La pace e i suoi nemici

La notizia diramata alle prime ore del mattino del 9 ottobre scorso del raggiunto accordo di pace tra Hamas e Israele non potevamo che accoglierla con gioia. Il cessate il fuoco da parte di Israele e il rilascio degli ostaggi ancora in vita da parte di Hamas ha realizzato quasi tutta la prima parte dell’accordo (resta ancora il nodo della restituzione degli ostaggi morti). Come si procederà sulla seconda e terza parte (nelle quali sono previsti passaggi di fondamentale importanza per giungere a un vero “dialogo fra Israele e i Palestinesi per concordare un orizzonte politico per una convivenza pacifica e prospera”, come: la demilitarizzazione della Striscia ovvero lo smantellamento delle capacità militari di Hamas, la costituzione di un governo provvisorio apolitico affidato a tecnici palestinesi, l’esclusione di Hamas e delle altre organizzazioni terroristiche da ogni forma di governance; il passaggio del governo di Gaza all’ANP riformata) è tutto ancora da definire.
 
È troppo presto per affermare, come spesso fa lo stesso promotore dell’evento, che l’accordo concluso nella località turistica egiziana di Sharm el-Sheikh porterà alla fine definitiva del conflitto tra arabi ed ebrei di Palestina. La situazione attuale induce più al pessimismo che all’ottimismo. Questo non vuol dire che non si debbano fare tutti i tentativi possibili per giungere ad una pace vera e duratura . E, naturalmente, ci auguriamo che il pessimismo venga  smentito dai fatti.

Qui di seguito, sommariamente, le ragioni delle nostre perplessità.

Qual è stato finora l’atteggiamento dei leader palestinesi? Ci toccherà ancora una volta assistere al gioco di una volontà di pace sbandierata per riempire le piazze e negata al momento delle trattative? Il punto critico è proprio questo: il termine e il concetto di trattativa. Il termine e il concetto di compromesso che è necessario praticare perché una trattativa tra due punti di vista diversi possa realmente avere luogo. Ma, come abbiamo visto negli ultimi 40 anni di tentativi falliti, le leadership palestinesi non hanno mai accettato compromessi su un punto da loro ritenuto cardine: la regione storica della Palestina deve essere libera da qualsiasi presenza non gradita ai palestinesi o, meglio, ai leader del popolo arabo di Palestina.

La storia ci dice che prima che alcuni leader carismatici diffondessero, dal pulpito della loro autorità religiosa, l’odio verso il popolo ebraico, prima che il Gran Mufti di Gerusalemme dichiarasse la piena condivisione delle idee e degli intenti di Hitler sullo sterminio degli ebrei, prima che i suoi eredi della fratellanza musulmana, ovvero Hamas, mettessero come principio cardine per il popolo arabo di Palestina l’idea che quella regione è “terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione” e “non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa” c’erano molti arabi, e anche leader religiosi e politici, favorevoli all’idea di una convivenza pacifica tra i due popoli.
 
Nel corso del tempo, la contrapposizione a Israele ha tratto alimento dalla convergenza di due diverse ideologie: accanto a quella di stampo religioso della “terra islamica” ha acquistato cittadinanza e si è diffusa quella laica (sostenuta soprattutto dalla sinistra) della “lotta contro il dominio coloniale”. In entrambi i casi l’obiettivo era abbattere lo stato di Israele (con l’affermazione del tutto arbitraria che si trattava di uno stato “illegittimo”).

La dottrina della contrapposizione è stata accuratamente sostenuta e inculcata nella popolazione da tutti i leader palestinesi (dai più estremisti ai più moderati) al punto che ora (come hanno evidenziato vari sondaggi) la grande maggioranza dei palestinesi giudica “corretto” l’attacco compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023. E oggi, se si votasse, Hamas potrebbe tornare a vincere. Ed è ancora in grado di creare grossi problemi al piano di pace che per adesso sembra andare avanti trionfalmente (anzi lo sta già facendo: mettendo in discussione il punto del Piano relativo alla smilitarizzazione della Striscia; non restituendo i corpi di alcuni degli ostaggi uccisi durante la prigionia; giustiziando barbaramente decine di palestinesi sotto gli occhi di amici e parenti accusandoli di collaborazionismo, senza consentire loro di difendersi dall’accusa, per acquisire consenso col terrore).

Chi ha diffuso slogan non certo pacifici come “Palestina libera dal fiume al mare” (spesso evitando di spiegarne il vero significato) difficilmente smentirà se stesso accettando l’idea (questa sì pacifista) che dal fiume al mare devono convivere due diversi stati per due diversi popoli. La principale contraddizione della cosiddetta “resistenza” palestinese (nonché dei suoi sostenitori) in tutte le varie diramazioni è stata e in buona parte continua ad essere quella tra la rivendicazione del diritto all’autodeterminazione del popolo  arabo di Palestina e la negazione del diritto all’autodeterminazione del popolo ebreo di Palestina.

La strategia ideata e messa in atto dal leader di Hamas Yahya Sinwar (attacco del 7 Ottobre 2023 e criminalizzazione di Israele in seguito alla sua prevista durissima reazione) ha procurato una straordinaria crescita di consenso  e di mobilitazione a favore della “causa” palestinese a livello internazionale (con il corollario della recrudescenza dell’antisemitismo nel mondo occidentale).

Per una parte consistente di coloro che hanno tributato tale consenso e si sono mobilitati il tema della pace non è centrale, lo è invece il tema della “cancellazione” dello stato ebraico.  Ne è una conferma lo scarso entusiasmo  col quale i movimenti propal  hanno accolto la proposta di accordo di pace avanzata dal presidente degli Stati Uniti (porteremo degli esempi più avanti). Tutto ciò potrebbe spingere Hamas (o comunque chi rappresenterà i palestinesi nelle trattative) ad assumere, e non sarebbe certo la prima volta, una posizione di intransigenza.

Preoccupa anche, naturalmente, il fatto che la contraddizione presente tra i leader arabi della Palestina, in termini rovesciati è presente anche nella attuale leadership israeliana. È doveroso tuttavia porre l’accento sulla parola “attuale”. Non per spirito assolutorio nei confronti di Israele ma perché la storia ci dice che nei precedenti tentativi di pace i leader israeliani si sono presentati ai tavoli delle trattative assumendo l’idea che avrebbero accettato la costituzione di uno Stato palestinese disposto a convivere pacificamente con Israele.

Prima che partitini della estrema destra integralista, impregnati di messianismo,  venissero associati al governo di Israele, i governi israeliani hanno mantenuto un orientamento generalmente favorevole alla soluzione due popoli due stati e quindi a riconoscere il diritto del popolo arabo di Palestina all’autodeterminazione. Persino Netanyahu,  nel 2009, in un discorso tenuto all’università Bar Ilan, a Tel Aviv, aveva dichiarato: “se otteniamo una garanzia di smilitarizzazione, e se i palestinesi riconoscono Israele come stato ebraico, siamo pronti ad accettare un vero accordo di pace, uno stato palestinese smilitarizzato accanto allo stato ebraico”.

Oggi non è più così. Da quando la Striscia di Gaza, sotto il controllo di Hamas, ha deviato dall’idea originaria di Sharon (farne una sorta di sperimentazione del futuro stato palestinese) Netanyahu ha completamente accantonato quella idea.

È innegabile che l’attuale leadership israeliana abbia grosse responsabilità per la grave situazione che si è determinata dopo il pogrom del 7 ottobre 2023, in risposta ad esso.

Responsabilità, in primo luogo, per aver emulato i capi palestinesi quanto ad indifferenza per il danno materiale ed umano arrecato alla popolazione della Striscia. Tanta indifferenza non c’era mai stata in passato; basta ricordare quanto aveva detto Golda Meir all’indomani del massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972: “Quando verrà la pace, forse potremo perdonare gli Arabi per aver ucciso i nostri figli. Ma ci sarà molto più difficile perdonarli per averci costretto a uccidere i loro figli”. O quanto aveva fatto nel 2005 Sharon con la decisione unilaterale di liberare la Striscia da ogni presenza di coloni ebrei.

È vero che l’emulazione di cui sopra non riguarda le leadership israeliane nel loro complesso. Il capo delle Idf, ad esempio, non era d’accordo sulla operazione finale condotta a Gaza City. E come abbiamo visto in questi due anni di guerra terribile, in Israele vi è una opposizione molto attiva nel contestare la linea assunta dal governo. Tuttavia non si intravedono grossi cambiamenti e se i partitini integralisti continueranno ad avere un peso nella politica israeliana il cammino per la pace sarà un cammino tortuoso.

Insomma, nemici della pace ve ne sono in entrambe le parti. E sono tutti coloro che propongono soluzioni regressive, di chiusura: nel mondo arabo-palestinese coloro che si crogiolano nel piagnisteo della lotta al colonialismo (e non si accorgono che siamo nel ventunesimo secolo); in Israele coloro che prospettano un futuro da stato fortezza, solo contro tutti.

In una situazione così è difficile ipotizzare che il processo di pace possa andare molto oltre il cessate il fuoco e la restituzione degli ostaggi.

Mettendo un po’ da parte il pessimismo (cosa che i convenuti a Sharm el-Sheikh sono comunque tenuti a fare), si possono considerare i punti che giocano a favore dell’ipotizzato processo di pace.

Uno in particolare: Israele non può immaginare per sé un futuro da fortezza assediata, anche perché sarebbe un futuro di guerre continue e non sarebbe il miglior modo di vivere per il popolo israeliano. Questo vuol dire che deve in qualche modo superare l’isolamento nella regione e, quindi, quanto era stato avviato 5 anni fa con gli Accordi di Abramo (anch’essi patrocinati da Trump ma condivisi anche dalla successiva amministrazione) ovvero la normalizzazione dei rapporti tra Israele e gli Stati arabi deve necessariamente essere ripresa e ulteriormente sviluppata.

Ma questa strategia non potrebbe andare molto avanti se non si arrivasse a dare credibilità all’ipotesi dei due stati. L’Arabia Saudita su questo è stata chiarissima ed a questo ha condizionato la ripresa del processo avviato con gli accordi di Abramo.

Insomma, senza dilungarci in analisi più dettagliate, Israele deve fattivamente contribuire a creare le condizioni affinché i palestinesi imbocchino la strada che porta a una soluzione a due stati. Questo vuol dire lavorare per separare il popolo palestinese dalle nefaste ideologie sostenute e diffuse dalle leadership arabe di Palestina (la responsabilità non è solo di Hamas ma anche dell’ANP). E l’esempio di un modo sbagliato di fare ciò è il modo in cui è stata condotta l’ultima guerra di Gaza.

Come promesso, ecco alcuni esempi relativi all’atteggiamento propal nei confronti della proposta di pace del presidente americano, tratti dai commenti che circolano in questi giorni sui social:

Commento 1: Mentre leggo il piano di pace per la striscia di Gaza sento una rabbia salirmi dentro che è quasi veleno. La pace si fa coi nemici, che devono essere presenti al tavolo, riconoscibili e riconosciuti per quello che rappresentano. Sulle rovine di una città e di un territorio, sui morti ammucchiati sui morti, due suprematisti stilano tra loro un accordo puntiglioso e propongono a garanzia un altro che diciamo la verità è famiglia, loro famiglia, affidando la sicurezza a chi è parte in causa e ha commesso il genocidio di un popolo. Con generosità nazista per ogni israeliano rilasciato, saranno restituiti i resti di 15 palestinesi. Restituiti a chi? A famiglie che non ci sono più? Per essere sepolti dove? Nelle nuove città “mediorientali” previste dal piano?
La mollo lì, mi sturba davvero troppo il cinismo gelato che sta dietro ad ogni parola di quel piano e agli accordi che staranno stati fatti per ottenere le accettazioni di alcuni paesi arabi.
Un’altra infame vergogna che ci vuol vedere chinare il capo.

Commento 2: Perché dovrei preferire che vinca Hamas? Mi spiace, non ho mai impostato così il problema. E primum vivere non sta a me dirlo, dovrebbero dirlo i pochi rimasti. Accordo? Gli accordi di pace non si facevano mettendo attorno ad un tavolo i due nemici e anche per gli sconfitti c’era una sorta di riconoscimento? Questo è un patto tra due suprematisti e basta. Se mette fine alla guerra dovrei esultare? Tutto quello che è successo, fino ad oggi, è una vergogna, uno sputo sulla civiltà per miserella che fosse di cui diciamo di far parte. Se metterà fine alla guerra, sarò contenta per quei pochi che sono ancora vivi. Restando convinta che abbiamo permesso una cosa indegna, adottando le ragioni del potere. Poi se c’è chi si sente meglio di me, va bene. Sono comunque sempre stata a disagio nella società e cultura degli ultimi vent’anni.

Commento 3: Più che un piano di pace, mi pare il progetto di un cantiere con direttore lavori blair, addetto sicurezza nethaniau, mandante trump.
Il tutto costruito su una fossa comune.
Che schifo!

Immagine in evidenza: Lauren Hurley from wikimedia commons

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