Magnifica humanitas, luci ed ombre /2

Leone XIV, nei confronti della rivoluzione digitale in corso e dell’IA, ritiene che il necessario intervento della società per controllare e sviluppare le nuove tecnologie possa presentare almeno due diversi e opposti atteggiamenti. Essi sono esemplificate dal papa, nella Introduzione alla sua prima enciclica (Magnifica humanitas), attraverso due “icone bibliche”, cioè due racconti mitici presenti nel libro della Genesi, capitolo 11, e nel libro di Neemia, entrambi contenuti nel Primo Testamento.   La Torre di Babele rappresenterebbe, a parere del papa, l’uso sconsiderato e negativo della tecnologia, perché essa è stata progettata senza tener conto di Dio, in nome della “autosufficienza umana”, con l’obiettivo di uniformare e omologare i popoli (per analogia, oggi la gestione della tecnologia da parte degli uomini non dovrebbe ripetere i medesimi errori fatti dai nostri antichi predecessori). Il secondo racconto mitico, tratto dal libro di Neemia,  rappresenterebbe invece l’uso sapiente e positivo della tecnica.

Neemia, ebreo al servizio del re persiano Artaserse, viene a sapere dagli ebrei tornati a Gerusalemme dopo l’esilio babilonese, che le mura della città sono in rovina e le porte sono state bruciate. Neemia prega Dio confessando i peccati, promettendo obbedienza alla legge di Mosè,  e infine chiedendo di mantenere la promessa di radunare tutti gli ebrei dispersi e di “ricondurli nel luogo da Lui scelto per farvi dimorare il Suo nome”. Ottiene dal re il permesso di partire e si procura il materiale per ricostruire le mura e le porte.
 A Gerusalemme, dopo alcuni giorni di perlustrazione convoca il popolo e chiede di aiutarlo a ricostruire le mura “per non essere più insultati” e comunicando che “la mano benefica di Dio era stata su di me”.

Segue il lunghissimo elenco di coloro che ricostruiscono le porte e riparano le mura.
Neemia deve affrontare anche il pericolo di un attacco di nemici che vogliono sabotare la costruzione; dispone le famiglie nei luoghi minacciati ed esorta a combattere:”Ricordatevi del Signore grande e tremendo, combattete per i vostri figli e figlie, per le mogli  e per le vostre case” (a proposito della guerra giusta).
I lavori proseguono con le armi in pugno. Nasce anche un conflitto “sindacale” in mezzo al popolo tra lo strato più ricco (notabili e magistrati) e gli altri, Neemia risolve il problema imponendo il condono dei debiti. Infine risponde poi vittoriosamente alle sfide di falsi profeti e finti alleati e dopo 52 giorni le mura e le porte sono ricostruite.

Leone XIV fa notare alcuni aspetti, utili “ad abitare con responsabilità il tempo dell’Intelligenza artificiale”: sottolinea il fatto che Neemia “ prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto.”  Poi conclude: “Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo … È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre .… l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore”.

Quali elementi di attualità possiamo ricavare dai due racconti, secondo il papa?

Leone XIV inizia con questo preambolo: “La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa.”
Fin qui l’argomentare del papa è convincente, sono le conclusioni ad esserlo di meno: “Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.”

Le persone che, con la fede nella forza e nella presenza di Dio, hanno compiuto la ricostruzione delle mura, attraverso la “convivenza fraterna”, sono poi le stesse persone che contemporaneamente giureranno di ubbidire alla legge divina dell’esclusivismo religioso/sociale, del fare gruppo a sé, di non consentire a persone diverse dagli ebrei di convivere con i loro figli e figlie. L’esclusione degli stranieri e le misure contro i matrimoni misti, misure assunte da Neemia e i suoi ebrei, non possono essere taciute e cancellate dal racconto perché ne fanno parte a pieno titolo, quale garanzia della protezione divina che ha consentito la rinascita di Gerusalemme.

Perciò non sembra fondato quanto il papa scrive dopo: ”Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico.” Ripetiamo: includere Dio nel nostro progetto di vita non ci garantisce il fatto che l’altro non sia ridotto a mezzo, non ci esime dalla responsabilità di scelta, che dobbiamo fare ogni volta. Se poi il dio di cui si parla è quello che si identifica con Misericordia, Carità e Giustizia, allora proponiamo direttamente questi valori ed anche in questo caso dovremmo far opera di libero e responsabile “discernimento”. Al dovere della scelta e della responsabilità individuale non si sfugge. Quando il papa indica concretamente l’etica che deve animare uno sforzo collettivo è maggiormente persuasivo: “Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità.”  Parole che negano la decisione politica (e religiosa) di Neemia, divisiva nei confronti dell’umanità, e propongono invece il percorso opposto, cioè non solo accettare le differenze, ma considerarle una risorsa per la realizzazione attraverso il dialogo di un progetto comune.

La parola chiave che deve guidare questo progetto condiviso è, per il papa, il bene comune e ne indica quattro condizioni.

La prima riguarda la necessaria presenza della relazione con Dio, relazione di cui abbiamo già evidenziato i limiti.
La seconda “edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere”. Il concetto è ambiguo soprattutto perché espresso da una istituzione che ha spesso proclamato la necessità di non modificare la natura, che è voluta da Dio. Perfino una genitorialità consapevole attraverso l’uso del profilattico, con l’interruzione del processo naturale di fecondazione, è vietata dalla Chiesa di Roma (ma non da quelle protestanti).
La terza condizione riguarda la cooperazione e la corresponsabilità collettiva per cui “ a ciascuno il suo tratto di muro: scienziati e ricercatori, imprenditori e lavoratori, educatori e legislatori, società civile, movimenti popolari e comunità di fede. Questa è la logica della sussidiarietà, che valorizza la cooperazione tra generazioni, tra popoli, tra discipline e culture come via maestra per far crescere stabilità, prosperità e pace.”
La quarta condizione infine è un invito pressante a modificare il linguaggio, abbandonando termini offensivi e atteggiamenti di sterile contrapposizione, ma piuttosto”indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace.”.

Leone XIV conclude l’Introduzione ricordandoci che in questa nuova era “il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa.”
Ci sembra che questo pensiero, tradotto politicamente,  indichi una tipologia di fraternità e di solidarietà sociale che lascia poco spazio ai sovranismi e nazionalismi identitari, ma vada nella direzione di favorire società multicolore, variegate, in cui l’armonia nasca dall’accettazione del bene comune e sia mantenuta contemporaneamente la diversità come ricchezza collettiva (il poliedro di papa Francesco opposto alla sfera dell’omologazione).
Gli uomini e donne di buona volontà senz’altro dovranno accogliere l’invito di Leone XIV a sporcarsi le mani nella ricostruzione di una società più giusta, “mettendo l’essere umano al centro delle proprie scelte”. Quindi “i poveri, i malati, i migranti, i piccoli” potranno finalmente trovare “una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr Sal 85,11)”.

Le nostre conclusioni sull’Introduzione:
l’analisi e la proposta che abbiamo appena letto ci ricordano un movimento con sistole e diastole, cioè attraverso contrazioni e dilatazioni. Abbiamo cercato di segnalare i momenti di contrazione, di chiusura dello sguardo, concentrato sul suo orto formalmente cattolico; accanto abbiamo evidenziato gli aspetti di apertura, di “cattolicità” reale, cioè di ricerca di un messaggio che vuol diventare universale proprio coinvolgendo tutti coloro che saranno disponibili, al di là delle differenze, anzi accettandole come lievito di un nuovo modo di pensare ed agire.

Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons

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