L’accusa di colonialismo/1

È nostra opinione che la ricostruzione storica rigorosa di quanto avvenuto da circa un secolo e mezzo a questa parte nella regione geografica denominata Palestina non dia ragione a coloro che rivolgono l’accusa di colonialismo agli ebrei che lì sono giunti con l’intento di costituire un proprio Stato, un luogo in cui poter vivere al riparo da qualsiasi forma di discriminazione.
La ricostruzione storica dei fatti porta non solo a smentire la validità di quella accusa ma, anche, a comprendere come essa sia servita a sgravare la classe dirigente del popolo arabo di Palestina da ogni diretta o indiretta responsabilità per l’insorgere e il protrarsi per così tanto tempo  di uno dei più drammatici conflitti dell’era moderna e per avere di fatto bloccato il processo di emancipazione di quel popolo.

Va poi rilevato che l’accusa di colonialismo ha incominciato ad assumere particolare vigore tra la fine degli anni 40  e la metà degli anni 50 del XX secolo, ovvero in un momento caratterizzato, come si legge sui libri di storia, da: fine dell’imperialismo e del colonialismo europeo, nascita della Società delle Nazioni (che si fondava appunto sul superamento dell’imperialismo) e avvio del processo che nel giro di pochi anni avrebbe trasformato tutte le ex colonie in stati nazionali indipendenti sulla base del principio dell’autodeterminazione dei popoli (il cui principale promotore era il presidente americano Woodrow Wilson).  
C’era veramente dietro la costituzione del minuscolo stato ebraico un progetto di colonizzazione guidato dalla ormai ex potenza europea inglese e/o dalla nuova potenza mondiale americana?
 
Non c’era o se c’era è stato disatteso. Tanto è vero che quando cinque stati arabi si coalizzarono con l’intento di distruggere Israele sul nascere nessuno dei Paesi europei intervenne militarmente a proteggere lo stato ebraico (il loro presunto strumento di colonizzazione), la Gran Bretagna era ormai da anni apertamente ostile al sionismo,  gli americani da parte loro posero l’embargo sulla consegna di armi ad Israele (fu invece la Russia a vendere armi  ai sionisti, non direttamente ma tramite la Cecoslovacchia). E va detto chiaramente che nella guerra del 1948 la probabilità che lo stato di Israele venisse cancellato sul nascere era molto alta proprio perché anche le potenze occidentali si impegnarono in tale direzione (ad esempio: la Legione Araba, la forza militare araba più efficace e meglio organizzata, era finanziata, equipaggiata e coordinata da ufficiali britannici, incluso il suo comandante, il generale Sir John Bagot Glubb).

Ma proprio perché siamo convinti che il lessico coloniale sia (come sostiene il filosofo francese Bernard-Henri  Lévy) “ inadeguato a descrivere la nascita di Israele”, ci sembra opportuno indagare e riflettere sulle origini di quel lessico e sulle diverse declinazioni che esso ha avuto dall’inizio del secolo scorso sino ai nostri giorni.

Comunque, oggi l’idea che Israele sia uno stato coloniale è molto diffusa, soprattutto in Occidente, sia in ambienti politici che in ambienti accademici. Nell’operazione che ha portato a questo risultato si possono distinguere due fasi: una prima fase che va grossomodo dalla fine del secolo XIX alla fine degli anni ‘60 del XX secolo (in cui le categorie utilizzate derivavano prevalentemente da quello che gli storici chiamano “Colonialismo classico”); una seconda fase, dagli anni ’70 ad oggi (in cui le categorie utilizzate fanno prevalentemente riferimento agli studi sul cosiddetto “Settler Colonialism”).

L’accusa di colonialismo non iniziò nel 1948.
Ai primi del ‘900 era già presente in alcuni giudizi sul sionismo espressi da intellettuali e/o da leader religiosi palestinesi. Il giornalista arabo Najib Nassar, ad esempio, nel 1911 aveva definito il sionismo “una forma di colonizzazione sostenuta dalle potenze europee”.

I giudizi della gente comune sui coloni ebrei, invece, si basavano solitamente su altri parametri.
Per molti fellahin (contadini) gli immigrati ebrei erano acquirenti stranieri di terre (e anche “ben paganti”), miglioravano le tecniche agricole, portavano capitali e spesso erano visti come possibili datori di lavoro (i termini colono e colonia avevano rispettivamente il significato di contadino e azienda agricola). Gli immigrati più che i colonizzatori europei erano i proprietari della terra da cui dipendeva il salario.

Tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX gli episodi di collaborazione tra arabi ed ebrei non erano una eccezione e molti vedevano nella immigrazione ebraica una possibilità di sviluppo dei territori palestinesi. Quando l’autorevole quotidiano cairota Al-Ahram scriveva (nel 1914) che “I sionisti sono necessari per il Paese: il denaro che porteranno, le loro conoscenze, la loro intelligenza e l’industrializzazione che li caratterizza contribuiranno senza dubbio alla rigenerazione del Paese” si riferiva ad un processo di trasformazione economico-sociale che in realtà era iniziato da circa 30 anni e che prospettava, per chi aveva occhi e mente per vederli, ulteriori sviluppi.  

Un processo rispetto al quale parlare di imperialismo occidentale europeo era assolutamente fuori luogo (tra l’altro gli immigrati della Prima Aliyah provenivano sì dall’Europa ma da quella orientale: circa 25.000 -35.000 ebrei fuggiti da pogrom e persecuzioni nell’Impero Russo e in Romania e alcune migliaia provenienti  invece dallo Yemen e da altre comunità del Nord Africa e del Medio Oriente). Un processo che, per sfociare in quella “rigenerazione” auspicata dal giornale cairota, avrebbe dovuto incontrare la volontà e la capacità della classe dirigente palestinese (nonché dell’amministrazione ottomana) di assecondarlo ed orientarlo con misure che puntassero ad una modernizzazione del Paese.

Su queste basi, la questione palestinese avrebbe potuto assumere le caratteristiche di una moderna questione agraria, una lotta tra capitalisti (i coloni ebrei che acquistavano terreni dai latifondisti e dai notabili locali e impiantavano nuove aziende agricole) e  proletari (i contadini arabi  e i contadini ebrei che coltivavano quei terreni come lavoratori salariati). Invece gli orientamenti ideologici che prevalsero nelle classi dirigenti, di una parte e dell’altra, non consentirono questo tipo di evoluzione.

Ma andiamo con ordine.
Prima di considerare più da vicino la direzione che presero gli eventi vediamo brevemente come era strutturata la società araba palestinese verso la fine del XIX secolo e come si andava trasformando in seguito alle prime ondate migratorie ebraiche (le Aliyot).

La struttura sociale di base degli arabi di Palestina, sia in ambito rurale che urbano, era la famiglia allargata o Hamula. Queste Hamule  più che delle tribù in senso etnico erano dei “clan familiari”, che fornivano identità, protezione e reti di solidarietà.
Il carattere rigidamente patriarcale di tali strutture si manifestava in diversi aspetti della vita quotidiana e delle dinamiche di potere: l’autorità suprema all’interno della famiglia allargata spettava al membro maschio più anziano, spesso il capo della Hamula. L’appartenenza al clan e l’eredità venivano trasmesse esclusivamente per linea maschile. I ruoli di uomini e donne erano rigidamente definiti. Gli uomini si occupavano primariamente delle relazioni esterne, del lavoro nei campi (o nel commercio urbano) e della politica; le donne gestivano la sfera domestica, la cura dei figli e la produzione all’interno della casa (come la tessitura o la preparazione del cibo). La proprietà terriera e i beni erano intestati agli uomini. Le donne avevano diritti di eredità limitati rispetto ai maschi secondo la legge islamica (Shari’a), che era la base del diritto familiare e civile per i musulmani palestinesi (la maggioranza). I matrimoni erano spesso combinati tra famiglie per consolidare alleanze politiche ed economiche all’interno della stessa Hamula o tra Hamule diverse.

Esisteva una netta distinzione tra l’élite urbana, costituita dalle famiglie più potenti (Effendi), come gli Husseini o i Nashashibi, che controllavano la vita politica ed economica, e la massa dei contadini (Fellahin) legati al loro villaggio e alla terra che lavoravano.
Gli Effendi, la classe dominante dei notabili urbani, erano grandi proprietari terrieri, spesso assenteisti (vivevano a Gerusalemme, Jaffa, o Beirut …). Molti di loro vendettero le terre agli ebrei e al JNF ebraico.
I Contadini (Fellahin) costituivano la stragrande maggioranza della popolazione. Spesso erano mezzadri o piccoli affittuari che lavoravano le terre degli Effendi senza titolo di proprietà (dopo le vendite alcuni venivano sfrattati, in base alla legislazione ottomana). Il loro livello economico era decisamente basso: essi restituivano al proprietario una parte significativa del raccolto e ricevevano in cambio un accesso minimo alla terra per il proprio sostentamento. La mancanza di mezzi di produzione moderni e l’accesso al credito limitato li costringevano spesso a ricorrere a prestiti onerosi, intrappolandoli in un circolo di debiti e dipendenza dalle élite agrarie. In breve: le condizioni di vita delle famiglie contadine erano precarie, sia sul piano nutrizionale che sanitario; la grande maggioranza di esse viveva vicino alla soglia di sussistenza.

Le comunità ebraiche preesistenti alle grandi ondate migratorie che si susseguirono a partire dal 1882 erano costituite da coloni agricoli fortemente religiosi e molto dipendenti da sussidi provenienti da filantropi della diaspora.  Le cose cominciarono a cambiare radicalmente già a partire dalla Prima Aliyah (1882 -1903).
La presenza ebraica crebbe in modo consistente e diede vita, nelle comunità ebraiche, ad una struttura sociale basata sulla ideologia del lavoro produttivo e del ritorno alla terra. Furono fondate le prime colonie agricole private (moshavot), nelle quali larga parte del lavoro era svolto da contadini arabi locali, perché ritenuti in possesso di competenza agricola e considerati manodopera conveniente (alcuni avevano lavorato nei terreni che gli Effendi avevano poi venduto ai nuovi acquirenti ebrei, altri provenivano da villaggi dove la pressione demografica e l’aumento delle tasse ottomane aveva già ridotto la sopravvivenza agricola e per i quali la perdita d’accesso alla terra era un processo iniziato ben prima dell’arrivo di coloni ebrei). La gestione delle aziende agricole seguiva criteri imprenditoriali europei.

Parallelamente anche la struttura economica della società araba palestinese si andava modificando con la creazione, appunto, di un proletariato agricolo che prima non esisteva. In certe zone, soprattutto lungo la fascia costiera e nelle aree cerealicole, la presenza di lavoratori arabi nelle aziende ebraiche era strutturale, non episodica; la manodopera araba era considerata più esperta nelle tecniche agricole levantine, più economica e facilmente reperibile. Per i proprietari ebrei della Prima Aliyah questo assetto era considerato economicamente razionale e in linea con le pratiche agricole regionali.

E man mano che cresceva il flusso migratorio aumentavano le vendite di terreni da parte dei latifondisti, e di conseguenza aumentavano i Fellahin espulsi. Questo creava occasioni di frizione con i coloni ebrei, ma per molti anni si trattò di episodi isolati perché, in linea di massima, i Fellahin privati della terra (che del resto non avevano mai posseduto)  venivano assunti nelle nuove aziende agricole( moshavot) dove trovavano un lavoro economicamente più conveniente rispetto a quello svolto nei latifondi arabi tradizionali.

Sembrava si stesse producendo una situazione molto simile a quella che Kautsky descriveva nella sua opera La questione agraria  (del 1899) sul ruolo dell’agricoltura e della classe contadina nella transizione al socialismo, dove il marxista tedesco analizzava le tendenze generali dell’agricoltura moderna sostenendo che anche in questo settore si manifestavano la concentrazione del capitale e la proletarizzazione. E in realtà nei moshavot i contadini arabi privati delle terre nelle quali fino ad allora avevano lavorato in base a rapporti di tipo feudale diventavano effettivamente moderni lavoratori salariati (wage laborers), proprio come Kautsky sosteneva riguardo i contadini europei che migravano nelle città o lavoravano per i grandi proprietari terrieri. Un passaggio inevitabile, secondo il teorico marxista,  funzionale alla futura transizione verso un modello economico e sociale di tipo socialista.

L’introduzione, via via, di tecniche agricole moderne, l’uso della monocoltura (es. piantagioni di agrumi) e l’orientamento al mercato nelle aziende sioniste rispecchiavano lo sviluppo capitalistico dell’agricoltura descritto da Kautsky.
Insomma, all’inizio del XX secolo la Palestina era un luogo dove un processo di trasformazione economico-sociale era in atto e, in quel momento, produceva cooperazione più di quanto non producesse conflitto tra le due comunità. È un fatto storico assodato che ebrei e arabi vivevano spesso nelle stesse città, avevano rapporti economici quotidiani, condividevano pratiche sociali locali. Né esisteva una polarizzazione ideologica di massa.

Naturalmente, il processo di trasformazione in corso metteva in discussione l’equilibrio sociale preesistente  e questo, di per sé (come ogni destabilizzazione), era foriero di conflitti (evitabili solo in presenza di un quadro politico capace di creare inclusione).

E qui entra in gioco un punto che spesso manca nelle analisi che vengono fatte (specie da parte di chi ama insistere sul tema della colonizzazione): il ruolo delle èlite arabe in quella che possiamo chiamare una “deviazione” rispetto a una possibile modernizzazione agraria di tipo europeo (nel senso analizzato da Karl Kautsky).

Le condizioni per il rinnovamento c’erano tutte: differenziazione sociale (contadini poveri, medi, ricchi); proletarizzazione progressiva (perdita della terra dei fellahin) ; integrazione nel capitalismo agricolo (non semplice espulsione dei contadini); assenza di una politicizzazione  strutturata.
Il processo in atto poteva essere accelerato, riordinato, riorientato, per evitare che si verificasse una frattura sociale insanabile.

Ma le élite arabe palestinesi erano notabilari, legate a rendite fondiarie, poco interessate a una riforma agraria e ad una proletarizzazione moderna. La modernizzazione non era per loro una priorità politica e spesso era percepita come una minaccia (alle loro posizioni di potere). Il malcontento che di tanto in tanto affiorava (principalmente per le vendite di terreni che gli effendi realizzavano ben volentieri) veniva incanalato verso un nazionalismo basato unicamente sulla conservazione della società tradizionale, un nazionalismo per nulla sostenuto da una visione di società futura, di un nuovo ordine da sostituire a quello vecchio e inefficiente. Eppure, anche in assenza di una visione strategia volta ad un rinnovamento economico sostanziale (di cui in Palestina c’era però bisogno come l’aria), una classe dirigente che avesse avuto minimamente a cuore le sorti della popolazione palestinese avrebbe potuto introdurre , o almeno caldeggiare presso le autorità ottomane, l’attuazione di alcune misure di tutela per i  fellahin: limitazioni delle vendite, indennizzi sostanziali e, più in generale, misure che avrebbero reso più graduale, e quindi più gestibile, la trasformazione. Nulla di tutto ciò.

Questi limiti emergeranno con maggiore evidenza negli anni successivi (con l’aumento delle ondate migratorie e, contemporaneamente, delle vendite dei terreni). Ma, per porre antidoti al possibile conflitto tra le due comunità i tempi erano già maturi  (anzi, come vedremo, più avanti sarebbe stato più difficile, se non impossibile).                                                                                                                                                               Il processo di rinnovamento della società palestinese, innescato dalla presenza degli immigrati ebrei, fu volutamente interrotto o comunque non assecondato sia da parte ebraica che da parte araba, perché le strategie politiche delle rispettive classi dirigenti miravano ad altri esiti. Ciò, come vedremo, avvenne soprattutto nel corso della seconda  e della terza Aliyah.

Per quanto riguarda l’accusa di colonialismo (che da lì a poco diverrà una costante della narrativa pro palestinese) è utile fare una precisazione: all’epoca non era stato ancora elaborato (e comunque non era diffuso) il concetto di colonialismo di insediamento. I parametri normalmente utilizzati erano quelli del cosiddetto colonialismo classico (espansione di una potenza su un territorio esterno e sfruttamento delle risorse materiali e umane ivi presenti).  Sulla base di tale modello, non mancò chi vide nelle moshavot della Prima Aliyah un “tipico esempio di colonizzazione” (sfruttamento del lavoro dei contadini arabi – i Fellahin proletarizzati – nelle aziende ebraiche). Mancavano tuttavia  altri elementi inerenti il concetto di colonialismo, come l’elemento “conquista del territorio ed assoggettamento degli indigeni”:  gli ebrei giungevano, singolarmente o a gruppi, come migranti in cerca di appezzamenti da “acquistare” legalmente. Giungevano in uno Stato straniero con regolari documenti di viaggio e pagavano una tassa di soggiorno, assoggettandosi alle leggi di quello Stato, che era uno dei grandi imperi del pianeta (nella fase iniziale, il futuro Stato ebraico era spesso immaginato come un’entità dotata di ampia “autonomia amministrativa”, da raggiungere attraverso via diplomatica, sotto la sovranità formale ottomana , similmente ad altri territori dell’Impero che godevano di statuti speciali).

E va detto che persino tra gli  ebrei ci fu chi fece ricorso al lessico coloniale: gli immigrati della Seconda Aliyah, prevalentemente giovani e di orientamento socialista, non condividevano la strategia di integrazione adottata dagli immigrati della Prima Aliyah e li accusarono di “colonialismo borghese”.
Naturalmente, anche gli ebrei della Seconda Aliyah (come vedremo) vennero  accusati di colonialismo dalle èlite palestinesi (quando queste incominciavano a rendersi conto  che la speculazione fondiaria grazie alla quale si erano arricchite aveva portato alla disperazione molte famiglie di contadini). Ma ora la motivazione addotta in sostegno dell’accusa di colonialismo era esattamente opposta a quella della volta precedente: ai sionisti colonizzatori si rimproverava di non fare ricorso nelle loro aziende alla manodopera araba.
Tutto ciò conferma la validità del nostro assunto iniziale ovvero l’inadeguatezza del lessico coloniale per descrivere la nascita dello stato di Israele (un evento troppo complesso per essere rappresentato usando rigidi schemi strutturalisti. Ma su questo avremo modo di ritornare).

Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons
Immagini nel testo: alisdare1 from wikimedia commons ; Bernard Edelstein from wikimedia commons

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