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Cosa farà il mondo per salvare il mondo

Tutti i media stanno dando ampio spazio alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021 (la COP26) che si tiene a Glasgow. La cosa è stata presentata da molti come l’”ultima opportunità” del mondo per tenere sotto controllo le conseguenze disastrose dei cambiamenti climatici.

Quali risultati raggiungerà questa Conferenza? Cosa faranno i paesi maggiormente responsabili del surriscaldamento del pianeta, sia i Paesi più sviluppati  (come ad esempio quelli facenti parte dell’Unione Europea e gli Stati Uniti) sia i Paesi in via di sviluppo (come ad esempio India e Cina)?

In un punto stampa a margine della Cop26, il premier italiano Mario Draghi ha detto che “l’iniziativa della Cop26 è molto molto importante, traccia il percorso che dovremo intraprendere tutti insieme” per dare risposta ai problemi determinati dal cambiamento climatico. “Prima si ignorava completamente il problema, ora c’è crescente consapevolezza”. “Quello che rende molto complicato il negoziato è che i Paesi hanno condizioni di partenza diverse tra loro”.
“Nel G20 – ha aggiunto Draghi – ci sono stati spostamenti delle posizioni precedentemente assunte da Russia e Cina verso maggiore vicinanza al tema del clima. … Sul piano degli obiettivi, delle ambizioni, non ci sono molte differenze. Sulla velocità con cui affrontare le sfide ancora ci sono divergenze. Che sia stato per la prima volta accettato da tutti che i gradi necessari siano un grado e mezzo e non due è molto importante. Questo impegna questi Paesi ad azioni coerenti di fronte all’opinione pubblica. Non so come evolverà qui il negoziato, ma l’impressione è che ci sia disponibilità a parlare e fare passi avanti”. I passi avanti ci saranno “in concreto, quando ci saranno delle iniziative di carattere tecnologico”. In conclusione, ha detto Draghi, “ora ragioniamo su una riduzione delle emissioni a tecnologie esistenti, ma c’è un campo immenso come sul Covid e sui vaccini in cui le tecnologie possono aiutare sulla transizione ecologica”. “Un grande aiuto lo vedo arrivare dalla tecnologia”.

In una Tavola rotonda nel corso della COP26, Draghi ha espresso il convincimento che “Nel lungo periodo dobbiamo essere consapevoli che le energie rinnovabili possono avere dei limiti. La Commissione europea ci dice che potrebbero non essere sufficienti per raggiungere gli ambiziosi obiettivi che ci siamo prefissati per il 2030 e il 2050. Quindi, dobbiamo iniziare a sviluppare alternative praticabili adesso, perché sarà possibile fruirne in pieno soltanto nel giro di alcuni anni. Nel frattempo, dobbiamo investire in tecnologie innovative per la cattura del carbonio“. 

La COP26 è partita un po’ azzoppata, per l’assenza dei capi di stato di Cina, Russia, Brasile, Portogallo, Turchia, Messico e Sudafrica. Alcuni di questi Paesi sono indispensabili per fare accordi per ridurre le emissioni inquinanti (la Cina è il paese che emette più CO2, la Russia è il quarto ed è anche il Paese che esporta più gas naturale, mentre il Brasile è il Paese che ha la più grande foresta del pianeta.)

Tuttavia, nel corso della prima parte della COP26, alcune decisioni sono già state prese:

Cento Paesi, tra cui l’Italia, hanno aderito ad un accordo per porre fine alla deforestazione entro il 2030, e l’impegno a piantare più alberi di quelli che vengono abbattuti (con un impiego di oltre 19 miliardi di dollari): in sostanza preservare intatte le foreste esistenti. La cosa importante è che  i Paesi che hanno accettato l’impegno possiedono oltre l’85% delle foreste mondiali.
Cento è anche il numero dei Paesi che hanno aderito ad un accordo per la riduzione delle emissioni di metano del 30% entro il 2030.
Invece solo 40 Paesi (tra essi anche l’Italia) hanno firmato un accordo per ridurre le emissioni derivanti dall’uso del carbone entro il 2030.

È chiaro che l’accordo per la riduzione delle emissioni di CO2  è quello più importante e sarebbe il vero grande successo della COP26 se lo sottoscrivessero tutti  o almeno quei Paesi che più degli altri contribuiscono con le loro emissioni al surriscaldamento del pianeta. Significherebbe essere in linea con gli accordi di Parigi del 2015, ovvero mantenere il riscaldamento del pianeta entro 1,5 gradi (mentre al ritmo attuale è previsto che alla fine del secolo sarà di almeno 2,5 gradi, il che significa scioglimento di tutti i ghiacciai e di buona parte della calotta polare). Ma su questo punto, come ha già mostrato il G20 appena conclusosi a Roma, è difficile trovare un accordo: alla necessità di ridurre di circa il 50% le emissioni di anidride carbonica entro il 2030 si oppongono proprio Russia Cina e India. Riconoscono la necessità della riduzione delle emissioni di CO2 ma vorrebbero farla entro il 2060 -70, perché farla adesso comporterebbe arrestare la crescita delle loro economie.

Pertanto, le decisioni fin qui prese nella COP26 deludono gli attivisti dei movimenti ecologisti, Greta Thunberg in testa. E questi tornano nelle piazze a sostenere che i provvedimenti  adottati dai capi di governo equivalgono al nulla e che la politica si limita a ipocriti bla bla bla. Ma anche questo atteggiamento ha dei limiti: non tiene conto o sottovaluta la difficoltà oggettiva che hanno i governi ad adottare misure radicali e persino a rispettare quelle meno radicali ma comunque importanti che ogni tanto sottoscrivono negli incontri internazionali. La protesta rischia di divenire un rituale controcanto alle insufficienti decisioni dei governi, un altrettanto inefficace e inutile bla bla, perché non aiuta a costruire proposte concretamente praticabili. E praticabili, oggi come oggi, vuol dire conciliare le politiche contro il cambiamento climatico con la crescita economica.

La strada da percorrere, a nostro avviso, è quella indicata dal presidente del Consiglio Draghi nel suo primo intervento alla COP26 (al quale abbiamo accennato all’inizio) quando dice: “Un grande aiuto lo vedo arrivare dalla tecnologia“.
In verità, va sempre più crescendo il numero di coloro che assumono la realistica convinzione che non sarà la politica a risolvere il problema.

In una intervista rilasciata al Corriere della Sera, la climatologa italiana Claudia Tebaldi, che da anni vive e lavora in Usa, dice di confidare nello sviluppo di nuove tecnologie per la cattura della CO2 in atmosfera: “Realisticamente, credo sarà molto più facile risolvere il problema del riscaldamento globale così piuttosto che cambiando il nostro stile di vita radicalmente come la politica (compresa quella prospettata dai movimenti ecologisti –ndr-) promette di voler fare”.

Questa affermazione della climatologa Tebaldi mette a nudo i limiti di una impostazione che finora hanno seguito un po’ tutti, in primo luogo gli ecologisti, e che pone la soluzione del  problema  climatico in termini di “rinuncia”, di “decrescita” (in alcuni casi anche in termini di demonizzazione del progresso scientifico.)

La Tebaldi naturalmente non dice che la soluzione tecnologica è a portata di mano. Dice anche che una soluzione senza l’impegno della Cina è utopia. E dice un’altra cosa che può essere utile per le decisioni che dovranno prendere i politici: “Come civiltà abbiamo la possibilità di adattarci agli eventi estremi e dannosi sempre più frequenti a causa del riscaldamento del pianeta e diminuirne l’impatto. Però costa. Per questo noi scienziati cerchiamo di rappresentare le nostre proiezioni in modo che i politici abbiano gli strumenti per mettere sulla bilancia sia i costi dell’adattamento sia i costi della riduzione delle emissioni. E fare le giuste scelte. Qui in America, ad esempio, lo stato della West Virginia ha un’economia interamente basata sul carbone. Se le politiche di Biden saranno implementate, intere comunità perderanno il lavoro» (viene in mente la recente sconfitta in Virginia subita dai democratici che pure partivano con 10 punti di vantaggio).

Questo ragionamento della immunologa italiana esemplifica le ‘difficoltà oggettive’ (cui accennevamo sopra) che incontrano i politici nell’adottare misure radicali, della qual cosa spesso non tengono conto gli ecologisti intransigenti alla Tumberg.

Aver suonato il campanello di allarme sui rischi del riscaldamento climatico provocato dalle emissioni di CO2 è senzaltro un grande merito di Greta Thunberg e del suo movimento. Ma ora, per scendere concretamente sul piano operativo bisogna fare un passo avanti, bisogna capire e far capire a tutti che  l’impegno a ridurre le emissioni di CO2 non è in contrasto con la difesa del lavoro e del benessere economico.

Per dirla con l’Economist, è essenziale che il mondo dimostri che l’idea di una incapacità sistemica di raggiungere gli obiettivi climatici in un’economia capitalista è sbagliata. “Farlo – dice l’autorevole giornale inglese – significa abbracciare l’aspetto del capitalismo che più preoccupa gli ambientalisti: la crescita. Per svilupparsi riducendo la dipendenza dai combustibili fossili (l’unico tipo di crescita con un vero futuro) il mondo povero ha bisogno di nuove tecnologie e nuovi investimenti. La crescita fornita dal capitalismo è ciò che fornisce entrambe queste cose, motivo per cui la maggior parte degli economisti la considera cruciale per porre fine all’era dei combustibili fossili. Tutto ciò che serve è trovare modi per garantire che la crescita non debba essere collegata all’aumento di CO2” . E questo è compito precipuo della ricerca scientifica.

Certo, “sono ancora necessarie molte innovazioni se il mondo vuole accelerare la sua decarbonizzazione: modi migliori di immagazzinare energia, di riscaldare le case, di raffreddare le case, di lavorare i raccolti, di coltivare i raccolti, di alimentare grandi veicoli, di produrre plastica e altro ancora. È improbabile che un’economia in contrazione, a bassa domanda e a basso investimento (come viene immaginata dai fautori della decrescita – ndr -) fornisca queste innovazioni”.

La ricerca scientifica potrà  essere di grande aiuto per la salvezza del pianeta ma, se si vuole puntare su una rapida decarbonizzazione saranno necessari grandi investimenti.
Ne è convinto anche il nostro ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani. Sostenitore dell’allanza tra pubblico e privato, a Glasgow ha presentato il  progetto “Global Energy for People and Planet” che, secondo quanto riferisce La Stampa in un servizio di Alessandro Barbera, “è nato da un’idea della Fondazione Rockfeller e promette di essere uno dei più grossi esperimenti di partnership fra pubblico e privato sul clima”. “Il nostro governo ci metterà una cifra simbolica -10 milioni di euro – i soldi veri arriveranno dalle istituzioni private e multilaterali” (Banca mondiale, Fondazione Rockfeller, Ikea, Besoz Earth Fund e una decina di Paesi europei). “Dopo anni di tentativi andati a vuoto per ottenere impegni da parte degli Stati, la finanza privata ha abbracciato fino in fondo la transizione energetica. … Secondo le stime di Cingolani l’Alleanza garantirà 10 miliardi di euro per investimenti ‘a leva’, ovvero il volano finanziario per una cifra molto più alta, fino a 100 miliardi”. A Cingolani, riferisce il giornalista della Stampa, il sogno di un mondo decarbonizzato piace ma per arrivarci ora non si può fare a meno del gas, né vanno fermate “la ricerca e lo sviluppo del nucleare”. Su quest’ultimo in Europa il dibattito è aperto. “il governo Draghi ha una posizione cauta ma non preconcetta. Dice Cingolani: ‘sul nucleare dico di aspettare la valutazione della Commissione europea, poi gli stati prenderanno le loro decisioni”, tenendo conto delle nuove tecnologie come i mini-reattori, “perché dalla ricerca possono uscire soluzioni inaspettate”.

Un primo esempio di soluzioni inaspettate ma promettenti  è quello cui ha fatto riferimento anche Draghi nel suo primo intervento alla COP26: tecnologie innovative per la cattura del carbonio. Ne traiamo una sommaria descrizione dal settimanale inglese Economist del 4 Novembre 2021:

L’ingrediente cruciale del calcestruzzo, il cemento, che viene mescolato con sabbia, ghiaia e acqua per fare il materiale, è responsabile di un’enorme quantità di emissioni di gas serra. Considerando le sue varie fasi di produzione, i 5 miliardi di tonnellate di cemento prodotte ogni anno rappresentano l’8% delle emissioni di CO2 di origine antropica del mondo . Se l’industria del cemento fosse un paese sarebbe il terzo produttore mondiale di emissioni, dopo Cina e America.

Finora, il calcestruzzo ha poche alternative pratiche. … I maggiori utilizzatori di calcestruzzo, in particolare la Cina, che produce più della metà del cemento mondiale, non smetteranno di utilizzarlo. Quindi ripulire l’industria potrebbe sembrare un compito senza speranza. Ma non lo è, perché si stanno sviluppando tecnologie per rendere il cemento più verde. Abbastanza verde, forse, per passare dall’aggiunta di CO2 all’atmosfera alla sottrazione. …

La produzione del cemento inizia con l’estrazione del calcare, il cui componente principale è il carbonato di calcio (CaCO 3 ). Questo viene mescolato con argilla e passato attraverso un forno rotante a più di 1.400ºC in un processo chiamato calcinazione. Il calore allontana il carbonio e parte dell’ossigeno, che si combinano per formare CO2 . I grumi rimanenti, chiamati clinker, sono costituiti da complessi molecolari di ossido di calcio e silice, noti collettivamente come silicati di calcio. Il clinker viene quindi raffreddato e macinato in cemento. Più della metà delle emissioni coinvolte nella produzione del cemento sono una conseguenza della calcinazione e la maggior parte del resto deriva dalla combustione di carbone e altri combustibili fossili per alimentare il processo. Tutto sommato, quasi una tonnellata di CO2 viene rilasciato per ogni tonnellata di cemento fresco.

L’inevitabilità della creazione di CO2 da parte della calcinazione rende la cattura del gas prima che possa entrare nell’atmosfera e lo stoccaggio, l’approccio più efficace per decarbonizzare l’industria del cemento, secondo uno studio di Paul Fennell dell’Imperial College di Londra e dei suoi colleghi , pubblicato all’inizio di quest’anno su Joule . La CO2 catturata potrebbe essere trattenuta nel sottosuolo o utilizzata da altre industrie, ad esempio per produrre carburante sintetico (vedi riquadro sul retro). Ma potrebbe anche essere iniettato di nuovo nel calcestruzzo nel momento in cui viene miscelato con acqua per polimerizzarlo. L’acqua favorisce le reazioni chimiche che provocano l’indurimento del cemento. La CO2 ha un effetto simile e, nel processo, si blocca sotto forma di carbonato di calcio.

Infatti, invertire la calcinazione in questo modo rende il calcestruzzo più resistente che se si utilizzasse la sola acqua. Quindi, non solo una parte delle emissioni originali viene così gestita, ma è necessario meno cemento per un determinato lavoro, riducendo ulteriormente le emissioni complessive. McKinsey, una società di consulenza, ritiene che la calcinazione inversa potrebbe, al momento, sequestrare fino al 5% delle emissioni di cemento. Man mano che la tecnologia migliora, si prevede che potrebbe salire al 30%.
Diverse compagnie stanno iniziando questa strada. … Quanto potrebbe diventare verde il cemento? Il dott. Fennell afferma che sarebbe ragionevolmente facile ridurre le emissioni di CO2 dell’industria a circa l’80% dei livelli attuali per tonnellata di calcestruzzo prodotta da un migliore utilizzo dell’energia e dalla modifica dei materiali. 
(Qui per saperne di più)

Un secondo esempio di soluzioni inaspettate e promettenti lo traiamo da un servizio del quotidiano online Linkiesta:
La comunità scientifica – dice Enrico Pitzianti su Linkiesta dell’ 11 10 2021 – sta ideando soluzioni utili non solo a rallentare il fenomeno dell’innalzamento delle temperature ma anche per provare a dare, nel frattempo, una ‘rinfrescata’ alla Terra.

Secondo David Keith, rispettato professore di fisica applicata all’Università di Harvard, per esempio, «non c’è alcun dubbio che gli umani possano raffreddare artificialmente il pianeta». Tanto che, in diverse conferenze, video ed eventi pubblici, spiega addirittura come l’applicazione di queste idee possa far parte già oggi delle politiche rivolte a mitigare il cambiamento climatico.

Gli esempi pratici non mancano. Quello citato più spesso è quello del “vulcano da imitare”. In breve: quando nell’estate del 1991, alle Filippine, il vulcano Pinatubo eruttò, si calcola che le polveri finite in atmosfera raffreddarono l’area di oltre mezzo grado nei successivi due mesi. Da qui l’ipotesi di poter fare lo stesso artificialmente. Alcuni aerosol, cioè grandi quantità di particelle molto piccole, potrebbero essere rilasciati tra i 15 e i 50 chilometri dalla superficie terrestre (quindi nella stratosfera) e a questo punto in teoria, legandosi all’acqua, rifletterebbero una buona parte di raggi solari, impedendo che raggiungano il nostro pianeta e quindi che lo scaldino.

Questo metodo, chiamato stratospheric aerosol injection (Sai) permetterebbe, tra le altre cose, di decidere con una buona precisione quali parti della Terra raffreddare e, calcolando la quantità di aerosol da rilasciare, per quanto tempo farlo. Studiosi come Keith sono spesso bersaglio di insulti e minacce da parte di religiosi e complottisti, persone secondo cui il modificare il clima con questi metodi sarebbe diabolico o parte di un qualche piano per il controllo delle menti (per rendersene conto basta leggere i commenti sotto a un qualsiasi video di una conferenza del giovane professore); eppure gli studiosi ribadiscono di essere fiduciosi che possa funzionare.

In conclusione:
la parola “fallimento” pronunciata da Greta Thunberg (ancor prima che la conferenza COP26 giungesse alla fine) non riassume in modo realistico lo stato dell’arte. Oggi, rispetto al passato, il mondo ha più strumenti per contrastare il riscaldamento climatico: accordi che sono ancora parziali e insufficienti ma non sono neppure cosucce da buttare via (non a caso il nostro presidente del Consiglio ha dichiarato di ritenersi piuttosto soddisfatto di come stanno andando i confronti e le trattative); tecnologie che sono già in grado di fornirci, come abbiamo visto, “soluzioni inaspettate”;  una ricerca scientifica impegnata a tutto campo; una politica che pur con molti limiti mostra di avere maggiore sensibilità al problema climatico (il Pnrr europeo ne è una dimostrazione).
Per una valutazione più puntuale attendiamo la conclusione dei lavori della COP26.

L’immagine in evidenza è tratta da: nato.it
Le altre immagini sono tratte, nell’ordine, da: ansa.it; avvenire.it; hdblog.it; autricidicivilta.it; focus.it

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