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La guerra a Gaza deve finire (Opinion Leader, The Economist)
Lettera aperta a Trump (Thomas L. Friedman, The New York Times)
Vivere a Gaza: carestie, propaganda e verità negate (Rodolfo Belcastro, Il Riformista)
Gaza libera da Hamas (Fausto Recupero, Il Riformista)
La Guerra a Gaza deve finire
Come è noto, il 5 maggio il governo israeliano ha varato un nuovo piano per Gaza e pensa di mobilitare decine di migliaia di riservisti per realizzarlo. Il piano – riassume il settimanale inglese Economist – prevede che l’esercito rioccuperà una parte dell’enclave, radendo al suolo alcuni edifici man mano che avanza. I palestinesi saranno sfollati in una striscia di terra nel sud di Gaza. Parallelamente, Israele lascerà entrare alcuni aiuti nella Striscia, sotto assedio dal 2 marzo. Saranno immagazzinati in centri sorvegliati da mercenari americani. Le famiglie verranno una volta ogni due settimane per raccogliere cibo e alcuni beni di prima necessità.
L’analisi presente nell’articolo pubblicato dall’Economist è interessante, non solo perché descrive bene la situazione determinatasi a Gaza ma anche per le indicazioni espresse circa una possibile via di uscita.
Nelle intenzioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu il suo piano sarà decisivo: distruggerà ciò che resta di Hamas, negandogli lo spazio per riorganizzarsi o opprimere la popolazione di Gaza e privandolo del cibo necessario per sfamare i suoi combattenti.(E questa non sarebbe una cosa negativa).Ma le cose sono meno semplici di come le immagina Netanyahu. Intanto perché non c’è il consenso della maggioranza degli israeliani (i sondaggi dicono che il 60% è contrario a una nuova occupazione di Gaza) e poi, ma soprattutto, perché sono dubbi i vantaggi che ne potrebbero derivare per la popolazione israeliana.
Anche se il governo cercherà di mettere in atto accurati piani di evacuazione, spostare due milioni di persone non è impresa da poco. E ammassare tanta popolazione palestinese in un ristretto angolo della Striscia, oltre ad essere immorale, comporterà grossi problemi sul piano sociale e sanitario. Ci saranno altri morti tra i civili. E tutto ciò non farà che peggiorare la reputazione di Israele nel mondo (cosa che, a nostro avviso, è stato l’obiettivo principale di tutta la strategia, politica e militare, messa in atto da Hamas dal 2006 ad oggi, compreso il massacro del 7 ottobre 2023). E inoltre, come non considerare che ora un piano del genere metterebbe seriamente a rischio la vita degli ostaggi che si trovano ancora nelle mani di Hamas?
Insomma -è la conclusione dell’analisi svolta – gli unici a trarre vantaggio dal proseguimento della guerra sono Netanyahu, che mantiene intatta la sua coalizione, e i suoi alleati di estrema destra, che sognano di svuotare Gaza e ricostruirvi insediamenti ebraici.
Dicevamo dell’ ipotesi (a nostro avviso la più giusta e la più logica) sul che fare:
è giunto il momento di un cessate il fuoco duraturo. Donald Trump dovrebbe esigere che Netanyahu ne accetti uno, in cambio del rilascio di tutti gli ostaggi. Nessun altro leader può costringerlo. Il presidente è ansioso di ottenere una vittoria in politica estera. … i leader arabi dovrebbero esortarlo a perseguire questo obiettivo.
Allora l’America dovrebbe fare pressione su Hamas, usando lo strumento più potente a sua disposizione: la ricostruzione. Le Nazioni Unite stimano che costerà 53 miliardi di dollari nel prossimo decennio. Trump dovrebbe lanciare un ultimatum: i donatori non si impegneranno a versare un dollaro finché Hamas non accetterà di cedere il potere e disarmarsi. Gli alleati dell’America non avranno bisogno di essere convinti. La maggior parte vuole che Hamas se ne vada.
È probabile che Hamas cercherà di aggrapparsi al potere. Ma dovrà rispondere al suo stesso popolo. Migliaia di abitanti di Gaza hanno già aderito alle proteste per chiederne la destituzione. Forse le loro fila si ingrossano. E se Hamas dovesse mai rappresentare una seria minaccia per Israele, allora Israele avrebbe il diritto di colpire di nuovo. (Opinion Leader, The Economist, 8 maggio 2025)
Lettera aperta a Trump
Thomas L. Friedman, noto opinionista del New York Times, è stato tra i primi a criticare duramente la politica del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu fin dall’inizio della guerra di Gaza (determinata, come è noto, dall’efferato attacco del 7 ottobre 2023 da parete di Hamas nel sud di Israele).
Di solito le sue analisi del conflitto israelo-palestinese non cadono nell’errore di eccessiva semplificazione che porta ad attribuire tutta la responsabilità ad una sola delle parti in causa. Ne è un esempio la lettera aperta al Presidente degli Stati Uniti (pubblicata, sempre sul NYT, il 9 maggio scorso) nella quale, pur riconoscendo ad Israele il diritto a difendersi non esita a mettere in evidenza le contraddizioni interne allo stato ebraico. In particolare stigmatizza l’esistenza di una corrente politica, di estrema destra, attualmente al governo, che non è coerente con gli ideali e gli obiettivi con i quali è sorto lo Stato di Israele. Pertanto, il messaggio consegnato al presidente Trump è: prima di dare sostegno incondizionato a Israele bisogna fare attenzione, perché l’attuale governo sta provando a modificare la natura originaria dello stato ebraico: Questo governo israeliano ultranazionalista e messianico – dice Friedman rivolgendosi a Trump – è il primo governo nella storia di Israele la cui priorità non è la pace con un maggior numero di vicini arabi e i benefici che una maggiore sicurezza e coesistenza porterebbero. La sua priorità è l’annessione della Cisgiordania, l’espulsione dei palestinesi da Gaza e il ripristino degli insediamenti israeliani. Questo governo non dovrebbe essere considerato un alleato americano. …
La struttura dell’attuale alleanza tra Stati Uniti, Paesi arabi e Israele fu stabilita da Richard Nixon e Henry Kissinger dopo la Guerra d’Ottobre del 1973 … Ma l’intera struttura dipendeva in larga misura dall’impegno di Stati Uniti e Israele verso una soluzione a due stati di qualche tipo, un impegno che lei stesso ha cercato di promuovere nel suo primo mandato con il suo piano per uno stato palestinese a Gaza e in Cisgiordania accanto a Israele, a condizione che i palestinesi accettassero di riconoscere Israele e che il loro stato venisse smilitarizzato.
Ora le cose sono cambiate: alla fine del 2022 il governo Netanyahu ha fatto dell’annessione della Cisgiordania la sua priorità, anziché dell’architettura di sicurezza e pace degli Stati Uniti per la regione (va notato che l’attuale governo è entrato in carica mentre Netanyahu era sotto processo per presunte tangenti, abuso di fiducia e frode). L’allora presidente americano Biden ha implorato Netanyahu di fare una cosa per l’America e per Israele: accettare di aprire un dialogo con l’Autorità Nazionale Palestinese sulla soluzione a due stati, un giorno, con un’autorità riformata, in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele. Ciò avrebbe poi aperto la strada all’approvazione da parte del Congresso di un trattato di sicurezza tra Stati Uniti e Arabia Saudita per controbilanciare l’Iran e bloccare la Cina. Netanyahu si rifiutò di farlo perché i suprematisti ebrei nel suo gabinetto dissero che se lo avesse fatto avrebbero rovesciato il suo governo. E con Netanyahu sotto processo per molteplici accuse di corruzione, non poteva permettersi di rinunciare alla protezione di primo ministro per prolungare il suo processo e prevenire una possibile condanna al carcere.
Ora –conclude Friedman – la situazione potrebbe peggiorare: Netanyahu si sta preparando a invadere nuovamente Gaza con un piano per concentrare la popolazione palestinese in un angolo minuscolo, con il Mar Mediterraneo da un lato e il confine egiziano dall’altro, mentre al contempo avanza di fatto l’annessione in Cisgiordania a velocità e ampiezza sempre maggiori. Così facendo, si scontrerà con ulteriori accuse di crimini di guerra contro Israele.
Come si può vedere, la critica di Friedman verso quanto sta facendo Israele è senza mezzi termini. Ma è basata su una considerazione oggettiva dei fatti e non, come avviene spesso nei movimenti che si definiscono pro-Palestina, basata su una presa di posizione precostituita ideologicamente che giunge al paradosso di dare la patente di eroi della resistenza palestinese ai feroci criminali che militano nelle fila di Hamas. Non a caso Friedman precisa: Non provo alcuna simpatia per Hamas. Penso che sia un’organizzazione malata che ha arrecato danni enormi alla causa palestinese. È enormemente responsabile della tragedia umana che Gaza oggi rappresenta. La leadership di Hamas avrebbe dovuto rilasciare gli ostaggi e lasciare Gaza molto tempo fa, eliminando ogni pretesto per Israele di riprendere i combattimenti.
Ma il piano di Netanyahu di reinvadere Gaza non è quello di creare un’alternativa moderata ad Hamas, guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese. È per un’occupazione militare israeliana permanente, il cui obiettivo non dichiarato sarà quello di spingere tutti i palestinesi ad andarsene. Questa è la ricetta per un’insurrezione permanente: il Vietnam sul Mediterraneo.
A fronte di questa situazione e del fatto che le vittime tra i civili, molti dei quali bambini, continuano ad aumentare, la lettera di Friedman al presidente americano si conclude con una esortazione a fare quanto è nelle possibilità della Casa Bianca per fermare la guerra. (Thomas L. Friedman, The New Yorh Times, 9 maggio 2025)
Vivere a Gaza: carestie, propaganda e verità negate
Questo articolo e il prossimo che mettiamo in evidenza riportano notizie e commenti che difficilmente si trovano nella stampa mainstream, sia di tendenza conservatrice che di tendenza progressista. Perché riferiscono fatti e opinioni fuori dal coro, che oggi è improntato a un generico pacifismo quando non ad una vera e propria strumentalizzazione della drammatica situazione che sta vivendo la popolazione di Gaza, senza un vero interesse per la ricerca di soluzioni possibili.
In “Vivere a Gaza” il giornalista ci dice innanzi tutto che da mesi, l’opinione pubblica globale è bombardata da titoli e immagini che evocano una drammatica carestia a Gaza. Le immagini strazianti, i titoli accesi e la denuncia di un presunto “blocco israeliano” colpevole di affamare un’intera popolazione hanno costruito una narrazione potente, ma incompleta. La realtà, come spesso accade in guerra, è molto più complessa. E, pur rischiando anatemi e j’accuse, vale la pena raccontarla senza pregiudizi, con l’aiuto di numeri e fatti.
Dopo aver ricordato che, nonostante l’emotività con cui la questione viene trattata, l’ONU al momento non ha dichiarato alcuna carestia ufficiale a Gaza, l’autore evidenzia chepoco si dice del fatto che Hamas controlla di fatto ogni ingresso di beni a Gaza, inclusi gli aiuti umanitari. Numerose testimonianze riferiscono che gli aiuti gratuiti vengono sequestrati e rivenduti nei mercati locali; i convogli subiscono rallentamenti o vengono deviati per logiche di potere, e la popolazione civile è spesso ostaggio di queste dinamiche. Attribuire ogni responsabilità a Israele o ad altri attori, senza citare Hamas, è una semplificazione che non aiuta né la comprensione né la pace.
L’articolo richiama poi il fatto che sta emergendo una narrazione parallela.
Su alcuni social sorgono account che raccolgonocontenuti postati da residenti e attivisti digitali di Gaza in cui vengono mostrate scene di vita di tutti i giorni in contesti apparentemente lontani dal collasso umanitario descritto da una certa narrazione mainstream. Questi contenuti non negano il conflitto, ma offrono un’altra faccia della realtà: quella che i media spesso scelgono di non mostrare. Media che, nel caso di Gaza, sono spesso embedded tra le forze paramilitari di Hamas, che dispone di una vera e propria macchina comunicativa, con addentellati anche tra le fonti di alcune ONG e delle principali agenzie d’informazione globale.
È un fato che due mesi fa, di fronte all’accusa che gli aiuti alimentari finissero nelle mani di Hamas anziché alla popolazione civile, Israele ha bloccato l’ingresso di nuovi convogli. In risposta, gli Stati Uniti hanno proposto una soluzione alternativa: una fondazione umanitaria indipendente, supportata da contractor privati e sotto supervisione militare, per distribuire direttamente gli aiuti alla popolazione, escludendo Hamas. Israele ha approvato l’iniziativa, ma sorprendentemente a bloccarla è stata l’ONU, opponendosi a una gestione che escludesse il gruppo terroristico. … Si, a Gaza si soffre. Sì, l’accesso al cibo è reso difficile dal conflitto, e per fortuna sul tavolo dei negoziati si stanno valutando interventi umanitari che sfuggano al controllo di Hamas. (Rodolfo Belcastro, Il Riformista, 13 maggio 2025)
Gaza libera da Hamas
L’autore di questo articolo racconta cosa è capitato a lui e ad un suo amico quando, la settimana scorsa, hanno deciso di partecipare ad una manifestazione in favore del popolo palestinese: Lo abbiamo fatto con un cartello che recitava “Gaza libera da Hamas”, facendo seguito alle recenti proteste di alcuni gazawi spente nel sangue dai terroristi. Niente di più scontato, verrebbe da dire. E invece no. In piazza la prima reazione è stata di urla e aggressione verbale con insulti vari, poi qualcuno ha accettato di confrontarsi. Il vero stupore è dato dalle reazioni sui social. Non appena abbiamo pubblicato sugli account X, Instagram e Facebook di “Studenti per Israele” una foto con il cartello “Gaza libera da Hamas”, siamo stati sommersi da una valanga virtuale. Minacce e macabri auguri di ogni tipo, da “non si gambizza più la gente come una volta” a “non vi hanno pestato? Male”, fino a “faccia da calcagnate in bocca” e molti altri dello stesso tenore. Altrettanto grave è come più persone abbiano difeso i terroristi con commenti del genere “gloria ad Hamas”.
La domanda perché accadono episodi come questo ce la siamo posta più volte. La prevaricazione e l’odio sono strumenti che vengono usati da chi non ha buone ragioni da portare a sostegno dei propri convincimenti (e in genere si tratta di convincimenti che hanno basi ideologiche e non razionali). Qui ci limitiamo a condividere la considerazione espressa dall’autore dell’articolo: Sconfortante. (Fausto Recupero, Il Riformista, 13 maggio 2025)
Immagine in evidenza:public domain from wikimedia commons
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