GUERRA DI GAZA
Come riaprire la strada verso l’unica soluzione sensata

La premessa, doverosa per chi avesse smarrito il senso della storia, è naturalmente che il diritto di vivere nel territorio compreso tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo spetta in egual misura al popolo palestinese e a quello israeliano.

I rapporti tra Israele e Palestina si sono ulteriormente complicati dopo il feroce attacco compiuto due mesi fa da Hamas e la durissima risposta avviata (ma non ancora portata a termine) da  Israele. Come uscire dalla situazione attuale e riaprire la strada verso l’unica soluzione sensata del conflitto ovvero “due popoli due stati”?
È una domanda che si pongono in tanti. Proponiamo qui di considerare le risposte fornite, nei giorni scorsi, da due autorevoli analisti americani: Thomas L. Friedman sul New York Times e Robert  A. Pape  su Foreig Affairs.

Il ragionamento  di Friedman muove dalla convinzione che nel rispondere all’attacco lanciato da Hamas Israele abbia agito “per rabbia” e “senza alcun piano per il giorno dopo”.  Nel prendere le decisioni i leader israeliani  non sono stati “rigorosi”. Essere rigorosi vuol dire esaminare gli obietti e i piani e “metterli alla prova” prendendo in considerazione “alternative diverse per obiettivi raggiungibili”.

“Non è segno di debolezza prendere decisioni pienamente informate, soppesare opzioni alternative e potenziali effetti di secondo e terzo ordine”. È un metodo che, se adottato, avrebbe probabilmente evitato a Israele di precipitare nella attuale difficile situazione: dopo due mesi di guerra Israele non ha ancora riportato a casa tutti gli ostaggi, non ha distrutto la struttura militare di Hamas ed ha causato un gran numero di vittime civili. Esattamente il contrario di quanto si era proposto. E in più la popolarità di Hamas è cresciuta (la popolarità cioè di una organizzazione che ha nel suo statuto la distruzione di Israele).

E nella difficile situazione attuale (Israele rischia di rimanere impantanato a Gaza a lungo), una attenta valutazione – dice Friedman – probabilmente suggerirebbe ad Israele  “una alternativa radicale”, ovvero proporre “un accordo pulito: ritiro israeliano e cessate il fuoco permanente in cambio degli oltre 130 ostaggi israeliani”.

Quali potrebbero essere le conseguenze di una tale strategia?
Secondo Friedman vi potrebbero essere conseguenze positive su più piani, sia a breve termine che a lungo termine.

Nel breve termine “tutta la pressione per un cessate il fuoco per risparmiare ai civili di Gaza più morte e distruzione ricadrà su Hamas, non su Israele. Lasciate che Hamas dica al suo popolo che vive al freddo e alla pioggia – e al mondo – che non accetterà un cessate il fuoco per il mero prezzo umanitario della restituzione di tutti gli ostaggi israeliani”.

Sempre nell’immediato, probabilmente molti palestinesi vedrebbero in Sinwar (il capo di Hamas) un vincitore, un eroe,  ma passati un po’ di giorni ogni palestinese incomincerebbe a porre al vincitore richieste concrete di non poco conto: “Sinwar, la mia casa ora è un cumulo di macerie. Chi la ricostruirà? Il mio lavoro in Israele, che mi permetteva di sfamare la mia famiglia di 10 persone, non c’è più. Come darò da mangiare ai miei figli? Dovete procurarmi un po’ di assistenza umanitaria internazionale, una nuova casa e un nuovo lavoro, e come farete se continuate a lanciare razzi contro gli ebrei?”

Porre fine alla guerra di Gaza avrebbe delle conseguenze anche sul lungo periodo.

Mettere in discussione la scelta di attaccare Gaza pur non avendo elaborato una strategia per il giorno dopo significa mettere in discussione il modo in cui Israele è stato  ed è governato, in primo luogo la strategia messa in campo da Benjamin Netanyahu, “che ha spaccato il paese cercando di organizzare un folle colpo di stato giudiziario e che ha governato per un totale di 16 anni con una strategia di divisione di tutti – religiosi da laici, sinistra da destra, ashkenaziti da sefarditi, arabi israeliani dagli ebrei israeliani – indebolendo il sistema immunitario del paese”.
“Israele può essere guarito internamente e riprendere il suo progetto di normalizzazione delle relazioni con i suoi vicini arabi e di forgiare una relazione stabile con la leadership palestinese più moderata in Cisgiordania solo se Netanyahu viene rimosso. Se la guerra continua per sempre, questo non accadrà mai. E questo è esattamente ciò che Netanyahu vuole” (paradossalmente, la stessa cosa che vogliono Iran, Hamas e Hezbollah, cioè trascinare Israele in uno stato di guerra permanente).

Naturalmente bisogna anche mettere in conto che Hamas dica di no, che non accetterà solo un cessate il fuoco e vuole che i 6.000 combattenti palestinesi escano dalle carceri israeliane ed è disposto a pagare il prezzo dell’opinione pubblica occidentale per resistere.
Israele dovrebbe comunque mostrare disponibilità a scambiare gli ostaggi con i prigionieri e dovrebbe chiarire che il suo obiettivo non è distruggere Hamas ma diminuire significativamente la sua capacità di combattimento. Fatto ciò non rimarrà a Gaza ma rafforzerà adeguatamente la difesa dei propri confini. Saranno gli abitanti di Gaza a decidere se vorranno ancora essere governati da Hamas, ma questi “sia anche responsabile dell’acqua e dell’elettricità”.

***

L’analisi di Pape contiene una critica ancora più radicale sull’operato di Israele e di Netanyahu. Anche Pape giudica un totale fallimento la strategia impiegata, ma non si limita a suggerire, come fa Friedman, semplicemente di ritirare l’esercito da Gaza. Ritiene che Israele dovrebbe incominciare subito a “fare passi significativi e unilaterali verso una soluzione a due Stati”.

Anche Pape ritiene che la strategia adottata dal governo israeliano denota superficialità di analisi e incompetenza.

“La storia dimostra –dice Pape – che il bombardamento su larga scala di aree civili non raggiunge quasi mai i suoi obiettivi. Israele avrebbe fatto meglio se avesse risposto all’attacco del 7 Ottobre con attacchi chirurgici contro i leader e i combattenti di Hamas, al posto della campagna di bombardamenti indiscriminati che ha scelto. … Israele sta quasi certamente producendo più terroristi di quanti ne stia uccidendo, dal momento che ogni civile morto avrà familiari e amici desiderosi di unirsi ad Hamas per vendicarsi. …

Ma non è troppo tardi per cambiare rotta”

E il cambiamento di rotta dovrebbe avere la finalità di “creare un cuneo politico tra Hamas e i palestinesi piuttosto che avvicinarli … attaccare i suoi leader e combattenti separandoli dalla popolazione circostante”.

“ Israele può e deve unilateralmente portare avanti un piano, prendendo provvedimenti da solo prima di negoziare con i palestinesi. L’obiettivo dovrebbe essere quello di rilanciare un processo che è rimasto dormiente da quando gli ultimi negoziati sono falliti nel 2008, 15 anni fa. Per essere chiari, Israele dovrebbe accoppiare questo approccio politico con uno militare, impegnandosi in operazioni limitate e prolungate contro i leader e i combattenti di Hamas. Ma il paese deve adottare l’elemento politico della strategia ora, non più tardi”

Quindi, ripresa immediata dei negoziati con i palestinesi, tutti. In primis l’Autorità Palestinese, “che probabilmente godrebbe di rinnovato sostegno e legittimità se garantisse un accordo sostenuto dalla maggioranza dei palestinesi”.

Non bisognerebbe presentare immediatamente un piano finale per una soluzione a due stati, “l’obiettivo immediato dovrebbe essere quello di creare un percorso per un eventuale stato palestinese” e in questo percorso Israele potrebbe compiere “passi cruciali” da solo, come ad esempio “annunciare pubblicamente che intende raggiungere uno stato di cose in cui i palestinesi vivano in uno stato scelto dai palestinesi fianco a fianco con uno stato ebraico di Israele”.
“Potrebbe annunciare che intende sviluppare un processo per raggiungere tale obiettivo entro, diciamo, il 2030 e stabilirà le pietre miliari per arrivarci nei prossimi mesi. Potrebbe annunciare che congelerà immediatamente gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e rinuncerà a tali insediamenti a Gaza fino al 2030 come acconto che dimostra il suo impegno”.

Queste iniziative sul piano politico avrebbero una ricaduta anche sul piano militare: “Un’efficace lotta al terrorismo beneficia dell’intelligence della popolazione locale, che è molto più probabile che sia disponibile se quella popolazione ha la speranza di una vera alternativa politica al gruppo terroristico”. È la creazione di quel “cuneo politico” tra Hamas e il popolo palestinese che, secondo Pape, è indispensabile per sconfiggere il terrorismo.
Insomma, i “passi unilaterali israeliani che segnalino un serio impegno per un nuovo futuro cambierebbero decisamente il quadro e le dinamiche nelle relazioni israelo-palestinesi e darebbero ai palestinesi una vera alternativa al semplice sostegno ad Hamas e alla violenza. Gli israeliani, da parte loro, sarebbero più sicuri, e le due parti sarebbero finalmente sulla via della pace”.

Purtroppo l’attuale governo israeliano – è la considerazione conclusiva di Pape – non sembra per ora propenso a seguire una tale strategia. Vi potrebbe essere indotto da una decisione degli Stati Uniti di “esercitare la loro influenza”, anche in ragione del fatto che “il fallimento dell’attuale approccio israeliano sta diventando ogni giorno più chiaro”.

L’immagine in evidenza è tratta da una foto di Mohammed Ibrahim su Unsplash

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