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Dove non c’è dibattito sul genocidio (New York Times)
USA: una democrazia resiliente? (The Economist)
I cattolici LGBTQ+ (La Stampa)

L’editorialista Nicholas Kristof, sulle colonne del New York Times del 30 08 2025, ha richiamato l’attenzione sul fatto che da circa due anni (ovvero nello stesso lasso di tempo della guerra di Gaza) nel  Sudan del Sud si sta consumando quella che probabilmente è “la peggiore crisi umanitaria del mondo”:
“La carestia è stata ufficialmente dichiarata l’anno scorso; le Nazioni Unite riferiscono che circa 25 milioni di sudanesi soffrono la fame estrema e almeno 12 milioni hanno dovuto abbandonare le proprie case a causa della guerra civile. Tom Perriello, inviato speciale degli Stati Uniti per il Sudan … dice di credere che il bilancio delle vittime abbia ormai superato le 400.000 unità”.

“Tutte le parti negli Stati Uniti sembrano concordare sul fatto che sia in corso un genocidio, ma in gran parte lo ignorano”. L’amministrazione Biden aveva ufficialmente dichiarato che le uccisioni in Sudan sono un genocidio. E anche l’amministrazione Trump ha definito il massacro un genocidio.

“Qualunque cosa pensiate – scrive ancora Nicholas Kristof – della crisi umanitaria a Gaza – e sono stato spietato nel criticare le azioni di Israele e la complicità dell’America nei bombardamenti e nella carestia – dovremmo riconoscere il nostro fallimento collettivo nell’affrontare quest’altra crisi, con un bilancio delle vittime ancora più alto. Nessuna delle due dovrebbe essere vista come una distrazione dall’altra; abbiamo la larghezza di banda morale per essere sconvolti dall’enorme sofferenza in Sudan e a Gaza”.
…
“Le uccisioni e la fame in Sudan sono il risultato di due anni di lotta tra due generali in guerra. Una fazione è costituita dalle Forze Armate Sudanesi e l’altra da una milizia chiamata Rapid Support Forces. Entrambe si sono comportate in modo brutale, affamando i civili e ostacolando gli sforzi umanitari per aiutare gli affamati. … gli Emirati Arabi Uniti, nonostante le smentite, sembrano essere i principali sostenitori  delle Forze di Supporto Rapido, finanziandone la campagna di atrocità”.

Così descriveva la situazione il notiziario dell’ONU il 10 aprile scorso:

Il conflitto in Sudan è diventato una delle peggiori crisi umanitarie del XXI secolo, lasciando milioni di donne, bambini e famiglie sfollate a soffrire a causa della violenza, dell’insicurezza alimentare e del collasso dei servizi essenziali. …
Secondo il WFP, circa la metà della popolazione del Sudan, ovvero 25 milioni di persone, soffre di livelli estremi di fame; tra questi, circa cinque milioni di bambini e madri soffrono di malnutrizione acuta.
La guerra, iniziata il 15 aprile 2023, ha decimato infrastrutture critiche e causato una diffusa carenza di cibo, rendendo il Paese l’unico al mondo attualmente classificato come affetto da carestia.
” La portata di ciò che sta accadendo in Sudan rischia di far impallidire gran parte di ciò a cui abbiamo assistito nei decenni precedenti”.

In particolare, sono le donne e le ragazze ad essere esposte a un rischio estremo: UN Women ha affermato che “le prove indicano l’utilizzo sistematico della violenza sessuale come arma di guerra”.  “Le donne in Sudan subiscono le forma più gravi di violenza. … La loro forza è straordinaria, ma non possono e non devono essere lasciata sole ad affrontare questa crisi”.

Sempre dal Notiziario ONU apprendiamo anche che “la Corte Internazionale di Giustizia inizia a esaminare il caso del Sudan, accusando gli Emirati Arabi Uniti (che sostengono le Forze di Supporto Rapido – le RSF) di “complicità nel genocidio“.

Dobbiamo prendere atto che su quanto sta succedendo in Sudan non c’è dibattito. I giornali non ne parlano (se non sporadicamente), non ne parlano le televisioni, non se ne vede traccia sui social ne mai i pacifisti hanno organizzato cortei e manifestazioni per  esprimere il loro sdegno. Perché?
Interrogato su questa situazione, il chatbot Gemini ha così risposto:
Mentre il “massacro” in Sudan ha suscitato preoccupazione e condanna da parte di organizzazioni umanitarie e diplomatiche, non sembra aver provocato manifestazioni di piazza di vasta portata e a livello globale da parte dei movimenti pacifisti, a differenza di altri conflitti che hanno avuto maggiore risonanza mediatica e politica. La crisi è spesso definita come “la guerra dimenticata” a causa della scarsa copertura mediatica e della mancanza di una risposta internazionale forte e coordinata.

Viene da pensare che non è tanto la sofferenza e la morte di uomini donne e bambini che muove la sdegnata protesta dei movimenti pacifisti ma l’uso politico che se ne può fare.

Ovvero: la democrazia americana è in grado di resistere alle sfide cui quotidianamente la sottopone il suo attuale presidente?

Il problema è stato posto, tra gli altri, da Zanny Minton Beddoes, redattore capo dell’autorevole settimanale inglese The Economist, nell’edizione del 05 09 2025, partendo dall’osservazione che nei suoi vari viaggi compiuti nelle ultime settimane in Europa e in America Latina, in ogni luogo è emerso inevitabilmente un argomento di conversazione: l’America sta scivolando verso l’autoritarismo?
Gli europei hanno assistito con incredulità – scrive – al presidente Donald Trump che ha inviato truppe nelle città americane, ha intimidito gli oppositori e ha attaccato organismi apparentemente indipendenti come la Federal Reserve. “Dov’è l’opposizione?” si chiedono. In Colombia e in Brasile molti di quelli che ho incontrato hanno osservato che le loro istituzioni indipendenti e i controlli costituzionali sembravano più solidi di quelli degli Stati Uniti.

Zanny Minton Beddoes vede la questione in questi termini: Trump sta ponendo una sfida particolare. È impopolare: il suo indice di gradimento netto è del -14%, secondo il nostro tracker di Trump. È più o meno lo stesso di quello di Joe Biden dopo la sua disastrosa performance al dibattito dello scorso anno. Eppure è straordinariamente capace di ottenere ciò che vuole. Perché?

Parte della spiegazione – secondo il giornalista dell’Economist – risiede nel fatto che Trump si muove molto più velocemente delle forze che lo vincolano. Finora il presidente ha obbedito alle sentenze dei tribunali, ma non appena una via legale si chiude, ne tenta un’altra. … Le istituzioni indipendenti – aziende, università, studi legali – potrebbero obiettare alla sua intimidazione e alla sua violazione delle norme, ma trovano difficile coordinarsi.
Un’altra parte della spiegazione è che il Partito Repubblicano gli permette sempre di fare quello che vuole, perché ritiene che Trump abbia sempre ragione.

Stando così le cose, il compito principale di fare l’opposizione all’operato di Trump ricade sul Partito Democratico. Ma questo incontra serie difficoltà, in buona parte derivanti da scelte politiche di tipo estremistico che lo hanno portato ad alienarsi le simpatie di consistenti porzioni di elettorato. I consensi nei confronti di Trump sono bassi, ma è ancora più popolare dei Democratici.

Il marchio democratico è danneggiato – è il parere di Beddoes –. I democratici godono di maggiore fiducia da parte dell’elettorato in materia di sanità, ambiente e democrazia. Ma su molte questioni che stanno a cuore agli elettori, tra cui criminalità e immigrazione, preferiscono i repubblicani. Nelle elezioni del 2024, Kamala Harris è stata considerata più estremista di Trump. Dire che gli elettori sbagliano o sono sessisti a pensarla in questo modo non è d’aiuto. ….
Sotto Trump, i Repubblicani hanno fatto progressi con gli elettori non bianchi e giovani. I Democratici hanno perso la classe operaia bianca, sebbene siano apprezzati dagli elettori più istruiti (che però non sono la maggioranza degli americani di età pari o superiore a 25 anni).

Molti democratici pensano, a ragione, che Trump sia un pericolo per la democrazia e che ciò dovrebbe renderlo tossico per la maggior parte degli elettori. Invece, conclude l’autore, non è così. E la domanda che i Democratici devono continuare a porsi è questa: perché gli elettori pensano che siano loro gli estremisti, invece di quelli che cercano di stabilire un governo monocratico? 

L’autore, comunque, si dichiara ottimista:
Sono da tempo convinto che la democrazia americana sia resiliente. Lo ha dimostrato per quasi 250 anni, e ho sempre creduto che le istituzioni e i controlli e contrappesi si dimostreranno solidi anche ora.

Come ha messo in evidenza Franco Garelli su La Stampa del 6 settembre scorso, è la prima volta che nel programma ufficiale di un Giubileo è prevista la presenza di una rappresentanza Lgbtq+ e il programma, dicono gli addetti ai lavori, è lo stesso pensato e avallato a suo tempo da papa Francesco.Un programma che quindi ha ottenuto il placet anche del nuovo pontefice che proprio a ridosso di questo evento ha confermato in alcune interviste pubbliche il clima di accoglienza e di misericordia con cui la Chiesa intende seguire questi suoi figli.

Insomma, i richiami profetici di papa Francesco hanno lasciato il segno; quelli di una Chiesa … che si chiede “se una persona è gay, cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. 

Tuttavia – fa notare Garelli – non siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione cioè ad una piena cittadinanza ecclesiale… papa Prevost non si spinge a riconoscere il matrimonio omosessuale e non perde occasione per ricordare che il matrimonio non è un ideale irraggiungibile, ma il “canone del vero amore tra l’uomo e la donna”, intendendo con questa icona un amore totale, fedele e fecondo. Le sue parole sottolineano dunque la centralità del matrimonio e della famiglia fondata sull’unione di un uomo e una donna, confermando la sua natura completa e riproduttiva. E tanto per non far sconti, egli ha citato anche l’Humanae Vitae, la discussa enciclica di Paolo VI del 1968, che connette il matrimonio alla procreazione.

Pertanto, la domanda che si pone Garelli è: come leggere l’attenzione che il Giubileo riserva ai credenti Lgbtq+?
Garelli vede la questione in questi termini: da un lato Prevost, in modo più perentorio di Bergoglio, sente l’esigenza di affermare un principio di fondo della morale cristiana; dall’altro lato, in linea con il suo predecessore, egli invita la Chiesa ad accompagnare tutti i fedeli e gli uomini di buona volontà, nelle concrete situazioni che essi vivono, nella consapevolezza che una vita di fede significativa può albergare nel loro animo.

Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons
Immagini nel testo, nell’ordine: Steve Evans from wikimedia commons; Gilbert Stuart from wikimedia commons; Edgar Beltran from wikimedia commons

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