La fine per una guerra senza fine: due stati per due popoli

introduzione

Quando il ministro delle Finanze Smotrich annuncia che “ogni insediamento è un altro chiodo nella bara dello Stato palestinese, un passo che elimina l’illusione dei due Stati”, porta la strategia militare di Israele definitivamente sullo stesso piano imposto da Hamas il 7 ottobre 2023, fuori cioè da un terreno “politico” (da quel terreno ad esempio definito dal consesso delle nazioni dopo la seconda guerra mondiale) per riaffermare il primato di una visione identitaria (quella che trova espressione nel fondamentalismo ebraico) che si contrappone escludendo qualsiasi possibilità di mediazione ad un’altra visione identitaria (quella che trova espressione nel fondamentalismo islamico). La contrapposizione si fonda sulla negazione, da entrambe le parti, di un dato di realtà:  la Palestina terra madre di entrambi i popoli che la abitano.

Questo è il quadro attualmente offerto dal conflitto di Gaza, ovvero un quadro in cui i contendenti hanno eliminato dal proprio orizzonte la prospettiva di una azione “politica” improntata al pragmatismo. Una prospettiva che nella storia del conflitto Israelo-palestinese ha avuto la sua più concreta e realistica espressione nell’ipotesi “due popoli due stati”. Non è un caso, infatti, che su di essa le correnti radicali presenti in entrambi i fronti mirino a porvi una pietra tombale.

A parte le posizioni preconcette di chi è contrario per principio a qualsiasi tipo di spartizione del territorio della regione storica di Palestina, c’è anche chi critica, soprattutto tra chi mostra simpatia per la causa palestinese, il modo in cui la soluzione due stati è stata concepita e in parte realizzata in virtù della risoluzione 181 delle Nazioni Unite: è una risoluzione, si dice, che lascia a Israele la maggior parte del territorio storico della Palestina; se venisse implementata al momento attuale i palestinesi riceverebbero uno stato frammentato e privo di vera sovranità; oggi la divisione territoriale proposta non è più fattibile, a causa della continua espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania; inoltre, questa soluzione non ha risposto alla richiesta del diritto al ritorno per centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi e dei loro discendenti, oramai milioni.
Considerando questi limiti, si sostiene, è preferibile puntare su altre forme di soluzione, come uno stato unico con uguali diritti per tutti i cittadini o una confederazione di stati indipendenti  ma  interconnessi . Infine, tra  i propal più vicini alle posizioni di Hamas (che come è noto ha nel suo programma la cancellazione dello Stato di Israele) c’è chi afferma addirittura che la soluzione due stati è “la causa” della disastrosa condizione in cui versa il popolo palestinese (tralasciando di considerare il fatto che se gli arabi di Palestina avessero anche loro costituito un proprio Stato fin dal 1948, sulla base della risoluzione dell’ONU, invece di scendere in guerra insieme alla Lega Araba contro Israele, quella che chiamano Nakba  ovvero l’origine di tutti i loro mali odierni,  molto verosimilmente non ci sarebbe stata).

In sostanza, a nostro avviso, le critiche che i propal rivolgono alla soluzione due stati o sono infondate (come la narrazione di una ingiusta divisione del territorio a scapito dei palestinesi) o sono di fatto una rappresentazione di come sono andate le cose per non aver voluto implementare la soluzione due stati.
Per quanto riguarda le soluzioni alternative centrate sulla elaborazione di forme statuali diverse da quella adottata dall’ONU ci sembra di trovarci di fronte a proposte o ingenue o artificiose o addirittura mistificatrici.

Oggi, a nostro avviso, il problema vero è come recuperare la dimensione “politica” e, quindi, come riprendere l’idea dei due stati dal punto in cui è stata lasciata definitivamente cadere (nei primi anni 2000) boicottando in tutti i modi l’applicazione degli accordi di Oslo. E in questo boicottaggio, ma più in generale nell’adozione di posizioni volte a complicare piuttosto che risolvere il conflitto, il fanatismo politico-religioso dei Fratelli Musulmani  con Hamas come loro tragica espressione palestinese da una parte e, dall’altra, il corrispettivo fanatismo politico-religioso che trova espressione nel messianesimo ebraico di cui vaneggiano i partitini di estrema destra che ora appoggiano (e ricattano) il governo Netanyhau hanno avuto un ruolo di primo piano (basta ricordare che il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin uno degli artefici degli accordi di Oslo e premio nobel per la pace fu assassinato al termine di una manifestazione in appoggio agli accordi da un ebreo estremista di destra. E Arafat, il leader palestinese che aveva firmato gli accordi e riconosciuto Israele, è stato accusato di tradimento).

Ma al contempo non va dimenticato il ruolo che anche altri soggetti hanno avuto nella diffusione di retoriche polarizzanti, che certo non hanno facilitato il lavoro verso una soluzione giusta e sostenibile per entrambe le parti. In questo senso va considerata la mancanza di imparzialità da parte di alcune istituzioni sovranazionali, prima fra tutte l’ONU. Nella sua Assemblea generale, Paesi arabi e islamici insieme a molti Paesi del Sud globale (che percepiscono Israele come una “potenza coloniale”) hanno spesso formato maggioranze che hanno spinto l’ONU ad adottare posizioni favorevoli alla narrativa palestinese. È a tutti noto il caso della risoluzione che nel 1975 equiparava il sionismo al razzismo (poi revocata nel 1991).

Le narrative anticolonialiste e anti-israeliane dell’ONU, data l’importanza dell’organismo da cui provengono, sono dotate di un alto grado di pervasività. E quindi di capacità di influenzare altri organismi internazionali e più in generale l’opinione pubblica di ogni paese. Alcuni organi delle Nazioni Unite, come il Consiglio per i Diritti Umani e l’UNRWA (l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi), hanno spesso mostrato un focus sproporzionato su Israele rispetto ad altre crisi globali. Ad esempio, il Consiglio per i Diritti Umani ha una “Agenda Item 7” dedicata esclusivamente alle presunte violazioni di Israele, una situazione unica tra i Paesi membri: prevede che ad ogni sessione del Consiglio ci sia una voce dedicata specificamente a discutere la situazione dei diritti umani in Palestina e nei territori occupati (Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est).

Un alto grado di pervasività ha mostrato anche l’attivismo dei movimenti che si ispirano alla filosofia woke, molto diffusa tra professori e studenti delle Università americane ed europee, con un orientamento politico di estrema sinistra e l’impegno professato in modo quasi ossessivo di salvare il mondo dalla civiltà occidentale (della quale Israele è visto come un campione) “quotidiana fabbrica produttiva di diseguaglianze, di emarginazioni, di discriminazioni, di sfruttamento” (copyright Mario Tronti) e, naturalmente, di oppressione coloniale, rispetto alla quale partiti come quello di Hamas sono considerati fulgidi esempi di “resistenza”.

C’è poi un altro attore di cui si deve tener conto e che va incalzato ad abbandonare ambiguità ed insufficienze e scegliere senza esitazione la via del compromesso: l’ANP. L’Autorità Nazionale Palestinese ha spesso oscillato tra una retorica di compromesso e un sostegno implicito a forme di resistenza che facevano eco alla narrativa religiosa, contribuendo a legittimare indirettamente Hamas. Inoltre, l’incapacità dell’ANP di ottenere progressi tangibili nel processo di pace ha alimentato la frustrazione tra i palestinesi, portando molti a vedere Hamas come un’alternativa credibile. La riluttanza dell’OLP e dell’ANP a portare avanti fino in fondo un’agenda di compromesso e la loro debolezza strutturale hanno lasciato un vuoto che Hamas ha saputo colmare. Comunque una ripresa del processo di pace per una soluzione pragmatica del conflitto dovrà necessariamente vedere coinvolta l’Autorità Nazionale Palestinese. Ha ancora senso la speranza più volte formulata da Thomas Friedman che Hamas venga sostituita con una forza di pace araba che collabori con l’ANP: quest’ultima ha già riconosciuto Israele e, se riformata, potrebbe essere un partner per una soluzione a due stati.

Infine, a conferma del ruolo centrale che ha avuto ed ha l’estremismo religioso nel determinare la condotta politica, va considerata la scelta strategica compiuta da Hamas nell’agganciare la questione palestinese al più generale scontro tra le forze arabe nella regione mediorientale, ovvero la scelta di fare della Striscia di Gaza un avamposto del disegno imperialistico della teocrazia iraniana.

Il quadro di temi (ma potremmo anche dire di ostacoli) che abbiamo qui sinteticamente tracciato rende conto di quanto sia ora complesso il ritorno al primato della politica (= ricerca di soluzioni negoziate) interrotto una ventina di anni fa. Ma c’è un’altra via?

Immagine in evidenza: Joshua Doubek from wikimedia commons

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