In evidenza
La politica di potenza (Corriere Della Sera)
La pace preventiva (Il Riformista)
Violinisti contro ambientalisti (The Economist)
Il Pop ha riscoperto Dio (Linkiesta)
La politica di potenza
Danilo Taino, editorialista del Corriere Della Sera, in un articolo sul tema della “politica di potenza”, pubblicato il 21 novembre scorso, ha scritto: Quando si parla del ritorno delle politiche di potenza, si intende in gran parte questo: l’imposizione, da parte di chi si sente più forte e quindi con più diritti, del proprio volere. In genere con le cattive: bullismo. In questi giorni, la Cina Popolare sta portando questo metodo, che utilizza da tempo, a un livello più alto: contro il Giappone.
Dopo aver raccontato del deterioramento in atto dei rapporti tra la Cina di Xi Jinping (navi della Guardia costiera cinese sono entrate nelle acque delle isole Senkaku, amministrate da Tokyo ma reclamate da Pechino, la quale sta anche bloccando le importazioni di prodotti ittici nipponici) e il Giappone di Sanae Takaichi (la premier giapponese ha affermato che le manovre attorno all’isola di Taiwan da parte della Cina costituiscono una «situazione che minaccia la sopravvivenza» del Giappone), Taini commenta:
Questa vicenda sembra lontana, di relativo interesse per noi europei. Il fatto è che questo modello sta affermandosi in fretta negli affari internazionali. Alle porte dell’Europa, in Ucraina, il bullismo armato di Putin si sta saldando (definitivamente?) con quello transazionale di Trump. Se l’offensiva del Cremlino, ormai ampliata a gran parte dell’Europa in forma di guerra ibrida, non fosse fermata e i 28 punti diventassero anche solo un mezzo trattato, possiamo immaginare quali coercizioni e ricatti Mosca avrebbe la possibilità di imporre alle nostre libertà, ai nostri interessi e al nostro modo di vita. Il modello che Pechino sta applicando nella disputa con Tokyo sarebbe replicato, con una brutalità mai vista da ottant’anni.
Infatti, conclude Taini, è evidente che anche quella di Washington è una politica di potenza: Il possibile piano di pace altamente punitivo per l’Ucraina concordato da Washington con Mosca, del quale si parla in questi giorni, rientra nella stessa logica impositiva: accordi tra grandi poteri. Innanzitutto, a scapito degli ucraini, ma allo stesso tempo stabilirebbe la libertà della Russia di intromettersi in Europa ancora più di quanto già sta facendo.
È chiaro che siamo entrati in un mondo nel quale le politiche di potenza, la coercizione danno forma al futuro, vedremo per quanto tempo ma probabilmente non poco. Con Washington, in qualche modo alleata storica, la debole Europa potrà forse trovare qualche compromesso. Ma quello che accade tra Cina e Giappone e tra Russia e Stati Uniti ci richiama alla realtà: se lasciato libero di correre, il bullo che ha aggredito l’Ucraina minaccerà sempre più di punire noi europei se non stiamo ai suoi voleri. La sopraffazione è ormai il gran gioco delle potenze.
La pace preventiva
In una intervista rilasciata al quotidiano Il Riformista, José Ramos-Horta, presidente di una piccola repubblica del sud est asiatico, Timor Est, nonché premio Nobel per la pace nel 1996, illustra la sua strategia per la soluzione dei conflitti. Alla base del suo pensiero c’è l’idea che “se le persone fossero guidate dalla razionalità, la guerra non esisterebbe.”, perché “la guerra non è mai razionale”.
Secondo Ramos-Horta, chi lavora per la pace deve “necessariamente” mettere in atto tre azioni, concatenate tra di loro: prevenire i conflitti, agevolare la riconciliazione, anticipare la ricostruzione.
La prima azione consiste nel capire a che livello è giunta la tensione ( e oggi, afferma Ramos-Horta, gli analisti hanno tutti gli strumenti per farlo): bisogna costringere i contendenti a sedersi a un tavolo di trattativa preventiva. Per scongiurare che qualcuno spari un primo colpo.
La seconda azione (specie se quel primo colpo è stato sparato) riguarda la riconciliazione: evitare la demonizzazione del nemico. Anzi, trasformare il nemico in avversario. … Si deve lavorare sull’odio come si opera per spegnere un incendio. Va ridotto, isolato, contenuto. E infine spento.
La terza azione, infine, è giungere ad una ricostruzione anticipata: si deve lanciare chiara e da prima possibile l’idea di una ricostruzione ravvicinata, l’idea che dalla guerra si deve uscire subito per rafforzare l’economia, ridare case alla gente, forza lavoro alle imprese. … Le guerre si possono evitare, anche con compromessi e rinunce. Purché le ragioni degli uni e degli altri vengano rispettate, le condizioni non impongano mai di umiliare uno dei contendenti, le parti accettino un arbitrato internazionale e capiscano entrambe che di compromessi, piccoli e grandi, è fatta la vita di ciascuno di noi.
Violinisti contro ambientalisti
Il settimanale inglese The Economist del 19 11 2025 informava che uno degli allarmi lanciati recentemente dagli ambientalisti riguarda la possibile estinzione del pernambuco (altrimenti detto “legno del Brasile”), un albero della foresta atlantica brasiliana il cui habitat è stato notevolmente ridotto dal disboscamento, dall’espansione urbana e dall’allevamento: Il numero di alberi selvatici è diminuito di quattro quinti in meno di un secolo. E la CITES (un accordo internazionale che, dal 2007, regola il commercio di flora e fauna selvatica per garantirne la sopravvivenza) ha limitato il commercio di prodotti derivati dal pernambuco.
L’allarme degli ambientalisti ha a sua volta provocato un altro allarme, quello dei violinisti, che vedono compromessa la possibilità di continuare ad utilizzare una materia prima ancora oggi molto apprezzata per i loro archetti. Quello del pernambuco, infatti, è un legno che per le sue caratteristiche di flessibilità e robustezza meglio si presta per la costruzione di archetti di qualità, che producono un “suono molto squillante, con un ampio spettro di armonici“.
La guerra è ormai in corso: gli ambientalisti pretendono che vengano rafforzate le norme a salvaguardia, mente purtroppo i taglialegna continuano ad abbattere illegalmente gli alberi di brazilian wood per rifornire l’industria manifatturiera degli archetti, come sostiene l’agenzia ambientale brasiliana.
Nel testo viene riportata anche una proposta per salvare un albero straordinario senza mettere a tacere la musica: continuare a piantare alberi di legno brasiliano (3 milioni sono stati già piantati negli anni 70) e utilizzarli man mano che le scorte di legno si esauriscono (devono passare circa 40 anni dal momento della piantagione).
Il Pop ha riscoperto Dio
Ha scritto Emma Besseghini su Linkiesta del 22 11 2025 : tra l’ascesa del genere gospel e un più ampio ritorno alla spiritualità, la fede riemerge come tema centrale anche nella produzione musicale. A guidare la svolta sono soprattutto i più giovani, spinti da una nuova ricerca di senso.
Tra gli esempi:
L’ultimo album di Rosalia, LUX, dove i rimandi religiosi sono ovunque;
Beautiful Things, il brano del cantautore statunitense Benson Bone, il singolo più venduto a livello mondiale del 2024;
Ordinary, il brano di Alex Warren pubblicato il 7 febbraio 2025, diventato la hit più longeva di sempre; Swag II, pubblicato a settembre 2025 da Justin Bieber, un album che in molti hanno definito “spirituale”, e in generale molto diverso dalla sua produzione precedente. Molti parlano di una fede ritrovata;
Daddy Yankee, l’artista portoricano che nel 2022 aveva annunciato il suo ritiro dalla scena musicale, dopo essersi convertito al cristianesimo, è tornato, con l’obiettivo di diffondere il verbo del Vangelo attraverso la cultura pop;
In Italia il fenomeno è rappresentato da artisti come ThaSupreme e Mara Sattei, che nel dicembre 2024 hanno pubblicato l’album Casa Gospel, un disco registrato in studio e che attinge molto a influenze musicali legate alla tradizione protestante.
Altre informazioni interessanti, contenute nel testo di Emma Besseghini, per capire la portata del fenomeno:
Secondo il Midyear Music Report 2025 di Luminate – azienda che analizza dati e realizza approfondimenti sul mondo dell’intrattenimento, la musica cristiana è uno dei generi in più rapida crescita negli Stati Uniti, insieme al R&B e all’hard rock. … il numero di ore trascorse ad ascoltare musica cristiana o gospel è aumentato, passando da 47,9 ore nel 2022 a 56,8 ore nel 2024: un aumento del diciannove per cento. …
Secondo uno studio riportato in un articolo del The Times, i membri della Generazione Z durante l’adolescenza avrebbero meno probabilità di definirsi “atei” rispetto ai loro genitori e ai loro nonni mentre i meno credenti sarebbero i membri della Generazione X, cioè le persone di età compresa tra i quarantacinque e i sessant’anni. …
Il New York Times sottolinea come la generazione Z stia guidando una rinascita dell’interesse religioso, guidato perlopiù dalla popolazione maschile e orientato in particolare verso il cristianesimo conservatore, mosso da sentimenti di ansia e dalla ricerca di uno scopo e di una comunità.
Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons
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