegnò le dimissioni. Al suo posto subentrò Ismail Haniyeh (tra i fondatori di Hamas. Nel 2017 ne diverrà il leader politico. Sarà ucciso nel luglio 2024 a Teheran in un attacco compiuto da Israele).

Seguirono forti tensioni tra le due fazioni palestinesi che durarono vari mesi in un crescendo di scontri nei quali vennero uccisi vari leader di Hamas e di Fatah. Verso la fine del 2006 gli scontri sfociarono in veri e propri combattimenti dopo l’accusa ad al-Fath da parte di Hamas di voler uccidere il primo ministro Ismail Haniya. Nei primi mesi del 2007 più di 90 persone furono uccise. A giugno i miliziani di Hamas avevano assunto il controllo della Striscia di Gaza. I combattimenti avevano causato altri 115 morti.

In Cisgiordania le forze di al-Fath erano maggiori e furono in grado di mantenere il controllo. Abu Mazen sciolse il governo guidato da Ismail Haniya  e proclamò lo stato di emergenza pensando di governare personalmente Gaza e la Cisgiordania per decreto presidenziale. Hamas non prese neppure in considerazione questa decisione e dichiarò che Haniya sarebbe rimasto a capo del governo.
Da lì in poi i due territori che costituivano l’ANP rimasero due entità separate: Gaza governata da Hamas e la Cisgiordania governata da al-Fath. Con quest’ultima l’Europa e gli Stati Uniti ripristinarono i rapporti che si erano interrotti all’inizio del 2005. Complessivamente il conflitto aveva causato circa 700 vittime.

Hamas al potere a Gaza

Nel 2008 la Striscia di Gaza (360 Km2 abitata da poco meno di 2 milioni di persone, prevalentemente “rifugiati palestinesi”) era considerata ufficialmente un territorio occupato da Israele, facente parte all’ANP ma governato da Hamas.

Una volta conclusa la guerra intestina contro l’ala della resistenza ritenuta troppo moderata e consolidato il controllo sulla Striscia di Gaza, Hamas tornò a dedicarsi alla sua missione fondamentale: la guerra a Israele. Ciò voleva dire varie cose, come acquisire e costruire armi, allestire depositi e postazioni missilistiche, costruire tunnel. E, naturalmente, lancio di razzi (i famosi Qassam, razzi rudimentali di produzione propria) e tiri di mortaio dalla Striscia contro installazioni e città israeliane. Secondo fonti israeliane i militanti di Hamas posizionavano depositi e rampe di lancio in prossimità di scuole, abitazioni civili (nonostante l’opposizione dei proprietari delle abitazioni stesse), ospedali, sedi televisive, luoghi di culto.

Nella parte più a sud della Striscia, al confine con l’Egitto, c’è la città di Rafah (metà territorio palestinese e metà territorio egiziano). È qui che venivano costruiti i tunnel per il contrabbando per collegare la città egiziana di Rafah con il campo profughi palestinese di Rafah  nella Striscia. I tunnel sono stati utilizzati da Hamas e dalle altre organizzazioni della resistenza palestinese per far passare armi, viveri e medicinali provenienti dall’Egitto.

Da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza (luglio 2007) Egitto ed Israele hanno chiuso in gran parte le loro frontiere con muri e filo spinato per esercitare il controllo su ciò che entrava ed usciva dalla Striscia. L’Egitto ha anche cominciato a costruire una barriera d’acciaio sotterranea per evitare la violazione del blocco con i tunnel. Il blocco delle frontiere, sosteneva Israele, serviva a limitare il lancio di razzi sulle sue città e il passaggio di armi. L’Egitto, inoltre, sosteneva che non apriva completamente il confine perché non riconosceva il controllo di Hamas su Gaza (ma dal 2010 il confine verrà riaperto).

Hamas accusava Israele di attuare un blocco troppo rigido. Per protesta intensificò il consueto e quotidiano lancio di  missili contro Israele (le cronache riportano che dal 2000 al 2009 i Qassam lanciati sono stati 8621). I Qassam non sono missili particolarmente devastanti, ma sono pur sempre missili, con una capacità di penetrazione di circa 50 Km, inoltre sono scarsamente intercettabili e quando l’attacco  è intenso mettono in difficoltà il pur sofisticato sistema di difesa israeliano Iron Dome. Pertanto causavano spesso morte e distruzione e inoltre, la grande frequenza dei lanci costringeva la popolazione israeliana a mettersi continuamente al riparo nei rifugi.

Quando la pressione si fece insostenibile Israele lanciò un’operazione militare (denominata “Inverno caldo”) allo scopo di alleggerirla: fu una incursione aerea e di terra di breve durata, tra il 28 febbraio e il 3 marzo del 2008,  che causò la morte di 54 miliziani di Hamas e 58 civili. Tra gli obiettivi anche rendere meno utilizzabile la rete sotterranea di tunnel.

(Stando a quanto riferito dalla enciclopedia online Wikipedia) Abu Mazen accusò Israele di “terrorismo internazionale” e affermò che quell’attacco era “più che un olocausto”.

L’Unione europea condannò l’operazione ma si limitò a dire che vi era stato un “uso sproporzionato della forza” da parte di Israele. Stessa cosa fece il segretario generale delle Nazioni Unite.

Il primo ministro turco Erdogan disse che gli attacchi israeliani “non avevano giustificazioni umanitarie”. L’Arabia Saudita paragonò l’offensiva israeliana ai crimini di guerra nazisti e invocò un intervento della comunità internazionale per fermare quello che definì un “assassinio di massa” di palestinesi. La Guida Suprema dell’Iran Ayatollah Ali Khamanei invitò i musulmani a “colpire in faccia” Israele “con la rabbia delle loro nazioni”.

Nel mondo musulmano, ci furono diverse manifestazioni di protesta contro gli attacchi israeliani. In Libano, centinaia di sostenitori di Hezbollah si radunarono al confine con Israele urlando “morte a Israele” e sventolando bandiere libanesi e palestinesi. In Egitto, migliaia di studenti protestarono nelle università di tutto il Paese chiamando i capi di stato arabi a fermare l’aggressione di Israele e a sostenere i palestinesi. Circa 10.000 persone, principalmente afferenti ai Fratelli Musulmani e a piccoli gruppi di opposizione, scesero in piazza in una delle manifestazioni anti-Israele più grandi degli ultimi anni.

Seguì una tahdi’a , un “periodo di calma”. Una riduzione delle ostilità, non una loro completa cessazione, della durata di sei mesi, che consentì, oltre a ridurre le ostilità, l’alleggerimento dell’embargo su Gaza, maggiore elasticità nelle limitazioni al passaggio di merci, l’inizio delle trattative per lo scambio di prigionieri e per ottener la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit preso in ostaggio da Hamas.

Wikipedia riporta il seguente episodio:
Quando è stato chiesto se si potesse prevedere una tregua di 50 anni, l’esponente di Hamas Nizar Rayyan ha risposto: “L’unica ragione per avere una tregua è quello di prepararsi per la battaglia finale. Non abbiamo bisogno di 50 anni per prepararci alla battaglia finale con Israele. Israele è una impossibilità. Esso è un’offesa contro Dio”.

L’operazione “inverno caldo” (seconda operazione militare in ordine di tempo) fu il primo episodio che ebbe risonanza internazionale di un conflitto che dura ormai da 17 anni tra lo Stato di Israele e la Striscia di Gaza ovvero l’organizzazione politico militare che la controlla (Hamas) la quale (come vedremo meglio in seguito) opera all’interno di una rete regionale di soggetti (Organizzazioni e Stati) che condividono, tra altre cose, l’obiettivo (dichiarato) di distruggere lo Stato di Israele.

L’immagine in evidenza e le altre immagini presenti nel testo sono tratte da: Wikimedia commons images public domain

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