Leone XIV e l’antisemitismo
Una parola che invita a riflettere, a valutare con attenzione e a non generalizzare.
«Chiedo all’Onnipotente il dono di un mondo senza più antisemitismo e senza più pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana». Il 28 gennaio al termine dell’udienza generale nella sala Paolo VI, il papa Leone XIV rivolgeva questa preghiera, nella quale il termine “pregiudizio” occupa un ruolo centrale, innanzitutto perché il papa lo pone accanto al termine “antisemitismo”. L’antisemitismo nasce anche in contesti impensati, tra coloro che agitano bandiere di pace, ma i cui pregiudizi ne allontanano la realizzazione.
Rispetto al conflitto in Palestina, è importante -crediamo – che vengano identificati e combattuti tutti i pregiudizi e non solo quelli che appaiono evidenti, a seconda delle scelte politiche compiute da ognuno di noi. Nelle manifestazioni “pro Pal” sono stati segnalate e giustamente condannate le motivazioni razziste, che stanno dietro alla sciagurata occupazione di terre, alla costruzione di nuovi insediamenti illegali e all’intimidazione continua nei confronti della popolazione araba da parte dei coloni israeliani. Ricordiamo, come altro esempio di pregiudizio conclamato, l’interpretazione letterale della Bibbia da parte dell’estrema destra del governo Netanyahu, interpretazione che giustifica, secondo essa, l’espulsione dei gazewi e la creazione della “Grande Israele” perché Javhe privilegia il “popolo eletto” e schiaccia e calpesta chi si trova sulla sua strada. La parte dell’Italia che ha manifestato per la fine del conflitto e la ripresa degli aiuti umanitari ha sempre avuto ben chiaro come il governo Netanyahu, soprattutto una sua parte politica e la base popolare che l’appoggia siano non solo impregnati, ma anche portavoce spudorati di questi pregiudizi.
Ciò che invece ci pare carente se non assente, da parte di molti oppositori di Netanyahu, è la denuncia, altrettanto ferma e radicale, del ruolo di Hamas nel fomentare, a sua volta, un razzismo arabo, la sconfessione della sua ideologia totalitaria e patriarcale, esemplificata nei documenti fondativi, la stigmatizzazione chiara e senza incertezze della barbarie commessa il 7 ottobre (da alcuni gruppi “pro Pal” rivendicata come “inizio di una nuova fase di resistenza”). Si tratta del pregiudizio “innocentista”, per cui coloro che io difendo sono e devono essere innocenti.
L’estensione al popolo intero di Israele della responsabilità delle atrocità della guerra e della condotta dell’esercito israeliano è stata un’altra manifestazione di pregiudizio viscerale, praticamente un pregiudizio a tutti gli effetti antisemita, il quale costringe ogni ebreo fuori da Israele, da un semplice membro di una squadra sportiva fino al singolo turista, a non sentirsi al sicuro in certe parti dell’Europa o in certe università americane.
Chiudere occhi e orecchi di fronte ai terribili pregiudizi, sia della parte che si vuole difendere, cioè gli abitanti di Gaza, sia di coloro scelti come “compagni di strada” nelle manifestazioni, ha come conseguenza non solo la presa di distanza dalla mobilitazione da parte delle persone che ragionano senza occhiali ideologici, ma anche la crescita della risposta violenta della controparte israeliana, che non vede riconosciuti i torti subiti.
Una gestione politica, all’altezza dei tempi di guerra, deve agire diversamente, deve indicare la complessità della situazione in cui gli inermi gazewi e i loro rappresentanti armati sono altrettanto responsabili della situazione attuale e contemporaneamente non può far passare sotto silenzio gli atteggiamenti intolleranti e violenti (esempio: impedire di parlare a Emanuele Fiano nell’Università di Venezia da parte di attivisti pro Gaza) di coloro che pure si presentano come promotori di pace e difensori degli oppressi.
Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons
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