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Buoni e cattivi maestri  (La Stampa)
Perché Hamas non li libera? (La Repubblica)
Ricomprare la classe operaia (New York Times)

Il 17 settembre scorso i giornali davano notizia del fatto che al Politecnico di Torino un gruppo di ragazzi appartenenti ad un collettivo studentesco ha fatto irruzione nell’aula dove il professore Pini Zorea teneva una lezione per il dottorato in ingegneria elettronica sulle tecniche di riconoscimento facciale e ne hanno chiesto l’interruzione, contestando sia il contenuto del corso sia il fatto che fosse tenuto da un docente proveniente da una università israeliana. Durante il confronto con gli studenti (in un contesto comunque di intimidazione) rispondendo ad una sollecitazione di uno di essi che criticava l’uso di quelle tecnologie da parte del’esercito israeliano, il docente ha affermato che sulla base della propria esperienza (avendo egli lavorato, come tutti gli israeliani, con l’IDF) quello israeliano è l’esercito più corretto che ci sia. Il rettore del Politecnico ha disposto la sospensione del docente, ritenendo il suo punto di vista inaccettabile.

Il giorno dopo (18 09 2025) molti giornali hanno commentato l’episodio e l’operato del rettore del Politecnico. Il principale quotidiano torinese, La Stampa, ha pubblicato un editoriale a firma di Serena Sileoni, giurista e docente di diritto costituzionale.

Il titolo dell’intervento di Serena Sileoni sintetizza compiutamente il suo punto di vista: In un Paese civile lecite tutte le idee. Solo la violenza le rende inaccettabili.Questi i principali passaggi dell’argomentazione della giurista:

in una Repubblica dove «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento» – l’esternazione del professore Zorea  non può essere, come l’ha definita il rettore del Politecnico, «inaccettabile». E non lo è non per il suo valore intrinseco, ma perché, buone o cattive, tutte le idee in un Paese libero sono accettabili. La libertà di insegnamento, poi, che è attività personale e non della scuola o dell’università dove si presta servizio, è persino più grande di quella di pensiero. L’alternativa, infatti, sarebbe l’insegnamento condizionato, se non imposto, da qualcuno (il ministero, il dirigente scolastico) o qualcosa (la legge, le circolari). Un pericolo che noi figli e nipoti della democrazia nata dopo il fascismo dovremmo capire al volo e ricacciare senza tanti distinguo. …
Proprio la libertà di insegnamento permette di farci più di un’idea, di sentire più di una versione, ascoltare e studiare punti di vista diversi, anche eccentrici e minoritari, evitando la tirannia del pensiero unico. Che è il modo più sano, libero e democratico di sopravvivere alle idee sbagliate….


… Non importa, qui, giudicare (l’idea del professore)sulla base di quel che sostiene. Importa qui ricordare una delle cose più scontate della nostra civiltà, che appare oggi più in pericolo che mai: un’idea, di per sé, non può mai mettere in pericolo la pacifica convivenza. Ciò che la rende pericolosa, e quindi inaccettabile, è un elemento esterno ad essa: il grado di violenza con cui può essere diffusa.

… I discorsi odiosi saranno pure detestabili, sul piano intellettuale e morale, ma ritenerli illeciti, sul piano legale o disciplinare, vuol dire consegnare a qualcuno che ha un potere di comando su di noi l’autorità di dirci cosa è giusto o sbagliato dire.
… Da anni una degenerazione progressiva del rispetto di chi ha un’idea diversa dalla nostra, della capacità di riconoscere l’altro nella sua individualità prima che nei gruppi in cui lo identifichiamo è diventata una caccia alle streghe, un elemento di esclusione, persino di auto-esclusione.


A nostro parere il messaggio che proviene dal testo di Serena Sileoni  è un messaggio positivo, perché in sostanza è un invito al confronto di idee e alla pacifica convivenza.

Il giorno successivo, il 19 09 2025, Il quotidiano torinese ha ospitato anche un altro commento, a firma del sociologo Marco Revelli. Già nel titolo si evidenzia che l’opinione di Marco Revelli è opposta a quella di Serena Sileoni: Le idee sono libere e non si censurano ma il negazionismo non può salire in cattedra.

Revelli dice di condividere il principio espresso dalla giurista secondo cui in un paese civile tutte le idee sono lecite. Ma, obietta, questo principio può riguardare anche il campo dell’insegnamento?
Di un’attività che in quanto tale ha un fine «formativo» e che richiede, in chi la esercita, la garanzia di determinate competenze e conoscenze? In un campo in cui tra chi parla e chi ascolta non si stabilisce un rapporto paritario ma, al contrario asimmetrico presupponendosi che chi parla (ex cathedra) ne sappia di più di chi ascolta? Può, un docente, in nome della «libertà di insegnamento», affermare cose palesemente false? E l’istituzione pubblica che ne certifica la «qualità didattica», deve astenersi da ogni forma di controllo di affidabilità? Per questo, lo dico sinceramente, io sono d’accordo con la decisione assunta dal Politecnico di Torino nel caso in questione.

Dunque, secondo il sociologo Revelli, in tutti gli ambiti, siano essi privati o pubblici, vale il principio della libertà di espressione tranne che nel campo dell’insegnamento. E il punto centrale della sua argomentazione è che si tratta di “un campo in cui tra chi parla e chi ascolta non si stabilisce un rapporto paritario ma, al contrario asimmetrico” ed è quindi giusto che ci sia una autorità che eserciti una “forma di controllo di affidabilità”  su quanto viene trasmesso da chi insegna. Un tipo di obiezione di matrice assolutamente illiberale cui la giurista Sileoni aveva anticipatamente risposto nel suo articolo: “un pericolo che noi figli e nipoti della democrazia nata dopo il fascismo dovremmo capire al volo e ricacciare senza tanti distinguo”.

Tra l’altro, il “rapporto asimmetrico tra chi parla e chi ascolta” che Revelli individua come un grosso problema nel campo dell’insegnamento è un tipo di rapporto che si stabilisce anche tra chi parla e chi ascolta nel campo della comunicazione che avviene attraverso i mass media:  anche in questo ambito si presuppone che chi parla ne sappia di più di chi ascolta e in genere il fruitore dei mass madia, al pari dell’allievo delle aule scolastiche, non è in grado di controllare l’affidabilità di ciò che gli viene trasmesso. Ma non assumiamo, per tali motivi, che giornali, riviste, cinema, radio e televisione debbano essere sottoposti a controlli e censura.

Un’altra argomentazione a favore della censura praticata dal rettore del Politecnico presente nel testo di Revelli è la seguente:

Definire l’Idf come «l’esercito più corretto del mondo» mentre tutti noi assistiamo in diretta alla macelleria quotidiana praticata da quell’esercito, alle esecuzioni mirate di donne e bambini, all’affamamento di una popolazione che non può essere identificata con i terroristi che se ne fanno scudo, è un’esplicita forma di «negazionismo» e come tale credo che sia giusto considerarla.

L’affermazione del professore Pini Zorea è niente altro che un’opinione espressa sulla base di una esperienza personale. È anche una “forma di negazionismo”? Di solito il concetto (e accusa) di negazionismo viene adoperato per definire l’atteggiamento di storici che negano l’esistenza/veridicità di fatti che invece la stragrande maggioranza della comunità scientifica considera effettivamente avvenuti. Non si può dire altrettanto dei fatti che secondo il sociologo Revelli il professore israeliano vorrebbe negare o comunque mettere in discussione.

La guerra di Gaza è un evento ancora in corso non un fatto storico documentato al pari degli esempi che lo stesso Revelli cita nel suo articolo (come il Diario di Anna Frank o i Campi di sterminio nazisti). Non c’entra nulla il negazionismo. Appellarsi a ciò che vediamo in televisione per legittimare il proprio punto di vista su eventi ancora in corso ci sembra, poi, un peccato di superficialità. Noi, ad esempio, pur seguendo assiduamente le informazioni sulla guerra di Gaza tramite le principali reti televisive nazionali, giornali e quant’altro, non abbiamo elementi sufficienti per condividere l’affermazione del sociologo Revelli secondo cui l’Idf fa pratica di “esecuzioni mirate di donne e bambini”.

In sostanza, a nostro parere il messaggio che proviene dal testo di Marco Revelli è un messaggio negativo, perché quando si considera giusto togliere la parola a chi la pensa diversamente da noi  (quale che sia la motivazione che si adduce) non si va nella direzione di favorire il confronto di idee e la pacifica convivenza.

Siamo convinti che tutta l’odierna ubriacatura di odio verso Israele, da parte di movimenti che si dicono di sinistra, la sinistra propal, prima o poi finirà. Questa avversione tutta ideologica che non è nata con la guerra di Gaza, ma dura ininterrotta ormai da 77 anni, cioè da quando lo stato di Israele è nato, da quando la sinistra lo ha assunto a simbolo dell’Occidente capitalistico ed imperialistico da combatte in ogni modo, anche con la rappresentazione distorta dei fatti, prima o poi finirà. Prima o poi il vero si imporrà con i segni dell’evidenza. Israele non ha mai avuto un programma genocidario. E siamo anche convinti che la guerra attuale che sta producendo un disastro umano enorme non sarebbe neppure iniziata se Hamas avesse restituito gli ostaggi catturati durante il massacro compiuto il 7 ottobre 2023 nel territorio dello stato di Israele. Il disastro va condannato ed è giusto chiedere ad Israele di interrompere, anche in modo unilaterale, la guerra. Ma allo stesso tempo abbiamo sempre posto e poniamo un problema che a nostro avviso non è secondario: perché nessuno chiede ad Hamas di liberare gli ostaggi con la stessa veemenza con la quale viene chiesto ad Israele di interrompere la guerra?

Un interrogativo simile viene posto anche dallo psicologo Massimo Recalcati in un suo intervento sulle pagine del quotidiano La Repubblica del 24 09 2025. Recalcati si rivolge direttamente alle compagne e ai compagni pro-Pal, in questi termini:

Lasciatemi porre a voi una domanda che non ho visto in nessun vostro comunicato politico o sindacale di questi giorni: perché Hamas non ha liberato e non libera gli ostaggi? Sapete, il mio lavoro, che è lo stesso dell’ebreo Freud, mi spinge sempre a interrogare quello che resta in ombra. Chi ha più visto i volti degli ostaggi detenuti dal 7 ottobre? E quanti di loro sono davvero rimasti ancora in vita? E come hanno vissuto in questi due lunghissimi e interminabili anni? Sono diventati dei fantasmi? Degli spettri? Degli zombie? Mentre siamo assediati quotidianamente dalle terribili immagini della distruzione di Gaza, chi nel mondo si occupa più di loro? Avete mai pensato di rivendicare il diritto della loro libertà, o, di criticare le condizioni della loro prigionia inumana? Ma, soprattutto, perché Hamas non li libera? Non è questa la richiesta del guerrafondaio Netanyahu per porre fine alla guerra? La loro liberazione non avrebbe ottenuto almeno il cessate il fuoco immediato? Non avrebbe messo fine al massacro? E, in ogni caso, sarebbe stato tutto diverso.

Ma il punto non è solo questo. Il punto è l’assenza assordante a sinistra ma, più in generale, nel dibattito politico pubblico, di questa domanda perché non è affatto una domanda secondaria: perché Hamas non libera gli ostaggi? Il loro corpo invisibile agli occhi del mondo non avrebbe il pieno diritto di reclamare la sua esistenza offesa? Cosa significa vivere diventando scudi umani? Possiamo averne un’idea? Esiste una graduatoria dell’orrore? Di fatto la scelta politica di Hamas di non liberare gli ostaggi ha trasformato il popolo di Gaza in un bersaglio militare. Ma puoi credere che questo giustifichi davvero la distruzione di ospedali, l’uccisione di giornalisti, l’affamamento di una popolazione, l’esodo forzato? No, non lo credo. Ma la domanda ritorna per me insistente: perché Hamas non ha liberato e non libera in modo definitivo gli ostaggi? Se si prova a leggere la tragedia di Gaza a partire dai corpi degli inermi il rifiuto di liberare gli ostaggi rivela la subordinazione di tutti questi corpi — quelli degli ostaggi come quelli del popolo palestinese — alla follia dell’ideologia.

Su questo rapporto di “subordinazione” alla follia dell’ideologia il testo di Massimo Recalcati, che invitiamo a leggere per intero, offre poi interessanti spunti di riflessione.

Fa bene Recalcati a insistere sulla domanda “perché Hamas non libera gli ostaggi?”: questo è il vero cuore del problema. Ma purtroppo non era al centro delle manifestazioni propal che hanno riempito le piazze nei giorni scorsi (altro che il falso storico della natura genocidaria dello stato di Israele): il loro obiettivo, di natura puramente politica, era quello di esprimere una condanna verso Israele (senza neanche distinguere chiaramente tra stato e governo israeliano) piuttosto che indicare obiettivi che potrebbero realmente portare ad una soluzione del conflitto.

Ricomprare, cioè riacquistare le simpatie, il consenso di quel vasto pubblico costituito dai lavoratori dipendenti che in passato sono stati il cuore dell’elettorato democratico in America e che poi hanno scelto di sostenere  i repubblicani.

Quello che Davide Paul Kuhn, autore del saggio apparso sul New York Times del  14 09 2025, dice in riferimento alla realtà americana, fatte le debite differenze, può valere anche per noi.

L’autore fa una analisi dei motivi di questo fenomeno, di questa disaffezione del ceto operaio verso la sinistra, e indica quindi la direzione che dovrebbe prendere l’azione politica dei democratici per riacquistare la fiducia dei lavoratori, premettendo però che (ed è il titolo del suo intervento) “I democratici non possono semplicemente ricomprare la classe operaia”.

Il testo di Davide Paul Kuhn merita di essere letto per intero. Ci limitiamo qui a riportare alcuni stralci della prima parte, quella relativa a quando  i Democratici “persero la classe operaia e la coalizione del New Deal si fratturò”:

Nel maggio del 1970, dopo che il presidente Richard Nixon estese la guerra del Vietnam alla Cambogia e la Guardia Nazionale uccise quattro studenti della Kent State, il movimento contro la guerra si radicalizzò come mai prima. A New York, i disordini nei campus, dalla NYU alla Columbia University, si riversarono sulle strade cittadine, soprattutto intorno a Wall Street. Per puro caso, migliaia di artigiani erano impegnati nel centro città a costruire la rinascita dei grattacieli.

Dai loro trespoli d’acciaio, gli operai osservavano i manifestanti che cantavano a sostegno della parte avversa che combatteva i loro simili in Vietnam. L’8 maggio, gli operai scesero dal World Trade Center e da altre torri in costruzione. In uno scontro che travolse Lower Manhattan e divenne noto come la rivolta dei caschi da lavoro, masse di operai picchiarono gli studenti manifestanti. …

Le icone della coalizione di Franklin Roosevelt avevano attaccato il futuro della sinistra. Ciò aveva scioccato i potenti. La Nuova Sinistra era in guerra con la Vecchia

La lotta di classe contro la guerra vera e propria concentrò conflitti sociali più ampi. Il Vietnam non riguardava solo il modo in cui si viveva, ma anche come si poteva morire: le famiglie operaie sapevano che tipo di persone ottenevano rinvii per motivi di studio, fuggivano in Canada, venivano salvate dalle commissioni di leva o si avvalevano di avvocati per proteggerle. E irritava molte famiglie operaie vedere gli studenti manifestanti, dai rifugi dei campus, fare la predica agli americani di status inferiore sulla giustizia sociale, mentre i loro figli andavano in guerra al posto degli studenti.

Per settimane, commercianti, scaricatori portuali e camionisti manifestarono quotidianamente. Due diverse correnti di Democratici erano ora in piazza, scontrandosi sui valori sociali e su chi si sentisse valorizzato. L’attivismo operaio culminò con circa 150.000 lavoratori che inondarono il centro città in un mare di bandiere americane. La rivista Time lo definì il “Woodstock dei lavoratori”.

Non c’è stato un singolo punto di svolta nella storia della vittoria del partito conservatore americano nella classe operaia, ma questo periodo ha catturato un conflitto di cui pochi si erano resi conto che fosse in corso, una guerra di classe che ribolliva sotto le emergenti guerre culturali.

Per molti americani, la controcultura stava sminuendo ciò che un tempo aveva guadagnato uno status sociale: non solo il rispetto per i soldati e la bandiera, ma anche per la maternità, gli anziani, i lavoratori.
Un tempo celebrati, i colletti blu venivano ora liquidati come reazionari, razzisti e ignoranti. La controcultura invalidava persino la loro alienazione. …


I lavoratori erano tipicamente operai cattolici italiani, irlandesi ed europei dell’Est che vivevano nei quartieri fuori Manhattan, molti dei quali avevano genitori o nonni lontani da una vita contadina o da povertà. La maggior parte erano anche democratici. Le loro case d’infanzia spesso esponevano in bella vista due ritratti: Gesù e Roosevelt.

Alcuni repubblicani intravidero la possibilità di conquistare la base democratica. Il giorno dopo il “Woodstock operaio”, Pat Buchanan disse al presidente Nixon: “Questa, con tutta franchezza, è la nostra gente adesso”.

Nella campagna del 1972, il partito laburista cercò di salvare i democratici operai e la propria influenza. Il direttore politico dell’AFL-CIO dichiarò: “Non permetteremo a questi Camelot di Harvard-Berkeley di prendere il controllo del nostro partito”. Ma lo fecero.

Alla convention democratica, George McGovern divenne il portabandiera. La Nuova Sinistra aveva vinto il partito.

Fu la prima convention per otto delegati democratici su dieci. Erano eterogenei per razza e sesso, ma non per classe sociale. Possedevano il doppio della ricchezza e dieci volte più titoli di studio del tipico americano. Con ciò, l’establishment nascente del partito spostò l’attenzione dei Democratici dalla classe sociale all’identità sociale.

Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons

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