La guerra dei dazi /1

Il ritorno del mercantilismo? La globalizzazione economica insieme alla società aperta hanno le ore contate? Il protezionismo economico che l’attuale presidente degli Stati Uniti ha rispolverato per ridare lustro all’economia americana può funzionare? Il 2 aprile 2025 (come affermato dalla portavoce Karoline Leavitt) salirà veramente alle cronache come uno dei giorni più importanti della storia americana? I dazi, ora agiti da Trump per fare, come lui dice, di nuovo grande l’America, sono “uno strumento potente” anche per la sinistra (contro il libero mercato, responsabile del calo salariale nel settore manifatturiero)?

DAI MEDIA: THE NEW YORK TIMES, CORRIERE DELLA SERA

Sul NYT, Oren Cass (un economista conservatore del think tank American Compass) presenta un punto di vista possibilista, nel senso che i dazi di Trump “possono ancora funzionare”, affermando che ciò che conta è come i dazi vengono effettuati  e che la strategia del capo della Casa Bianca con opportune modifiche può raggiungere risultati positivi. Pertanto l’autore è orientato a fornire “suggerimenti” su quali forme può assumere la “condivisione degli oneri” evocata da Trump.

L’autore parte dalla considerazione che il “Liberation Day”  (2 aprile 2025) ha segnato una specie di D-Day nello sforzo di riordinare il sistema economico internazionale. Tale riordino è disperatamente necessario per affrontare gli squilibri del sistema, che hanno portato alla deindustrializzazione e a deficit commerciali annuali da mille miliardi di dollari per gli Stati Uniti.

Riconosce che l’ampiezza, la velocità e la severità delle azioni del Presidente Trump  hanno scatenato il panico immediato nei mercati e tra gli alleati. E che sono emerse anche giuste preoccupazioni su ciò che manca al piano: tempo per le aziende e i governi per rispondere, permanenza per quelle tariffe destinate a spostare gli investimenti e una visione chiara degli obiettivi e di come raggiungerli.

Tuttavia,  sostiene Cass, non è detto che i dazi di Trump non possano funzionare: ci sono semplici passaggi che l’amministrazione potrebbe intraprendere ora per correggere la rotta e passare dalla sua testa di ponte in difficoltà a una posizione avanzata sostenibile.

I suggerimenti:
1. La tariffa globale permanente del 10 percento, che è già entrata in vigore e che comporta un costo tollerabile, è il punto di partenza giusto. Il Congresso dovrebbe votarla prima possibile.   Del resto un disegno di legge in tal senso  è stato presentato a gennaio dal deputato democratico Jared Golden.
2. Per le tariffe più elevate,  tra quelle che Trump chiama “reciproche”, la prima priorità dovrebbe essere quella di aumentarle più gradualmente, per dare ai mercati e agli alleati il ​​tempo di adattarsi.
Una seconda priorità dovrebbe essere quella di comunicare la visione finale del presidente,  il suo piano,  in modo che tutti possano avere fiducia nella direzione e agire di conseguenza ….. le richieste fondamentali dell’America ai suoi alleati dovrebbero essere chiare a tutti.

3. Per le altre tariffe reciproche (quelle che Trump ha stabilito in proporzione allo squilibrio commerciale di ciascun paese con gli Stati Uniti) bisogna prendere atto che pochi si aspettavano che sarebbero state così elevate e tra gli alleati che hanno espresso apertura al negoziato ma non sono ancora sicuri di cosa devono fare, queste sono fonte di comprensibile costernazione.

Qualunque strada scelga, il signor Trump potrebbe aumentare notevolmente le probabilità di successo delle negoziazioni spiegando esattamente cosa vuole. Gli Stati Uniti non guadagnano nulla dal rifiutarsi di articolare una visione in modo chiaro.

Quindi se l’obiettivo, come sembra,  è quello di eliminare i grandi squilibri commerciali all’interno di un blocco guidato dagli Stati Uniti che però esclude la Cina,  il signor Trump dovrebbe dirlo, delineare i tipi di concessioni che si aspetta dagli alleati che cercano di riequilibrare il commercio e dettagliare le politiche comuni nei confronti della Cina che tutti i membri del blocco devono adottare.

Inoltre, dice Cass, tra i paesi con le tariffe più alte, la Cina è un discorso a parte.

Già in campagna elettorale, con l’obiettivo di slegare l’economia americana da quella cinese,  Trump aveva detto di voler portare al 60% il livello dei dazi nei confronti della grande economia concorrente.
Ma, passare da 0 a 60 velocemente è inutile e poco saggio. L’azienda più determinata non potrebbe spostare la produzione così rapidamente. Un approccio migliore, sarebbe quello di aumentare la tariffa in tre fasi (20 punti percentuali ora, tra un anno e tra due anni).

Invece, come stiamo vedendo in questi ultimi giorni, Trump ha deciso di portare avanti in solitario uno scontro diretto e brutale contro la Cina imponendo prima tariffe al 34% , cui la Cina aveva risposto con l’equivalente 34. Non manifestando la Cina una disponibilità a trattare come richiesto dagli Usa, Trump ha aggiunto una imposizione del 50%, portando al 104% l’imposizione complessiva nei confronti della Cina. E all’annuncio di tariffe dell’84% sul made in Usa da parte della Cina, Trump ha fatto scattare contro il Dragone dazi sino al 125%.
Questa guerra commerciale tra America e Cina non è certo finita (mentre scriviamo, Trump ha di nuovo alzato il livello di imposizione verso l’avversario al 145%) e non finirà, conclude Crass, fino a quando il presidente americano resterà fermo nella su convinzione che le tariffe sono lo strumento principale per mettere ordine nel settore manifatturiero e far crescere i posti di lavoro (come promesso nella campagna elettorale).

Il noto opinionista del NYT, Thomas L. Friedman , in un articolo pubblicato il 7 aprile scorso, ha sostenuto che i dazi di Trump finiscono col favorire la Cina. In che modo?

La Cina controlla un terzo di tutta la produzione manifatturiera mondiale mentre rappresenta solo il 13 percento del consumo globale. Inoltre, dice Friedman, gli investimenti e i progressi della Cina nel settore manifatturiero stanno producendo un’ondata di esportazioni che minaccia di causare chiusure di fabbriche e licenziamenti non solo negli Stati Uniti, ma anche in tutto il mondo. Insomma, uno tsunami che sta arrivando per tutti.

Ecco perché la strategia del presidente Trump è così folle. Invece di imporre tariffe a tutto il mondo, dovrebbe cercare di costruire un fronte unito di tutti i suoi alleati  per dire alla Cina: non puoi fare tutto per tutti.  
Invece di adottare una strategia che vede l’America contro il mondo intero sui dazi, Trump avrebbe dovuto usare la strategia di tutte le democrazie industriali, guidate dall’America, contro la Cina.
Lo scopo sarebbe quello di negoziare efficacemente una via da seguire che obblighi la Cina a reindirizzare le sue energie verso l’interno, investendo nella sua misera rete di sicurezza sociale e nel suo sistema sanitario e stimolando la sua domanda interna, invitandola nel contempo a costruire nuove fabbriche, non ad Hanoi ma ad Hamtramck, nel Michigan, e a trasferirci le sue tecnologie e catene di fornitura in joint venture al 50-50.


Insomma, conclude Friedman, il presidente e vicepresidente americani, impegnati in cose come insultare gli alleati europei, hanno sprecato la leva di cui avevano bisogno per affrontare efficacemente il formidabile motore cinese.

Con un articolo di Danilo Taino , il Corriere Della Sera presenta un punto di vista totalmente diverso: il  punto non è se i dazi imposti dal presidente americano fanno  il gioco della potenza avversaria, la Cina, né se alla fine rimodellati e condotti con accortezza possono funzionare e ristabilire il primato dell’economia americana. L’America di Trump, come aveva cominciato a fare quella (di Obama prima e) di Biden (poi), sta abbandonando il modello liberale del libero scambio ed applicando il modello cinese, che è un modello mercantilista protezionistico. Insomma l’America sta incominciando a fare esattamente come la Cina. La politica dei dazi è questo: abbandono del libero mercato che ha fatto grandi gli Stati Uniti per prendere la strada del mercantilismo, la stessa che Pechino percorre da decenni: protezione del mercato interno e muscoli sui mercati esteri.

Proprio così: si tratta di protezionismo, di limiti agli investimenti non graditi dal governo, di politiche industriali finanziate per centinaia di miliardi (Biden), di azioni tendenzialmente autarchiche, di sospetto per ciò che non è abbastanza americano. È il contrario delle politiche di Washington dal dopoguerra (con errori ed eccezioni, ma largamente prevalenti). Seguono il cartamodello delle politiche del Partito comunista cinese, praticate dalla fine del secolo scorso e diventate dominanti dal 2012, quando Xi Jinping è salito al potere.  …

Le pratiche di Pechino hanno minato l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), incapace di fare rispettare le proprie regole e non difesa da Washington; la Cina ha fondato proprie istituzioni alternative a Fondo monetario internazionale e Banca mondiale; ha trasformato i Brics da semplice sigla per definire i maggiori Paesi emergenti (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) in un quasi blocco antioccidentale.

A questo mondo a egemonia cinese nel confronto economico, Donald Trump risponde ora portando all’estremo protezionismo e statalismo. L’obiettivo dichiarato di Pechino è da un decennio quello «revisionista», cioè mettere fine al modello liberale occidentale e sostituirlo con il proprio. Trump esaudisce il desiderio di Xi: diventa il maggiore revisionista sulla piazza e fa suo il modello illiberale cinese. …

È la nuova era che sembra dare ragione a Xi: «L’Occidente è in declino, l’Oriente è in ascesa». … Si dice che, in questo scontro, l’Europa rimarrà schiacciata. Se seguisse le stesse politiche di Pechino e Washington — dazi e limitazione delle libertà di mercato — finirebbe probabilmente così.  

Dunque per l’Europa il dilemma è: adeguarsi o cercare di essere un polo di libero mercato?
In teoria si apre, per il vecchio continente, una opportunità, quella di giocare un ruolo di leader a livello mondiale.

Al momento però non sembra essere pronta né manifesta una volontà in questa direzione. L’Europa non ha al suo interno quella coesione necessaria per elaborare una propria linea politica tale da farle assumere un ruolo da protagonista sulla scena internazionale (la nostra impressione è che ogni paese va per conto proprio sperando solo di ottenere clemenza attraverso un rapporto diretto ed una trattativa separata con il capo della Casa Bianca).

C’è, a dire il vero, un’altra ipotesi che circola: Cina ed Europa che si alleano contro il cattivo presidente americano. Ma su questa ipotesi (che a nostro avviso non ha pochi sostenitori in area progressista) interviene, sempre sul Corriere Della Sera, Federico Rampini per dire, con l’autorità di una analisi condotta dal think tank Eurasia Group, che essa non si verificherà in alcun modo (ne daremo conto in una prossima rassegna stampa sul tema).

Immagine in evidenza: Dimitris Kamaras from wikimedia commos
Immagini nel testo, nell’ordine: public domai from wikimedia commons;
public domai from wikimedia commons; Europea Commission from wikimedia commos

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