Magnifica humanitas, luci ed ombre /1
L’enciclica presenta una cornice metafisica (confusa e opinabile, non solo per i laici) posta attorno a contenuti interessanti, a partire dal cui sviluppo proponiamo un nuovo ‘68 contro il fondamentalismo tecnologico.
I simboli, che si riferiscono a una religione e ai suoi aspetti perfino secondari, sono importanti e vanno tenuti in considerazione anche quando non riguardano il contenuto, ma elementi formali apparentemente irrilevanti. In particolare, l’enciclica “Magnifica Humanitas”, la prima di Leone XIV, è stata presentata il 15 maggio, data simbolica perché indica il centotrentacinquesimo anniversario della promulgazione della “Rerum novarum” di Leone XIII (15 maggio 1891).
In quegli anni Leone XIII si dovette confrontare con la trasformazione epocale segnata dai cambiamenti in campo economico – con la diffusione del sistema capitalistico – e dalle trasformazioni politiche e sociali concomitanti: nacque così il primo documento che, in maniera organica, ha fondato la Dottrina sociale della Chiesa di Roma.
Leone XIV ha di fronte le “res novae” del III Millennio, cioè la nuova rivoluzione prodotta dall’informatica e dall’Intelligenza Artificiale, e quindi il papa, a sua volta, propone un aggiornamento della Dottrina sociale della Chiesa e un’ articolata analisi dei mutamenti in corso in tutto il mondo, dei pericoli e delle possibili soluzioni, indicando l’attuale punto di vista del Vaticano su questi temi.
L’enciclica è divisa in sette parti: Introduzione, il capitolo 1 (“Un pensiero dinamico fedele al Vangelo”), capitolo 2 (“Fondamenti e principi della Dottrina sociale della Chiesa”), capitolo 3 (“Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana di fronte alle promesse della I.A.”), capitolo 4 (“Costruire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà”), capitolo 5 (“La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”), Conclusione.
Gli argomenti sono molti e richiederanno alcuni articoli di commento per poter esaminare ogni parte.
INTRODUZIONE
Essa serve ad orientare il lettore per capire subito quali temi verranno affrontati, con quali modalità, con quali intenzioni ed obiettivi. Rappresenta una sintesi estrema di ciò che verrà sviluppato in seguito. Quindi esaminiamola con attenzione.
“Su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo». (Gaudium et Spes). Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza”.
Questo concetto iniziale richiama la finalità generale del documento, nato appunto dalla constatazione della particolare gravità del momento storico che stiamo vivendo e dalla necessità di darne una risposta. Il papa aggiunge tuttavia di sapere che questa risposta sarà tale soltanto se si baserà sul “mistero del Verbo incarnato”. La formulazione si può leggere come se sostenesse che ci sia, da una parte, “l’umanità” tutta, che rischia di “smarrirsi”, dall’altra “noi cristiani” con la certezza della soluzione.
Notiamo, in questo primo passaggio, l’uso del termine “cristiano” come attributo monopolizzato frequentemente dalla Chiesa di Roma, la quale però non rappresenta affatto tutte le forme di cristianesimo oggi presenti (per esempio le chiese orientali, evangeliche, luterane, anglicane). Non a caso al punto 16 dell’Introduzione si legge più correttamente:”A tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà rivolgo un accorato appello: non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo…”.
Proprio il riconoscimento di “uomini e donne di buona volontà” ci porta ad una seconda considerazione: l’ iniziale contrapposizione tra “noi cristiani” ed il resto del mondo viene negata sia qui che dopo da una indicazione metodologica fondamentale: “Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità. Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti”. E il dialogo, se non vuole essere apparenza ipocrita o monologo, presuppone il confronto senza pregiudizi e senza verità preconfezionate da imporre. Ben vengano questi incontri!
Si prosegue con la definizione della Dottrina sociale cattolica: essa consiste in una riflessione sull’economia, la società e la politica, riflessione che, a sua volta, è costituita da “principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire”. Ma da dove questa Dottrina sociale ha tratto metodologia, orientamento e finalità? Secondo il papa dalla Bibbia e dalla Tradizione (l’interpretazione data nei secoli dal Magistero, cioè i papi e i vescovi) in dialogo con la scienza, aggiunge Leone XIV, per poter così”leggere con lucidità le sfide del presente”. Per raggiungere questo obiettivo la Dottrina sociale “non è un insieme statico di concetti, ma un corpus vivo di verità, che custodisce e interpreta la vocazione dell’umanità a una vita piena e giusta”.
Quindi, pare di capire, non ci troviamo di fronte ad una serie di dogmi impermeabili ad ogni valutazione, stabilito una volta per tutte, ma esiste uno spazio per il confronto con interlocutori diversi.
Segue il giudizio sulla tecnologia, immaginata come un Giano bifronte portatore di bene e di male perché essa può favorire l’autonomia umana o trascinarla verso la regressione: “Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo»…ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo”. Concordiamo pienamente.
È innanzitutto necessario – prosegue il papa – progettare una legislazione in grado di contenere gli “effetti distorsivi della tecnologia”.Non basta: contemporaneamente vanno individuati i detentori sia della conoscenza legata all’utilizzo della tecnologia, sia del potere economico per sfruttarla: costoro non sono più gli Stati, che un tempo guidavano l’innovazione, ma ” i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi .”
Che fare allora? “Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto”. All’interno di questo vero e proprio “cambiamento d’epoca” provocato dalla digitalizzazione e dall’Intelligenza Artificiale, tutte le persone di buona volontà dovrebbero porsi alcune grandi domande, decisive e non eludibili: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?”
La risposta a queste domande, necessarie “per discernere come abitare con responsabilità il tempo dell’intelligenza artificiale”, si può intravedere, a parere di Leone XIV, nelle descrizioni bibliche della torre di Babele (Gen 11,1-9) e della ricostruzione delle mura di Gerusalemme (Ne 2-6).I due miti sono plurisemantici, “nasi di cera” che vanno nella direzione in cui li muove il lettore (non a caso le interpretazioni degli ebrei, dei cattolici e dei luterani sono numerose e divergono tra loro).
Per papa Prevost la torre di Babele, simbolo di un uso scorretto della tecnologia, viene letta come “un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione… Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dalla assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio”.
Per il papa il dato fondamentale è quello per cui ogni impresa e produzione umana devono necessariamente essere poste sotto l’egida di Dio, altrimenti si alimenteranno risultati disastrosi perché disumani.
Cerchiamo di capire meglio:
la prima questione riguarda la vaghezza – in queste frasi – del termine “Dio”, visto che attualmente di “dei” ce ne sono diversi in circolazione, il cui messaggio sovente non coincide affatto.
La seconda questione è l’abuso di un vocabolo – “Dio” – che è stato pronunciato nella storia dell’umanità troppo spesso a sproposito (anche da parte della Chiesa di Roma). Senza la necessità di scomodare Dio, non bastava al papa suggerire che ogni azione umana, anche collettiva, deve avere innanzitutto come presupposto e come finalità una componente etica (l’etica in cui “non si sacrifica la dignità della persona all’efficienza”) e che, in secondo luogo, i valori da essa incarnati dovrebbero essere quelli ispirati alla crescita materiale e spirituale dell’intera umanità ?
Il richiamo a Dio come fondamento del nostro agire non basta per potere agire “bene” e la storia umana – con i misfatti commessi dai credenti in qualche fede- ne è la prova.
Anche il richiamo all’etica può essere ambiguo, ma a differenza dell’appello ad un Dio che impone sia i propri comandamenti sia gli interpreti delegati ad interpretarli (le Chiese), consente una discussione aperta, una negoziazione senza barriere preliminari, senza appellarsi a un “ipse dixit” con la maiuscola.
Rispetto all’uso del concetto di “assolutizzazione dell’umano” e della sua “pretesa di autosufficienza” bisognerebbe che esso venisse chiarito, altrimenti si resta col sospetto che si tratti della critica alla “libertà di coscienza” e all’ “autodeterminazione” dell’individuo (intesa in senso kantiano come “libera soggezione alla legge morale”) che per noi restano valori fondamentali.
Al mito sfuggente della Torre di Babele quale emblema della tecnologia disumana, vogliamo contrapporre la dura certezza del fatto storico della Shoah, l’esempio più tragico dell’uso ideologico dell’organizzazione tecnica – in termini di istituzioni preposte alla propaganda antisemita, indottrinamento popolare con i nuovi mass media, efficiente rete dei trasporti, costituzione dei campi di raccolta, istallazione delle camere a gas, ecc – in funzione e con lo scopo della distruzione di un popolo.
La scienza e la tecnica dello sterminio si sono avvalse di uomini e donne che, nel ruolo di militari, operai, ferrovieri, medici e infermieri, impiegati statali, addetti ai servizi ecc, all’interno di una entità totalitaria quale lo stato tedesco, hanno usato la tecnologia più avanzata all’epoca per procedere alla carneficina.
Questi uomini e queste donne non sono stati fermati dalla fede del loro Dio (protestante e cattolico prevalentemente) ed i rappresentanti delle loro chiese (tranne encomiabili eccezioni) non hanno mai espresso pubblicamente una rottura netta con la politica e la guerra promossa dai gerarchi nazisti. Questi ultimi non hanno comunque commesso le loro barbarie in nome dell’”assolutizzazione dell’Umano” ma al contrario, della negazione dell’umano e dell’esaltazione della razza. Coloro che hanno obbedito al progetto nazista hanno abdicato alla responsabilità di esercitare la libertà di giudizio, hanno cioè rinnegato la “capacità di autosufficienza” nella scelta tra aderire agli ordini oppure no, per pigramente o vilmente delegarla al potere. Dio e i suoi rappresentanti sulla terra non potevano essere indicati come depositari di una decisione, che invece doveva essere necessariamente e responsabilmente assunta da ognuno di loro.
Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons
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