La formazione del nuovo governo: il metodo

Il governo Conte 2 nasce, esattamente come il governo Conte 1, da un accordo a tavolino tra partiti diversi e tra loro concorrenti, nel senso che non avevano siglato una alleanza prima delle elezioni e non avevano espresso obiettivi e programmi comuni. Da questo punto di vista non c’è nulla di nuovo: il modo in cui si è formata l’alleanza tra M5s e Pd è lo steso del modo in cui si era formata l’alleanza tra M5s e Lega. Parlare come fa Salvini di non rispetto della volontà degli elettori e di non rispetto delle regole democratiche, solo nel caso del Conte 2, non è onesto. E in più non è corretto: la procedura attuale, come quella seguita 14 mesi fa, rientra nelle regole della nostra democrazia parlamentare.

Può essere invece utile considerare altri aspetti relativi al modo in cui nasce il nuovo governo, per cercare di capire cosa ci si può aspettare da esso, cosa ne potrà derivare per il bene del nostro Paese.

Il Conte 2 nasce dopo 14 mesi di governo M5s-Lega che la maggior parte degli osservatori esperti di cose politiche, di destra come di centro come di sinistra, ha giudicato inutile e dannoso (la situazione economica è peggiorata, il debito pubblico è aumentato, la pressione fiscale è aumentata, la questione migratoria è stata molto agitata ma non affrontata, il paese è diventato meno credibile e più isolato a livello internazionale, il 2019 non è stato, almeno finora, un anno bellissimo). La crisi del governo Conte 1 era inevitabile.
Ma cosa ne ha determinato l’accelerazione?

L’atto politico che ha avviato la fine del primo governo Conte, come tutti sanno, è stato il cosiddetto autogol di Salvini: poco prima di ferragosto, da una spiaggia affollata dove era in vacanza, il leader della Lega, lamentando il fatto che la sua volontà politica era troppo ostacolata dai suoi alleati, ha annunciato di voler sfiduciare il governo del quale faceva parte (e sul quale esercitava in realtà un forte controllo). Ed ha anche detto che si sarebbe rivolto al popolo per chiedere i pieni poteri. Un colpo di sole? Probabilmente no. Certo un azzardo, da parte di un populista che ha sovrastimato il proprio peso politico. Ma un azzardo basato anche, almeno in parte, su una qualche consapevolezza della situazione. Quelli che Salvini (ma non è il solo) chiama, con una espressione ormai abusata, i poteri forti, ma più banalmente gli stessi imprenditori del nord che lo hanno sempre votato e gran parte di tutti coloro che in questo paese investono e vi svolgono i propri negozi ne avevano ormai le scatole piene di un governo che invece di assecondare gli sforzi per una ripresa economica produceva ostacoli. E lo dicevano chiaramente e apertamente in tutte le occasioni su tutti i giornali con tutti i mezzi di comunicazione e persino con manifestazioni di piazza.
Ma Salvini che era (sempre di fatto) il principale leader di quel governo e, perciò, il principale responsabile di una situazione divenuta insostenibile, non aveva alcuna strategia per risolverla. Il governo del cambiamento non aveva alcuna strategia per il cambiamento, la sua vera cifra era l’improvvisazione, il pressapochismo, l’incompetenza.  Aveva solo (ed era anche il vero punto di contatto tra Lega e M5s) una strategia per danneggiare la democrazia rappresentativa (che tutti i movimenti populisti e sovranisti considerano il vero nemico da combattere), niente altro.
L’azzardo di Salvini si spiega dunque, almeno in parte, con la necessità di trovare una via di uscita, anche considerando il fatto che in tempi brevissimi quel governo sarebbe stato chiamato a varare una manovra lacrime e sangue per tentare di salvare il paese dalla recessione. Molto probabilmente il grande consenso nei confronti della Lega sarebbe in buona misura evaporato. Quindi meglio tornare al voto subito e, ad ogni buon conto, capitalizzare il consenso costruito a furia di promesse mirabolanti. Quando non sanno che pesci pigliare i populisti reclamano il ritorno alle urne, dare voce al popolo (Naturalmente anche l’ideologia della democrazia diretta si nutre di questa mitologia, ma il M5s ha già imboccato la via del declino e il ritorno alle urne, in queste circostanze, spaventa).

L’atto politico decisivo va invece ascritto a merito dell’ex premier Renzi.
Forse pochi avevano dato credito a Renzi quando 14 mesi fa, all’indomani della sua sconfitta elettorale, mostrava di non essere particolarmente afflitto e con una forte dose di cinismo affermava “tanto questi vanno a sbattere e presto torneremo noi”. E forse per riparare al suo cinismo di allora, appena ha intravisto una possibilità per liberare il paese dalla follia gialloverde, è prontamente intervenuto per dichiarare e rendere possibile ciò che prima era considerato impossibile: una alleanza tra il Pd e Il M5s.
Oggi il Pd di Zingaretti fa qualcosa che non era nel suo programma. Zingaretti aveva sempre dichiarato e con convinzione che non avrebbe fatto alcun accordo di governo con il M5s ma, come sappiamo, nel giro di qualche giorno, se non di qualche ora, ha cambiato radicalmente opinione.
E Grillo, che ha sempre considerato il Pd come il principale ostacolo al rinnovamento della politica e alla modernizzazione del paese, anche lui nel giro di qualche giorno, se non di qualche ora, ha cambiato radicalmente opinione (tanto da invitare pubblicamente il giovanotto da lui ha messo alla guida del Movimento a mettere da parte le ambizioni personali e siglare l’accordo col Pd, in virtù dell’importanza storica della situazione che si è determinata.

Molti commentatori, e non solo tra coloro che si pongono in posizione critica di fronte al nuovo governo, mettono l’accento sul fatto che questa alleanza inattesa è in qualche modo innaturale e perciò, specie per il Pd, piena di rischi. Preoccupazioni legittime, ma basate su osservazioni che, a nostro avviso, si fermano alla superficie, non colgono cioè per intero il significato dell’operazione che è stata compiuta.

Oggi questa alleanza assume una funzione ed un significato che 14 mesi fa non avrebbe avuto. Quattordici mesi fa una alleanza tra Pd e M5s avrebbe segnato la resa della sinistra socialdemocratica e liberale ad un populismo rampante (con venature di sinistra ma dichiaratamente e programmaticamente illiberale). Nella situazione attuale l’accordo Pd – M5s, accanto alla funzione tattica di togliere dalla scena politica che conta uno dei due populismi insediatisi al governo del paese (quello dei due che si è mostrato più aggressivo e pericoloso) assume un significato totalmente diverso: un tradizionale partito socialdemocratico e liberale si offre come risorsa per superare i limiti ormai manifesti di quel populismo. Il Pd mostra nei fatti, non solo a parole, di essere un solido baluardo contro i pericoli che oggi corre la nostra democrazia.

Quella che ora si apre potrà essere una fase politica totalmente nuova se verrà vissuta dai protagonisti come una sorta di laboratorio per la ricerca e la sperimentazione di possibili soluzioni (tutte da verificare naturalmente) per i tanti problemi, sul piano economico come su quello politico e sociale, che da molto tempo ricevono solo risposte parziali, insufficienti, e perciò creano, anche quando sono nutrite di buone intenzioni, insoddisfazione, malessere e alla fine sfiducia nei confronti della politica e del sistema democratico nel suo complesso.

Se vogliamo, anche questa nostra manifestazione di fiducia può essere considerata un azzardo. Perché i rischi che una vera inversione di tendenza rispetto al Conte 1 non si verifichi sono tanti e insiti proprio nel modo in cui si è giunti alla formazione del nuovo governo, il cui limite principale va individuato nel fatto che il suo non è, come dicevamo all’inizio, un vero programma comune, frutto di un ampio e approfondito confronto sui problemi del paese. Non può esserlo. Manca, tra le forze politiche che oggi si alleano,  la sedimentazione di una cultura politica comune. Questa non si può inventare con un accordo, può essere gradualmente costruita col tempo. Lavorare nello spirito del laboratorio può essere, a nostro avviso, un metodo per favorirne la costruzione.

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