L’accusa di colonialismo /4

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Contrariamente a quanto si aspettavano gli inglesi, al-Husseini utilizzò gli ampi poteri di cui era stato investito per portare avanti la strategia appresa da Riḍā: trasformare la contesa politica in una guerra santa (Jihad).
Il Mufti ebbe dalla sua due situazioni favorevoli, che seppe abilmente sfruttare.

Dalla sua vicenda personale, al-Husseini capì che in realtà buona parte dei funzionari militari britannici che operavano in Palestina erano apertamente filo- arabi e che, comunque, pur di evitare disordini erano disposti a fare molte concessioni. E questo, di fatto, rendeva l’attuazione delle politiche mandatarie un terreno di scontro continuo (niente di meglio per le strategia che il Mufti aveva in mente).

La seconda situazione che al-Husseini percepì come estremamente favorevole (e che in effetti si rivelò tale) fu la crisi economica degli anni 1926-28. Questa crisi ebbe un notevole impatto sia sulla popolazione araba che su quella ebraica.

Per quanto riguarda la popolazione ebraica:
A metà degli anni ’20 ebbe iniziò la quarta Aliyah, che portò in Palestina circa 80 mila immigrati appartenenti alla media e piccola borghesia. La metà erano polacchi, spinti da pesanti misure economiche discriminatorie e dall’antisemitismo del governo di Varsavia. Negli Usa, l’Immigration Act del 1924 aveva chiuso quella che fino ad allora era stata la principale via di fuga degli ebrei europei. Molti erano piccoli commercianti, artigiani, professionisti e si stabilirono in città come Tel Aviv, Giaffa e Haifa, favorendo una loro forte crescita demografica nonché lo sviluppo di un tessuto urbano fatto di piccole industrie, hotel, ristoranti e servizi legati all’edilizia.
Tuttavia l’ondata si concluse con una grave crisi economica dovuta a due ordini di fattori: da un lato un forte squilibrio tra l’afflusso di popolazione e la capacità di assorbimento del mercato locale, dall’altro la scarsa disponibilità di capitali per gli investimenti da parte degli immigrati che provenivano dalla Polonia, dove il governo pose pesanti restrizioni al trasferimento di capitali all’estero. Tutto questo causò un’alta disoccupazione tra la popolazione ebraica, con picchi del 10-12%. Molti furono costretti a fare affidamento sulle mense pubbliche e sui limitati sussidi delle organizzazioni sioniste e molti (circa 23.000) abbandonarono la Palestina.

Per quanto riguarda la popolazione araba:
sebbene con dinamiche diverse, la crisi ebbe un grosso impatto anche su di essa. Per i fellahin l’indebitamento (verso i grandi latifondisti) era un fatto cronico e cronica era la loro condizione di povertà. La crisi economica la rese più insopportabile, per il crollo dei prezzi dei prodotti agricoli. Molti contadini, non riuscendo ad onorare i debiti, persero ogni diritto sulle terre che lavoravano come affittuari e molti ne furono letteralmente espulsi. Una parte di essi si spostò nelle periferie di Giaffa e Haifa, dove si formarono baraccopoli segnate dalla marginalizzazione sociale.
L’aumento della povertà tra gli arabi appartenenti al proletariato urbano, invece, fu una conseguenza del crollo degli investimenti ebraici in edilizia e nelle attività artigianali e commerciali che, ovviamente, ridusse le opportunità di lavoro.

Amin al-Husseini sfruttò il disagio economico dei contadini e dei proletari arabi e, attraverso i Comitati Arabi Nazionali, lo presentò come una diretta conseguenza dell’immigrazione ebraica e delle politiche britanniche. Poiché al Gran Mufti non sfuggiva che la sola motivazione economica non sarebbe stata sufficiente per mobilitare le masse rurali, nella sua retorica associò ai temi della crisi economica quelli della minaccia all’identità religiosa.
Secondo diverse fonti storiche, uno dei fattori scatenanti della rivolta araba in Palestina nel 1929 fu la diffusione di voci secondo cui gli ebrei avrebbero oltraggiato il nome del profeta Maometto e minacciato il controllo musulmano sulla moschea di Al-Aqsa.
Amin al-Husseini  ebbe un ruolo significativo nella diffusione di queste voci e nell’incitamento alla violenza contro gli ebrei. Egli organizzò manifestazioni, prediche e distribuzione di volantini in cui si diceva che gli ebrei volessero appropriarsi del Muro del Pianto e persino che intendessero demolire la moschea di Al-Aqsa. Sfruttando le reti delle moschee, diffuse immagini manipolate della Cupola della Roccia sotto bandiere sioniste.

L’epicentro dei moti fu la città vecchia di Gerusalemme, nei pressi della Moschea al-Aqsa, dove il 23 agosto si riversarono centinaia di arabi armati per pregare, in seguito ad una voce che diceva che gli ebrei avrebbero marciato e reclamato il possesso della zona. Gli scontri iniziarono nel primo pomeriggio.
Stando alle conclusioni della Commissione di inchiesta del parlamento britannico (guidata da Sir Walter Shaw), quello che si è verificato a Gerusalemme è stato fin dall’inizio un attacco degli arabi agli ebrei per il quale non è stata stabilita alcuna scusa sotto forma di precedenti omicidi da parte di ebrei.

Altri attacchi si consumarono in altre zone della Palestina.
Il più feroce fu il massacro di Hebron, dove i dimostranti arabi uccisero 68 ebrei e ne ferirono 58. L’ispettore di polizia britannico presente in città testimoniò che: “Sentendo delle urla in una stanza, salii per una sorta di galleria e vidi un arabo nell’atto di mozzare la testa di un bambino con una lama. Lo aveva già colpito e gli stava vibrando un altro colpo ma, vedendomi, tentò di colpire me; era praticamente davanti al mio fucile e io lo colpii al basso ventre. Dietro di lui c’era una donna ebrea immersa nel sangue, con un uomo che riconobbi essere un poliziotto arabo in abiti borghesi. Stava sopra la donna con un pugnale nella sua mano. Mi vide e scappò”.

La maggior parte degli ebrei riuscì a sopravvivere nascondendosi nelle case di 25 famiglie arabe, che diedero loro rifugio. Alcuni scamparono al massacro rifugiandosi nella stazione di polizia o fuggendo. In nome dell’anticolonialismo stava per essere perpetrato il massacro generale di una intera comunità presente in Palestina da migliaia di anni (ancor prima che arrivassero i colonizzatori arabi).
Gli ebrei sopravvissuti furono più tardi evacuati verso Gerusalemme. Poche decine di famiglie tornarono a Hebron nel 1931, ma poi furono evacuate ancora durante la Grande Rivolta Araba del 1936. La città non fu più ripopolata con ebrei per 37 anni, fino alla guerra del 1967. Gli ebrei presenti oggi a Hebron sono considerati “coloni di insediamento” che vivono su territorio palestinese occupato!

Il Massacro di Hebron non fu l’unico avvenuto nel 1929.
Le vittime totali furono: 133 morti e 339 feriti tra gli ebrei e 110 morti e 242 feriti tra gli arabi.
Sempre nelle conclusioni della Commissione di inchiesta Shaw si legge:

I disordini possono venire considerati, per la maggior parte, come un feroce attacco da parte degli arabi agli ebrei, accompagnato da una sfrenata distruzione delle proprietà ebraiche. Un massacro generale della comunità ebraica a Hebron fu evitato per un pelo. In alcuni casi, gli ebrei attaccarono gli arabi e distrussero le proprietà arabe. … L’immigrazione ebraica, quando non supera la capacità di assorbimento del paese, ha conferito alla Palestina benefici materiali di cui anche il popolo arabo gode. Riteniamo, tuttavia, che le rivendicazioni e le richieste avanzate dal lato sionista sul futuro dell’immigrazione ebraica in Palestina siano state tali da suscitare tra gli arabi il timore che col tempo essi saranno privati del loro sostentamento e passeranno sotto il dominio politico degli ebrei. …
La causa fondamentale, senza la quale a nostro avviso i disordini o non si sarebbero verificati o non sarebbero stati poco più che una sommossa locale, è il sentimento arabo di animosità verso gli ebrei conseguente alla delusione delle loro aspirazioni politiche e nazionali e al timore di loro futuro economico… La sensazione che esiste oggi si basa sulla duplice paura degli arabi che, a causa dell’immigrazione ebraica e dell’acquisto di terre, possano essere privati del loro sostentamento e col tempo passare sotto il dominio politico degli ebrei
.

In sostanza il rapporto della Commissione indicò che la causa dei disordini fu il timore dei cittadini palestinesi che la continua immigrazione di ebrei e l’acquisto di terre da parte di essi potesse privarli del loro sostentamento e col tempo passare sotto il dominio politico degli ebrei.
Ciò è stato successivamente ribadito nella Inchiesta Hope Simpson (maggio 1930) che, evidenziando la limitata capacità della Palestina di assorbimento economico dell’immigrazione ebraica, propose restrizioni severe sull’immigrazione e maggiori controlli sulla vendita di terreni per proteggere gli agricoltori arabi.
Il Rapporto Shaw e l’Inchiesta Simpson ci dicono con chiarezza in cosa consistesse la politica “coloniale” britannica: niente di più che un tentativo di bilanciare gli impegni presi con la Dichiarazione Balfour del 1917 con le crescenti tensioni sul terreno.

Le conclusioni del Rapporto e dell’Inchiesta portarono alla stesura di un nuovo Libro Bianco, pubblicato il 20 ottobre 1930 dal segretario coloniale Lord Passfield (Sidney Webb): una nuova dichiarazione formale della politica britannica in Palestina (dopo quella contenuta del Libro Bianco di Churchill del 1922).

Su Wikipedia, alla voce “Libro Bianco Passfield” si legge:
Il tono del libro era decisamente antisionista poiché molte delle istituzioni legate al sionismo furono severamente criticate, tra cui l’Histadrut (Federazione Generale del Lavoro) e l’Agenzia Ebraica. Entrambe promuovevano l’occupazione ebraica di sola manodopera ebraica, incentivando così l’espulsione dei palestinesi dalle terre acquistate, molti dei quali avevano lavorato in gran parte in passato con un sistema agrario basato sulla mezzadria. Come per il Rapporto di Hope Simpson, il Libro bianco di Passfield ritenne che tale politica sionista fosse dannosa per lo sviluppo economico della popolazione araba. Concludeva che l’immigrazione ebraica in Palestina stava sottraendo terre ai fellah arabi e che in futuro le vendite di terre ai coloni ebrei dovevano essere limitate. Affermava che i livelli di disoccupazione araba dovevano essere un fattore da considerare in relazione ai livelli consentiti di immigrazione ebraica in Palestina. Inoltre, doveva essere formato un consiglio legislativo che rappresentasse la maggioranza (araba) della sua popolazione. A sostegno della presunta carenza di terra in Palestina, la moglie di Passfield, espresse quest’idea con un detto: lì “non c’è spazio per dondolare un gatto”.

Indubbiamente, una vittoria politica per il Gran Mufti, a riprova che la violenza pagava (e a riprova di quanto fosse priva di fondamento la narrazione della “impresa coloniale sostenuta dall’impero britannico”).
La strada verso la rivolta araba del 1936 era ormai spianata.

I moti degli anni 20 furono una sorta di prova generale della strategia messa a punto da Rashīd Riḍā e fatta propria da Amin al-Husseini. Quest’ultimo  tenne discorsi infuocati incitando alla rivolta contro il “progetto sionista” e gridando slogan che richiamavano alla difesa del patrimonio sacro come “Al-Aqsa fi khatar!”(Al-Aqsa è in pericolo!) “Al-Buraq lana!“(Il Muro del Pianto è nostro!) o di matrice marcatamente antisemita, come “Nashrab dam al-Yahud” (Berremo il sangue degli ebrei) e “Idbah al-Yahud!“(Scannate gli ebrei!).

Gli inglesi rimasero scioccati dagli episodi di violenza perpetrati . Ma non si resero pienamente conto quale fosse l’obiettivo di chi aveva orchestrato e diretto la rivolta.  Avviarono una inchieste che giunse alla conclusione che l’ostilità araba era dovuta al timore dell’esproprio economico e politico. Ma questa era solo una parte della verità. C’era anche dell’altro, c’era il rifiuto di qualsiasi possibile compromesso. Gli arabi non colpivano solo i nuovi coloni sionisti ma anche le comunità ebraiche ortodosse che vivevano in Palestina da secoli (come a Gerusalemme, a Hebron e a Safed) e che con la “colonizzazione sionista” non c’entravano nulla anzi, spesso, la avversavano. Le comunità ebraiche più attaccate, quelle contro le quali sono stati compiuti i crimini più efferati sono state quelle con le quali gli arabi convivevano pacificamente da lungo tempo.

I moti del 1929, in particolare, rappresentarono il punto di non ritorno: la trasformazione definitiva di un conflitto politico per la terra in uno scontro religioso e identitario insanabile. Husseini voleva chiudere definitivamente con la presenza ebraica in Palestina e fece di tutto per condurre la situazione ad un punto in cui qualsiasi soluzione di compromesso si sarebbe rivelata impossibile.

Il modello di lotta anticoloniale elaborato da Muḥammad Rashīd Riḍā e adottato in Palestina da Amin al-Husseini  sarebbe diventato egemone non solo durante la leadership del Gran Mufti  (ovvero fino alla guerra del 1948) ma anche dopo. Verrà adottato tale e quale dalla filiazione palestinese dei Fratelli Musulmani (Hamas) e poi influenzerà la variopinta galassia dell’attivismo pro-pal: da quella forgiata dal mondo accademico americano (che considera politicamente corretto il terrorismo) a quella di casa nostra (che è arrivata a fare assurdi paragoni tra i partigiani della guerra di liberazione dal nazifascismo e gli stupratori di donne e bambini del pogrom del 7 Ottobre 2023).

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