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Stand by Me (The New York Times)

(tempo di lettura 5 minuti)
È il titolo di un film del regista Rob Reiner uscito nelle sale cinematografiche americane 40 anni fa. Il film è basato sul racconto “Il corpo” (The Body) di Stephen King ed è diventato un cult degli anni ’80. 
Ne paliamo perché è uno dei più bei film che siano mai stati girati e basato su uno dei più bei racconti che siano mai stati scritti sul tema dell’adolescenza.

Della bellezza e del valore attuale del film ne ha parlato l’opinionista del New York Times Sarah Wildman che recentemente ha guardato, per puro divertimento, questo film del 1986 con sua figlia di 12 anni. Ciò che ha sorpreso Sarah Wildman è stata la fascinazione di sua figlia (che ha rivisto il film almeno altre sei volte, da sola, e ha letto il romanzo breve di Stephen King) e poi il fatto che la ragazza si chiedeva se all’epoca nella quale era ambientata la storia del film (fine anni ’50) l’infanzia fosse stata proprio così:

… mia figlia ha chiesto a mio padre, che aveva trascorso l’infanzia in una piccola città dei Berkshires, se la libertà descritta nel film fosse la stessa che aveva vissuto lui …. Si chiedeva se quel tipo di vita senza essere osservati fosse come la ricordava lui, se anche lui, proprio come quei ragazzi, si fosse allontanato per giorni senza la supervisione dei genitori. Lui le ha risposto, divertito, che in realtà ci si aspettava che tornasse a casa per cena, ma a parte questo, sì, poteva girovagare senza essere sorvegliato. …

Sarah Wildman fa le seguenti considerazioni:

La premessa centrale del film è, in sostanza, un’“Odissea” per ragazzi ambientata nel dopoguerra. I protagonisti di “Stand by Me” – interpretati da Wil Wheaton, Jerry O’Connell, Corey Feldman e River Phoenix – incontrano diversi ostacoli: genitori brutali o assenti, un cane a quanto pare terrificante, sanguisughe e una banda di teppisti adolescenti appassionati di corse clandestine, armati di coltellini e sigarette accese. Le notizie arrivano tramite pettegolezzi origliati (un ragazzo scopre dove si trova un cadavere dal fratello) o tramite radio a transistor portatili. Vivono quasi interamente all’aperto. Lungo il cammino, si rendono conto che la loro amicizia è di gran lunga più importante della scoperta che hanno fatto.

Anch’io sono rimasta colpita dalla spensieratezza che un tempo era concessa ai ragazzi. L’autonomia dei ragazzi in “Stand by Me” è profondamente diversa dalla libertà di cui godono i ragazzini nel 2026, quando ognuno di loro è praticamente dotato di un tag GPS, quando possiamo tracciare un’auto o il telefono di una persona su una mappa tramite un dispositivo che abbiamo in mano, quando possiamo sapere in ogni istante della giornata dove si trova ogni singolo membro della nostra famiglia. È più probabile che un gruppo di ragazzi si riunisca davanti a uno schermo piuttosto che con uno zainetto e un mazzo di carte, come nel film. I ragazzi, fin troppo spesso, si ritrovano soli nelle loro camere da letto a scambiarsi messaggi con gli amici, il che non solo riduce la probabilità di essere infestati dalle sanguisughe, ma diminuisce drasticamente anche le loro possibilità di scoprire qualcosa.

La conferma che il film raccontasse proprio com’era a quell’epoca la vita dei ragazzi nel sud del Maine viene da un altro articolo, questo scritto (sempre per il NYT) dall’autore del racconto “Il corpo”, Stephen King, in ricordo di Rob Reiner, drammaticamente scomparso nel dicembre 2025: …

Credo di aver visto “Stand by Me” nell’autunno del 1985. All’epoca si intitolava ancora “The Body”, che era il titolo del mio romanzo breve, da cui era tratto il film di Rob. Penso che me lo abbia mostrato in una stanza del Beverly Hills Hotel, con una rock band che suonava in lontananza. Quella band era pura essenza degli anni ’80. Il film mi ha permesso di entrare in un’altra epoca, più innocente: il 1959. …

Sono rimasto sorpreso da quanto profondamente mi abbiano colpito quei 89 minuti. Ho scritto molta narrativa, ma “The Body” rimane l’unica storia apertamente autobiografica che abbia mai scritto. Quei ragazzi erano miei amici. Non abbiamo mai camminato lungo i binari del treno per vedere un cadavere, ma ne abbiamo combinate di tutti i colori. La storia parlava della mia realtà, così come l’avevo vissuta sulle strade sterrate del sud del Maine. C’era davvero un cane randagio in una discarica, anche se non si chiamava Chopper. C’era davvero un ragazzo che andava a nuotare e ne usciva ricoperto di sanguisughe in punti inaspettati, ma non era Gordie Lachance; ero io.


E c’era davvero un ragazzino accusato di aver rubato i soldi per il latte, anche se non si chiamava Chris Chambers. Aveva preso in prestito – non lo chiameremo furto – la Bel Air di sua madre. Con me seduto accanto a lui, la guidò a 145 chilometri orari lungo la Route 9 nella nostra cittadina sperduta in campagna. Avevamo undici anni.

Quello che voglio dire è che, nelle mani di Rob, tutto suonava vero. Le parti divertenti erano davvero divertenti (compresa la scena del vomito) e le parti drammatiche mi hanno colpito nel profondo, o meglio, nel profondo, ai tempi in cui John F. Kennedy era presidente e la benzina costava un quarto di gallone.

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