Sulla figura del nuovo Papa / 1
Non è Francesco

Non poteva essere altrimenti in quanto la storia di ogni individuo presenta peculiarità tali da impedire di trovare un suo “gemello”. Sul nuovo papa non pronunciamo alcun giudizio, meno che mai definitivo, ma solo alcune impressioni.

Leone XIV potrebbe in futuro presentare aspetti di continuità con papa Francesco, così come aspetti di discontinuità, entrambi auspicabili quando servono a migliorare l’azione pastorale rispetto al predecessore. È troppo presto per parlarne se non in maniera superficiale, per i pochi elementi che abbiamo oggi a disposizione.

La primissima impressione, quando Prevost -Leone XIV- è apparso dal balcone della basilica di S.Pietro per salutare la folla, subito dopo l’elezione, è stata di una sottile delusione.
Si è infatti presentato vestito non solo con la tradizionale talare bianca, come Francesco, ma anche con la mozzetta rossa e la stola, per lui rappresentazioni della sacralità del ruolo, per noi oramai orpelli barocchi.
Sappiamo che i simboli sono importanti – e non solo in campo religioso- perciò forse varrebbe la pena – più che moltiplicarli – selezionarli in modo che siano più adeguati ai bisogni del tempo e dirompenti nella loro forza comunicativa. La semplicità dell’abito di Francesco, assieme alla sua scelta di vivere nelle due stanze della Casa di Santa Marta (mentre Leone XIV pare oramai orientato definitivamente a tornare nella residenza papale del Palazzo Apostolico, con le sue dieci stanze e la cappella privata) erano stati immediatamente colti come indicatori della”povertà evangelica” e dell’umiltà francescana, da cui invece il successore sembra prendere le distanze.

È stato tuttavia il nome scelto – Leone – l’elemento che maggiormente ci impensierisce. Il teologo Vito Mancuso sostiene che il nome potrebbe dipendere da un episodio quasi autobiografico, essendo Prevost un sacerdote agostiniano: “… a quanto mi ha detto un caro amico frate agostiniano, cioè dello stesso ordine religioso del nuovo Papa, il motivo che ha portato Prevost a scegliere di chiamarsi Leone è la riconoscenza verso Leone XIII (papa dal 1878 al 1903) che da bambino nel suo paese di Carpineto Romano aveva fatto il chierichetto presso gli agostiniani e che poi da Papa ricompensò l’ordine con una serie di benefici…”.

Non vorremmo invece che ci possano essere (anche) altre motivazioni legate al ruolo del precedente Leone, il XIII, di cui restano fondamentali i contributi rispetto alla dottrina sociale della Chiesa e all’impegno pastorale nella società di fine ottocento.  Infatti Prevost afferma: “…Proprio sentendomi chiamato a proseguire in questa scia, ho pensato di prendere il nome di Leone XIV. Diverse sono le ragioni, però principalmente perché Papa Leone XIII, con la storica enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima rivoluzione industriale. Oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la dignità umana, la giustizia e il lavoro.”

Lo scopo finale della Rerum Novarum è attualmente improponibile in quanto essa non contiene soltanto sensate, oggi banali, norme a difesa dei lavoratori(salario equo, diritto di creare organizzazioni operaie) accanto all’invito alla pratica delle tradizionali virtù cristiane (il ricco sia generoso, il povero sia “paziente” e contento della propria sorte) come soluzione dei problemi sociali. Essa soprattutto si occupa di ricostruire un contesto in cui (secondo l’antica logica post costantiniana) il trono (non la democrazia politica, condannata categoricamente già dal papa precedente, Pio IX, che col Sillabo negava qualsiasi diritto alla sovranità popolare) ritrovi il fondamento del suo potere nell’abbraccio ossequioso -e ubbidiente- alla Chiesa cattolica. Infatti, poco prima, nel 1885 Leone XIII sintetizzava così il programma dei papi, che resterà presente e ufficialmente vigente fino al Concilio Vaticano II: un programma fondato sull’esperienza storica medievale, costituita dall’alleanza tra le monarchie e le aristocrazie nazionali da una parte e dall’altra la Chiesa cattolica: “ Fu già tempo in cui la filosofia del Vangelo governava gli Stati, quando la forza e la sovrana influenza dello spirito cristiano era ben addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutti gli ordini e ragioni dello Stato, quando la religione di Gesù Cristo posta solidamente in quell’onorevole grado che le conveniva, cresceva fiorente all’ombra del favore dei principi e della dovuta protezione dei magistrati; quando procedevano concordi il sacerdozio e l’impero, stretti avventurosamente tra loro per amichevole reciprocità di servizi. Ordinata in tal guisa, la società recò frutti che più preziosi non si potrebbero pensare, dei quali dura e durerà la memoria….” (estratto dall’enciclica “Immortale Dei”).

Sostituiamo al termine “principi” quello di “oligarchi” e al termine “impero” quello di “stato sovranista” ed allora vedremo che oggi molta parte della gerarchia cattolica (non solo statunitense) e milioni di fedeli sono schierati sulle posizioni di Leone XIII.
Speriamo e ci auguriamo che a Leone XIV sia invece ben chiaro che  la società democratica non prevede concordati e neppure l’uso nel dibattito pubblico del riferimento a “Dio”, e non subordina l’azione del governo e le proposte dei diritti umani e civili ai dettami del clero di una qualsiasi religione.

Immagine in evidenza: EdgarBeltrain/The Pillar from wikimedia commons

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