ESEMPI DI DISTORSIONE DELLA REALTÀ
Mera contestualizzazione o manipolazione semantica?
Ci è stata posta la seguente domanda: come fate a sostenere Israele quando il suo esercito e il suo governo sono condannati da organizzazioni internazionali quali l’Onu, il Tribunale dell’Aia, Amnesty, ecc.?
Forse, chi pone una tale domanda parte dal presupposto che le organizzazioni umanitarie e gli organismi internazionali come l’Onu siano per loro natura imparziali. Non è così.
Per brevità concentreremo le nostre considerazioni sull’ONU.
In teoria le Nazioni Unite sono concepite come una Organizzazione internazionale che dovrebbe agire in modo super partes, fungendo da piattaforma per il dialogo e la cooperazione tra gli Stati, nella pratica, le sue decisioni, risoluzioni e dinamiche riflettono gli interessi politici, economici e strategici degli Stati membri nonché dei gruppi di potere e delle personalità che li rappresentano.
La manifestazione di posizioni di critica e di ostilità verso Israele da parte di membri dell’Onu non è in realtà cosa nuova né rara.
Il primo caso di partigianeria si è verificato poco dopo la nascita dello Stato ebraico.
Nella prima guerra mossa dalla Lega Araba (1948) la Giordania (allora Transgiordania) occupò tutta la Cisgiordania e la annesse dopo averla completamente liberata da tutte le comunità ebraiche esistenti (gli ebrei furono scacciati o uccisi). Sebbene formalmente illegale, non ci furono risoluzioni delle Nazioni Unite che condannassero esplicitamente l’occupazione della Cisgiordania da parte della Giordania né pressioni per un ritiro giordano da quel territorio. E nessun esponente dell’Onu si sognò di condannare per genocidio o anche solo per persecuzione razziale lo Stato arabo che aveva commesso quei crimini.
Nel 1967, a seguito della Seconda Guerra Araba, fu Israele ad occupare la Cisgiordania, e questa occupazione fu subito condannata da molte nazioni e portò l’ONU ad approvare la Risoluzione 242, che chiedeva il ritiro dal territorio occupato.
Tra gli anni ’60 e gli anni ’70 vi fu l’ingresso nell’ONU di stati ex colonie africane ed asiatiche che insieme ai Paesi del “Blocco arabo” costituivano una maggioranza incline a sostenere la causa palestinese e a criticare Israele (nel 1975 l’Assemblea Generale approvò – ma non all’unanimità – la risoluzione 3379 nella quale si definiva il sionismo come una forma di razzismo (la risoluzione fu poi revocata nel 1991).
La tendenza a criticare Israele è cresciuta quando è stato nominato presidente dell’”Assemblea generale delle Nazioni Unite” e poi alla guida del “Comitato consultivo del Consiglio per i diritti umani” il reverendo Miguel d’Escoto Brockmann (2008), che paragonò la condizione dei palestinesi all’apartheid del Sudafrica (Miguel d’Escoto aveva fatto parte del movimento rivoluzionario sandinista del Nicaraua e tra il 1979 e il 1990 era stato ministro degli esteri del governo sandinista). Il reverendo d’Escoto era anche sostenitore del Movimento dei Paesi Non Allineati (oltre i due terzi di tutti gli Stati del mondo) che ha esercitato una forte influenza sulle Nazioni Unite, spingendo per risoluzioni critiche nei confronti di Israele.
Oggi la corrente critica verso Israele è molto sviluppata e si sta verificando un fenomeno che dovrebbe preoccupare non solo quelli che hanno a cuore le sorti di Israele ma anche tutti coloro che intendono salvaguardare la credibilità di un organismo come l’Onu nell’esercizio della sua importante funzione di bilanciare le divergenze tra Stati membri e favorire il rispetto del diritto internazionale. Ci riferiamo cioè alla tendenza da parte di esponenti di rilievo che operano nell’Onu (ma il discorso potrebbe essere esteso anche ad altri organismi internazionali: CIG, Amnesty, ecc.) a trasformare una legittima critica alle politiche di Israele in una narrativa che arriva a mette in discussione il suo diritto ad esistere come Stato o addirittura a dare parvenza di legittimità all’azione di gruppi terroristici come quello di Hamas.
Cos’altro accade quando si assumono acriticamente narrazioni che presentano il sionismo come un progetto colonizzatore o l’idea che Israele (stato membro delle Nazioni Unite) andrebbe cancellato ed eventualmente sostituito con uno Stato diverso di tipo binazionale, per non dire dell’accusa di genocidio che sarebbe stato perpetrato nei confronti di un popolo che negli ultimi 50 anni è cresciuto come nessun altro popolo al mondo? Insomma quando si assumono punti di vista e poi vengono presentati non come tali ma come verità inoppugnabili, passando dalla “politica” alla mera “ideologia”. È questo il compito di organismi come l’Onu? A noi non pare proprio.
Per fare un esempio di squilibrio politico che mina l’obiettività dell’organizzazione che rappresenta, consideriamo il caso dell’attuale “Relatrice speciale dell’Onu sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati” (nominata in qualità di “esperta indipendente”).
La professoressa Francesca Albanese, giurista e accademica italiana, specializzata in diritto internazionale, dopo il 7 ottobre ha commentato alcune parole del presidente francese Emmanuel Macron, tratte da un articolo di Le Monde, in particolare “Questo è il più grave crimine antisemita del secolo.“
Albanese così ha controbattuto: “Il più grande massacro antisemita del nostro secolo? No,
signor Emmanuel Macron. Le vittime del 7 ottobre non sono state uccise a causa del loro giudaismo, ma in risposta all’oppressione di Israele. La Francia e la comunità internazionale non hanno fatto nulla per impedirlo. I miei rispetti alle vittime “.
In seguito, per chiarire meglio la sua posizione, Albanese ha scritto: “Contesto fermamente che l’origine/causa principale dei crimini commessi contro civili israeliani sia l’antisemitismo: questa l’affermazione che Israele ritiene ‘oltraggiosa’. Ma l’attacco di Hamas, con i crimini oltraggiosi che l’hanno accompagnato è stato commesso contro Israele come stato occupante e d’apartheid, quindi una minaccia contestuale e non esistenziale. Si noti bene, questa non è assolutamente una giustificazione, ma una mera contestualizzazione. (“Vi è” n.d.r.) una manipolazione semantica gravissima e pericolosa proprio di Israele, che vuole così distogliere l’attenzione dalla situazione a Gaza. Ma facendo così distoglie anche l’attenzione dalla gravità dei crimini che Hamas ha commesso”.
È preoccupante pensare che Albanese insegni all’Università una materia (di cui si dichiara esperta) e non conosca uno dei protagonisti del conflitto mediorientale, al punto da proporre una versione storica completamente falsa.
Infatti, non ci convincono affatto le premesse implicite del suo ragionamento e crediamo che a partire dalle sue affermazioni anche le analisi successive condotte dalla dott.ssa Albanese vengano compromesse ed inficiate proprio perché partono da una presupposizione completamente infondata. Tra l’altro, con questo modo di argomentare (ideologicamente impregnato di pregiudizio antiebraico) Albanese indebolisce anche quelle critiche condivisibili all’operato del governo Netanyahu perché esse si smarriscono dentro e dietro l’appoggio sostanziale al programma di Hamas, per il fatto che lei insiste nel “contestualizzare” l’azione terroristica come risposta alla politica di oppressione e di violenza esercitata da Israele a Gaza.
Non è esatto: il contesto serve ad Hamas strumentalmente per realizzare il suo programma antisemita perché Hamas non è un’organizzazione che vuole “politicamente”, con le mediazioni e i compromessi necessari, inevitabili in politica, risolvere i problemi del suo popolo. Hamas è purtroppo un gruppo animato da una fede religiosa che prevede l’eliminazione fisica del nemico come unica soluzione possibile (lo scrive e cerca di farlo).
Albanese invece tace oppure ignora(!) il fatto che sia animata di “antisemitismo” proprio un’organizzazione come Hamas, la quale fino al 2017 ebbe presente nel suo statuto l’eliminazione dello stato d’Israele perché ebreo. Hamas è l’affiliazione palestinese dei Fratelli Musulmani (il più pericoloso fattore di destabilizzazione del mondo arabo, presente in dodici stati col progetto religioso di rimuovere il male nel mondo, eliminando gli ebrei ed imponendo la sharia dovunque), e questa identità costitutiva non deve essere taciuta.
Ricordiamo che il motto dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani, riassunto del suo progetto politico, è simile a quello di una associazione ecclesiastica di fanatici che hanno sostituito la ragione con una fede irrazionale e violenta: “Dio è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il Jihād è la nostra via. Morire nella via di Dio è la nostra suprema speranza“.
È possibile che Albanese sottovaluti – o dimentichi- l’elaborazione teorica -antisemita, razzista, fascista perché totalmente antidemocratica e illiberale- che a partire dagli anni Venti con i “Fratelli Musulmani – a cui aderì il gran Mufti di Gerusalemme (alleatosi con i nazisti di Hitler) – ha avuto come proselite lo stesso Hamas, e che oggi è riproposta dal leader dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei?
Inoltre, l’antisemitismo di Hamas, oltre che nella teoria fondativa del gruppo, è apparso, a livello mondiale, visibile proprio il 7 ottobre, durante la carneficina atroce di una stragrande maggioranza di civili rispetto alla minoranza di militari uccisi, in un’area senza importanza strategica.
In Medio Oriente si assiste all’uso più spregiudicato e nefasto della religione (islamica) in funzione politica e di odio razzista. Hamas non a caso ha utilizzato (articolo 7 dello statuto) un racconto attribuito al profeta Maometto:” “Il Profeta – le preghiere e la pace di Allah siano con Lui – dichiarò: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno…”, per giustificare l’opposizione totale allo Stato di Israele e l’ostilità nei confronti degli ebrei in generale.
Infine, Hamas ha dichiarato, esplicitamente e ripetutamente, il suo impegno a sostenere e applicare la Sharia (cioè uno stato dittatoriale e non democratico). Nel suo documento fondativo del 1988, la “Carta di Hamas”, il gruppo definisce la Sharia come il fondamento legale e ideologico del suo programma. In particolare, si propone di stabilire uno Stato palestinese, “dal fiume al mare”, governato dalla legge islamica, rifiutando l’idea di una soluzione che non sia compatibile con i principi della Sharia. In particolare, l’articolo 2 recita: “La causa di Hamas è una causa islamica. La lotta di Hamas è una lotta per la liberazione della Palestina, un’occupazione di terra islamica, ed è una guerra per la causa di Allah. Hamas ha come scopo la realizzazione del progetto islamico in Palestina. […] La Sharia è la base del sistema giuridico e legislativo.”
Lo Stato palestinese, auspicato da Hamas, è simile ad una chiesa di “talebani”, integralista ed esclusivista e dovrà nascere sulla distruzione di quello di Israele e del suo popolo. Quindi Hamas è, prima di tutto, un’organizzazione religiosa razzista che, indipendentemente da giustificazioni situazionali, ha come scopo la eliminazione degli ebrei e la imposizione, in tutto il mondo (come è scritto nei suoi testi), della teocrazia islamica. L’apartheid, la costante violenza e la negazione dei diritti umani – a cui si riferisce la dott.ssa Albanese, attribuendoli ad Israele- sono invece presenti nel programma e nella azione dei nemici del popolo ebraico e dell’Occidente.
Parafrasando la dichiarazione della professoressa Albanese, la sua contestualizzazione è una evidente e gravissima manipolazione semantica, che vuole distogliere l’attenzione dal pericolo che Hamas (e più in generale l’islam politico) rappresenta per la sopravvivenza dello Stato di Israele. Non certamente un esempio di indipendenza e imparzialità. (A proposito: Israele ha chiesto la rimozione della professoressa Albanese dall’incarico che riveste presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite. E comunque ha vietato il suo ingresso nello Stato di Israele)
L’immagine in evidenza e le immagini nel testo sono tratte da: wikimedia commons images public domain
Commenti recenti