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L’equazione tra vittime e carnefici: I bambini di Gaza e quelli di Auschwitz (Il Foglio); Intervista allo storico David Bidussa (Radio Radicale)
I due giovani assassinati in un attacco antisemita a Washington (The New Yorker )

L’equazione tra vittime e carnefici
Con accanimento irrazionale si continua a ripetere che i bambini palestinesi morti a Gaza, da quasi due anni luogo di sofferenza indicibile e crudelmente angosciosa, sono l’immagine allo specchio dei bambini ebrei sterminati nelle camere a gas.
Prima ancora che un giudizio su quanto sta accadendo a Gaza, il testo di Giuliano Ferrara esprime un giudizio sulla rappresentazione che viene fatta di quanto è finora accaduto a partire dal 7 Ottobre 2023.L’autore non usa mezzi termini e parla di “mistificazione” in riferimento alla diffusa tendenza a paragonare la guerra di Israele allo sterminio nazista:  L’evidente diversità che corre tra le vittime di una guerra spietata e le vittime di una strategia di sterminio ispirata dall’odio razziale viene sistematicamente cancellata per un motivo politico razionale: obliterare come mito inservibile la Shoah e abbattere la barriera morale dell’antisemitismo, considerati, mito e barriera, uno strumento di copertura della strage etnica di un intero popolo.

L’equiparazione tra la guerra di Israele e lo sterminio nazista è tema affrontato anche nell’intervista allo storico David Bidussa realizzata da Radio Radicale.  Bidussa premette (alle sue interessanti considerazioni sulle trasformazioni che hanno subito la società israeliana e lo Stato di Israele dagli anni ottanta ad oggi) una precisazione sull’uso del termine “genocidio”: un genocidio è un progetto costruito per un nemico di cui si vuole l’eliminazione fisica totale. Questo è un genocidio. Ed io penso che non solo quello che sta succedendo a Gaza negli ultimi 18 mesi, ma si può prendere in considerazione anche la politica precedente nei confronti dei palestinesi, non sia un genocidio. Nello specifico posso distinguere tra politiche discriminative, in alcuni casi punitive, in alcun casi, chiamiamola così,di guerra a bassa intensità. Però il genocidio presume il fatto che l’oggetto della politica è l’eliminazione fisica di qualcuno che considero un avversario con cui non si può fare assolutamente altro che quel tipo di azione. Questo è un genocidio. Dopo di che rimangono molte altre forme di condanna delle azioni che stanno accadendo nella striscia di Gaza ma non le classificherei dentro la categoria di genocidio.

Ma ci sono anche considerazioni di carattere storico che inducono a non fare ricorso a categorie come l’equiparazione tra guerra di Israele e sterminio nazista o come quella di genocidio, in quanto esse non aiutano granché ad analizzare la realtà che si è andata determinando in Israele e a Gaza. La spiegazione che da Bidussa  è: uno dei meccanismi che stanno dentro a questa comparazione è dire “gli eredi di chi ha subito, due o tre generazioni fa, un progetto di sterminio riversano su altri soggetti lo stesso tipo di progetto”. Ma la realtà di Israele oggi è la realtà di un paese che nella maggior parte dei suoi componenti è fatto di persone che se io vado ad indagare la memoria della loro famiglia, questa memoria non ha all’origine o nel passato Auschwitz. Paradossalmente nella loro memoria c’è l’espulsione da paesi arabi. [Qui Bidussa fa riferimento a quanto accaduto nel 1948 dopo la guerra che 5 paesi arabi condussero contro il nascente stato di Israele con l’intento di impedirne la formazione. Gli stati arabi persero la guerra, e subito dopo operarono una espulsione in massa degli ebrei che vivevano e lavoravano nei loro paesi: circa 700 mila ebrei furono costretti a lasciare tutto ciò che avevano e cercare rifugio altrove (quasi tutti ripararono nel nascente stato di Israele). Nello stesso periodo, per sfuggire al durissimo conflitto arabo-israeliano, molti arabi avevano lasciato, e in alcuni casi furono indotti a lasciare, la Palestina].Quindi una delle cose di cui dobbiamo tener conto in questa partita (e di cui nessuno parla) è che un pezzo del conflitto che c’è là presume l’esistenza di due espulsioni uguali e contrarie.

Di questo retaggio storico bisogna tener conto per capire come è stato possibile che un paese guidato per lungo tempo da laici socialisti è diventato un paese guidato da ebraici fondamentalisti.
Giuliano Ferrara ne tiene conto quando afferma: Israele è cambiato demograficamente, generazionalmente, culturalmente, ideologicamente, ciò che lo impregna e che spiega l’unificarsi attorno alla guerra di Gaza di una maggioranza pro Netanyahu non è più la memoria dello sterminio in Europa, è la sensazione dell’assedio e dell’ostilità annientatrice dei popoli che lo circondano e che, per la prima volta, hanno effettuato un pogrom di massa entro i suoi confini. E ne tiene conto anche quando richiama la notizia che gruppi di giovani di destra, nella città vecchia di Gerusalemme, hanno festeggiato ieri il giorno della riunificazione di Gerusalemme, alla fine della Guerra dei sei giorni nel 1967, con un raid esaltato e violento, a sfondo razzista, pieno di sputi e di slogan carichi di odio, contro negozi arabi e gruppi musulmani e afferma che ciò contribuisce forse a chiarire il quadro fatto alla radio dal professor Bidussa.

Ma di questa trasformazione invece – secondo Ferrara – non si tiene conto quando si parla di nazificazione di Israele. Questo, aggiungiamo noi, la dice lunga sulla natura strumentale, ideologica, della mistificazione operata con l’equazione Israele=stato nazista. Inoltre, se è vero che il popolo di Israele somiglia sempre più al popolo palestinese e questa somiglianza consiste nel fatto che si tratta di due popoli animati da una stessa irrisolvibile paura e diffidenza uno dell’altro, allora assume grande rilievo, sul piano politico, un’altra riflessione avanzata dallo storico Bidussa nell’intervista di Radio Radicale: la soluzione due popoli due stati ha ancora una sua validità? Secondo Bidussa oggi se si vuole arrivare ad una ipotesi di pacificazione in quell’area, paradossalmente, bisogna pensare ad una politica mandataria, perché quelli da soli non ce la faranno: bisogna creare una condizione di immaginario che non è una soluzione semplicemente politica (dove faccio arrivare il confine?), è il fatto che ciascuno non viva la presenza dell’altro come una minaccia. È un processo educativo che riguarda più di una generazione, non è solamente un accordo tra leader politici, è come costruire un altro processo di autocoscienza. È molto più complicato, molto più lungo. (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 27 maggio 2025; Roberta Jannuzzi, Radio Radicale, 28 maggio 2025)

I due giovani assassinati in un attacco antisemita a Washington
Emma Green, la giornalista del New Yorker che ricostruisce la storia dei due giovani assassinati in un attacco antisemita a Washington  il 21  maggio scorso, inizia il suo racconto con questa affermazione: Sarah Milgrim e Yaron Lischinsky sono stati uccisi senza riguardo per chi erano o per ciò in cui credevano.

Qui di seguito alcuni stralci del racconto, che può essere letto nella sua interezza a nel link indicato al fondo di questa sintesi:
Sarah Milgrim, 26 anni,  americana, era un’idealista che si impegnava nella vita ebraica e nel futuro di Israele. Durante gli studi universitari all’American University e all’Università per la Pace delle Nazioni Unite, dove si concentrò sullo sviluppo sostenibile, si impegnò in Tech2Peace, una ONG che riunisce giovani israeliani e palestinesi per la formazione nel settore high-tech.

In seguito si unì al programma per giovani professionisti dell’American Jewish Committee . Poco dopo gli attacchi del 7 ottobre contro Israele, andò a lavorare per l’ambasciata israeliana a Washington. “Era fermamente convinta di voler migliorare il mondo e lasciarlo migliore di come lo aveva trovato”, ha detto Dana Walker, direttrice del programma dell’American Jewish Committee.

Il fidanzato di Milgrim, Yaron Lischinsky, 30 anni, lavorava al suo fianco all’ambasciata israeliana. Anche lui era un idealista,….Era cittadino israeliano e aveva prestato servizio nelle Forze di Difesa Israeliane. Suo padre era ebreo, sua madre cristiana.

Milgrim e Lischinsky erano anche prossimi alle nozze. Hanno partecipato insieme a un ricevimento per giovani diplomatici, organizzato dall’AJC, presso il Capital Jewish Museum, a Washington.
Mentre si apprestavano ad attraversare la strada, un uomo di nome Elias Rodriguez, con un impermeabile blu e uno zaino, è passato loro accanto. Rodriguez si sarebbe poi girato, avrebbe estratto una pistola dalla cintura e avrebbe sparato alle loro spalle. I due sono caduti a terra. Rodriguez ha dichiarato agli agenti di polizia: “L’ho fatto per la Palestina. L’ho fatto per Gaza” e mentre la polizia lo scortava fuori dal museo, ha gridato: “Palestina libera!”.


Sharon Brous, un rabbino di Los Angeles ha detto: “Sono rimasto davvero sconvolto quando ho visto la notizia e tutti i principali canali di informazione hanno scritto: ‘Due membri dello staff dell’Ambasciata israeliana uccisi a colpi di arma da fuoco, invece di: ‘Due giovani assassinati in un attacco antisemita, durante un evento ebraico in un museo ebraico a Washington”. “Questa persona cercava ebrei da uccidere”.

C’è un dibattito costante –
dice la giornalista del New Yorker – su dove si collochi il confine preciso tra antisionismo e antisemitismo. In questo caso, Rodriguez ha parlato con il linguaggio dell’antisionismo, ma ha agito con la logica dell’antisemitismo, che ha come mito fondante che tutti gli ebrei siano collettivamente responsabili delle politiche del governo israeliano e, spesso, dei mali del mondo. Rodriguez avrebbe trovato due persone, di cui non sapeva nulla, e le avrebbe fatte morire per i peccati di Israele. Il fatto che abbia ucciso un cristiano e un ebreo, un israeliano e un americano, non fa che sottolineare che le loro vite, le loro storie e le loro credenze particolari non avevano importanza.Aaron Kaplowitz, un ex dipendente dell’Ambasciata,ha detto: “È assurdo che, nella capitale, qualcuno si sia preso la briga di uccidere due persone che si stavano recando a un evento basato sull’unità e sulla costruzione della pace .Kaplowitz ha incontrato Milgrim a settembre, quando si sono recati in Marocco con una borsa di studio. Il viaggio ha riunito ebrei e musulmani provenienti da America, Israele, Francia e Marocco. Il gruppo ha visitato sinagoghe e moschee e ha cercato di costruire relazioni più strette tra loro. Yasmina Asrarguis, una dei partecipanti musulmani, è una ricercatrice franco-marocchina che studia gli sforzi diplomatici come gli Accordi di Abramo e ‘le persone che lavorano per la pace’, ha detto: “Sarah era una di queste persone”. “Credeva che un altro Medio Oriente fosse possibile, dove ebrei e musulmani potessero vivere fianco a fianco e non uccidersi a vicenda per la terra”.(Emma Green, The New Yorker,  23 maggio 2025)

Immagine in evidenza: Wafa – public domain from wikimedia commons
Le immagini nel testo, nell’ordine: american liberator – public domain from wikimedia commons ;
yonderboy from wikimedia commons.

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