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Il disagio dei giovani (Corriere Della Sera)
Un iraniano in Italia (The Times of Israel)
Guerra ibrida (Linkiesta podcast)

I risultati dell’ultimo Global Flourishing Study delle Università di Baylor e di Harvard (una estesa ricerca sul “benessere” umano, che ha coinvolto oltre 200.000 persone di 22 paesi dei 6 continenti abitati, coprendo più della metà della popolazione mondiale) mettono in discussione molti luoghi comuni. Tra essi quelli relativi alla giovinezza come tempo della leggerezza e modello di rinnovamento sociale. Oggi essa, al contrario, soffre di “un disagio sconfortante” .

È più che mai necessario – scrive il sociologo Carlo Bordoni in un articolo pubblicato sul settimanale del venerdì del Corriere Delle Sera, comprendere che cosa ha determinato la tendenza attuale, “quanto meno per restituire la prospettiva di un futuro positivo”.

Il cambiamento, a suo avviso, è stato lento ma incessante: In un ampio spettro che indica il tempo della giovinezza tra i 18 e i 30 anni d’età, si osserva da tempo una diffusa insoddisfazione, una mancanza di entusiasmo e di creatività, che si materializza in atteggiamenti rinunciatari e in una visione pessimistica del domani, accompagnata dall’accontentarsi di lavori occasionali, sufficienti a soddisfare bisogni altrettanto occasionali. …
Chi legge starà sicuramente pensando che la causa scatenante siano i social e gli smartphone, tutti quegli schermi attraverso i quali guardiamo la realtà e che talvolta si sostituiscono ad essa, trascinandoci nei mondi illusori della virtualizzazione. Indubbiamente i giovani, ben prima dei 18 anni, sono frequentatori assidui dei dispositivi digitali e delle nuove tecnologie, ma questo non basta a spiegare un fenomeno sociale così complesso e ampiamente diffuso. Il problema ha radici più lontane e i dispositivi non hanno fatto che assecondare e poi aggravare una deriva già in atto. All’origine c’è, più verosimilmente, la rarefazione delle relazioni sociali. …


Le relazioni sono una ricchezza e stanno alla base del processo di individuazione del sé, di quel continuo arricchimento personale e di quella crescita costante verso l’autonomia, la maturità e la responsabilità. In particolare lo sviluppo di comportamenti “prosociali”, cioè la disponibilità ad aiutare gli altri: un processo che si rinnova nella continuità e nella varietà dei rapporti sociali. Inoltre le relazioni sono uno dei requisiti essenziali per guadagnarsi il benessere, il flourishing, assieme alla felicità, all’ottimismo, alla salute, alla sicurezza materiale e alla spiritualità.

Invece di stringere amicizie, di ampliare le frequentazioni, di intrecciare rapporti significativi in presenza, troviamo più spesso la solitudine. …

Il comportamento prosociale riveste un ruolo importante nel raggiungimento del benessere personale, in quanto ingrediente prezioso delle relazioni. Comprende l’agire solidale, la beneficenza, la consuetudine nel donare ad altri, anche solo parte del proprio tempo, come nel volontariato. …

A dimostrare ancora più compiutamente le cause di un mutamento epocale nei rapporti umani, stravolti dall’individualismo, era stato all’inizio del secolo Zygmunt Bauman, con la sua teorizzazione di una Modernità liquida (ed.Laterza). Secondo la sua visione, nella tarda modernità le relazioni personali si indeboliscono, diventano fragili e fluide, mancano della fiducia reciproca e della solidarietà. L’assenza di valori solidi in cui credere fermamente si rispecchia in una collettività fortemente individualizzata, dove ognuno si occupa del proprio destino immediato e del proprio interesse, riducendo la prospettiva del futuro a un tempo così ravvicinato da confondersi col presente. Si parla infatti di vivere al presente, disinteressandosi del futuro, ma soprattutto di ridurre drasticamente ogni comportamento prosociale.

La lettura dell’articolo di Carlo Bordoni nella sua interezza  a questo il link.

Negli ultimi due anni gli studenti delle università italiane (e anche quelli delle scuole secondarie) hanno organizzato molti scioperi e manifestazioni  pro-Palestina, facendo proprio lo slogan “Palestina libera dal fiume al mare”. È uno slogan che riassume il programma politico del movimento terroristico che ha governato Gaza negli ultimi venti anni: la distruzione dello stato di Israele e la diffusione dell’antisemitismo. Ed è lo stesso programma politico del regime degli Ayatollah che governa in Iran, di cui Hamas è un proxi.

È possibile che molti degli studenti che hanno partecipato agli scioperi  e alle manifestazioni non fossero pienamente consapevoli di quale fosse (ed è) il programma politico di Hamas e dell’iran. Ed hanno scelto in base allo schema “così fan tutti”, magari assumendo (erroneamente) la logica per cui il fine (in questo caso manifestare solidarietà alla martoriata popolazione araba di Palestina) giustificasse il mezzo (in questo caso appoggiare la guerra di Hamas contro il popolo ebreo di Palestina, ).
Qualcuno, per giustificare tale scelta, precisa: non contro il popolo di Israele ma contro chi governa quello stato. Ma le atrocità commesse il 7 ottobre riguardavano soprattutto uomini donne e bambini innocenti. Comunque bisogna dire che è un modo strano quello di manifestare per la giustizia e la pace assumendo le parole d’ordine di chi vuole seminare odio e morte.

Quella scelta Ali Deilami, un giovane iraniano che vive e studia in Italia, non si è sentito di farla. Lo dice in un post pubblicato nella sezione blogs del quotidiano online The Times of Israel:

“Sono nato e cresciuto sotto il regime della Repubblica Islamica. Pertanto, i miei compagni di corso si aspettavano che, soprattutto dopo la guerra, mi unissi a loro. … Ovviamente, non l’ho fatto. Dico ovviamente perché la società iraniana ha espresso in modo molto chiaro la sua posizione sul conflitto israelo-palestinese negli ultimi due anni. Partecipare a una protesta che alla fine sosterrà Hamas va contro le esperienze di vita degli iraniani. Aver sofferto sotto il regime di una teocrazia islamica radicale ci rende impossibile sostenere un’organizzazione terroristica islamica.

Chi è cresciuto in Europa non può vedere quello che vedo io. … A dire il vero, vedere la gente indossare la kefiah qui mi fa ridere, perché in tutte le scuole elementari iraniane, i bambini vengono introdotti alla kefiah prima di aver finito di imparare l’alfabeto. Fa parte dell’educazione ideologica del regime islamico far indossare la kefiah agli studenti in varie occasioni, come manifestazioni, cori, visite degli ispettori, ecc. Nel frattempo, si sono dimenticati di spiegarci il significato di indossare la kefiah, quindi molti iraniani non sanno che la kefiah è un simbolo palestinese! …

Basandomi su ciò che la vita mi ha insegnato, posso incolpare solo Hamas per le sofferenze dei civili di Gaza dal 7 ottobre.

Il quotidiano online Linkiesta ha dedicato il secondo episodio del suo podcast di approfondimento ad una analisi del conflitto mediorientale, invitando per l’occasione l’editorialista di Repubblica Maurizio Molinari.

Il conduttore del podcast, Massimiliano Coccia, ha posto a Molinari due diversi ordini di questioni. Il primo relativo alle condizioni che hanno consentito il rapido cambiamento  e l’avvio del piano di Donald Trump, con la tregua e la liberazione degli ostaggi: come leggere l’accelerazione che c’è stata nel quadro di una guerra che durava da due anni e cosa cambia negli equilibri sia della società israeliana che di tutto il medio oriente.
 Il secondo ordine di questioni è relativo al fatto che questi due anni di guerra iniziata con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, contro Israele e contro gli ebrei, sono stati anche anni che hanno visto una forte polarizzazione all’interno delle nostre opinioni pubbliche, in Italia come in tutta Europa, una netta contrapposizione tra due differenti visioni del conflitto mediorientale; anni in cui le piazze hanno vissuto una stagione di alta tensione, un profilo di scontro molto netto: come spiegare tutto questo e come spiegare/superare quello che il filosofo francese Bernard-Henri Lévy ha chiamato in un suo libro “la solitudine di Israele”.

Nell’affrontare questo secondo ordine di questioni, Molinari ricorre al concetto di “guerra ibrida”.

A suo avviso, nell’ottobre del 2023 Hamas lancia, nei confronti dello stato di Israele, due attacchi: uno di tipo tradizionale, l’operazione terroristica in grande stile con fattezze militari contro i kibbutzim e gli insediamenti dei territori occidentali. L’altro è una operazione di guerra ibrida contro l’immagine di Israele in Occidente al fine di delegittimarne l’esistenza.

Chi ha vissuto l’inizio di questa campagna ibrida contro la legittimazione di Israele che è partita il 7 ottobre 2023 ha notato come gli account e i bot che hanno iniziato la campagna per dire Israele è illegittima non erano solamente quelli di Hamas, quelli tradizionalmente filo Hamas, ma una parte importante di quelli che in Europa avevano sostenuto la campagna pro-russa sull’Ucraina. Quello che è avvenuto è che attori russi, attori cinesi e attori nord-coreani progressivamente hanno condiviso la metodologia e i temi di Hamas nella operazione di delegittimare Israele. Lo hanno fatto in tre fasi.


La prima fase è stata dal 7 al 27 ottobre 2023 (il 27 ottobre è il giorno in cui iniziano le operazioni israeliane a Gaza). È stata la demonizzazione degli ostaggi, la prima e immediata: non è vero che c’erano gli ostaggi, gli ostaggi non meritavano empatia, non meritavano attenzione, erano tutti soldati, erano tutte spie, non è vero che c’erano gli ostaggi.

La seconda fase inizia il 27 ottobre 2023 e arriva fondamentalmente fino a metà del 2025 con la campagna sulla carestia. Questa campagna è quella più massiccia, che ha delle parole d’ordine: genocidio, apartheid, pulizia etnica. Si è passati dalla delegittimazione degli ostaggi ala delegittimazione tout court  di Israele, del sionismo e, inevitabilmente, con cadute antisemite.


La terza fase che, attenzione, è molto simile in diverse democrazie avanzate, è iniziata a metà del 2025 ed ha fatto un ulteriore passaggio: la delegittimazione dei sopravvissuti dellaShoah. Perché? Perché la memoria della Shoah è quanto di più profondo lega le democrazie occidentali alla stato di Israele e al popolo ebraico. È stata una campagna estesa, sofisticata, molto aggressiva, che ha avuto successo nell’intera area anche facendo leva su immagini vere di grandi devastazioni civili a Gaza e sofferenza della popolazione palestinese, che ha avuto successo nel creare che cosa? Quello che il generale Valerij Gerasimov nel 2013 teorizza di fronte a Putin: la teoria dello scompiglio, ovvero le autocrazie hanno bisogno di portare scompiglio in Occidente per indebolire le democrazie dall’interno. Non c’è nulla che porta più scompiglio nelle democrazie dell’antisemitismo. Perché? Perché fa leva sul pregiudizio più antico, che riesce a portare in piazza una moltitudine di persone.

Quindi riuscendo a collegare le immagini della guerra di Gaza con i pregiudizi antiebraici le autocrazie sono riuscite a indebolire dall’interno i paesi democratici come non erano riuscite prima con la campagna anti covid, con la campagna sull’Ucraina, con la delegittimazione dell’Unione Europea, con la campagna contro gli immigrati clandestini. Tutti i filoni che avevano tentato a partire dal 2016 avevano dato risultati inferiori a questo.

Adesso la cosa interessante sono i risultati politici di questa guerra ibrida. Perché? Perché la guerra ibrida ha dato da un punto di vista politico i maggiori risultati nei paesi occidentali con i governi  più deboli: Macron in Francia, Starmer in Gran Bretagna, Sanchez in Spagna. Cioè i paesi con governi, per ragioni interne, più vulnerabili hanno visto gli esecutivi seguire la piazza e quindi assumere una posizione pubblica sempre più ostile non solamente allo stato e alla politica del governo israeliano ma anche al sionismo. I governi invece più stabili hanno resistito meglio. Quali gli esempi più classici in Europa? La Germania e l’Italia. Non c’è dubbio che ci sono state manifestazioni e ondate di antisionismo e antisemitismo anche in Germania e in Italia, ma i governi hanno tenuto. E bisogna dirlo con grande chiarezza, rendendo omaggio ai governi che ce l’hanno fatta. Hanno tenuto perché sono più stabili, più coesi e quindi meno nella necessità di essere nella piazza


Che cosa succederà adesso?
Le ragioni di questa guerra ibrida permangono e sono ormai indipendenti dalla guerra vera e propria. Nel momento stesso nel quale Hamas accetta la tregua e consegna gli ostaggi la campagna ibrida continuerà perché l’interesse di Hamas e dei suoi alleati di indebolire non solamente l’immagine e la legittimità di Israele ma di generare scompiglio con l’antisionismo e l’antisemitismo nelle nostre società permane e aumenterà. Quindi siamo di fronte all’inizio di una divaricazione, con la possibilità che il medio oriente vada lentamente fra mille difficoltà verso una pace di progressiva stabilizzazione ma la guerra ibrida basata sull’antisionismo e antisemitismo nei nostri paesi diventerà ancora più aggressiva.

Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons

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