Alle radici del conflitto israelo-palestinese (una riflessione) / 10    
Ripristinare un po’ di chiarezza storica

Capire il contesto storico del conflitto che ancora oggi segna il rapporto tra arabi ed ebrei nella regione geografica del Vicino Oriente chiamata Palestina è stato l’obiettivo dei 9 post sulle “radici del conflitto” pubblicati finora, prima di avviare, con il presente contributo, una riflessione e possibilmente una discussione  su tutta la vicenda, con particolare riferimento a quanto si è verificato dopo il 7 Ottobre 2023.
Un excursus storico ci è sembrato necessario perché considerando il dibattito pubblico al quale abbiamo assistito ci è parso di capire che fosse spesso viziato da superficialità e imprecisioni derivanti (quando non da malafede) da una scarsa conoscenza dei fatti e dei luoghi (significativi a questo proposito i risultati di un sondaggio condotto dalla giornalista del  Foglio Daniela Santus tra giovani  manifestanti Pro-Pal che scandivano lo slogan “Dal fiume al mare”: quasi nessuno aveva una idea precisa di quale fiume e di quale mare si trattasse).

Ciò che preoccupa di più è quando l’ignoranza e la superficialità si saldano con ideologie basate su una visione manichea che divide nettamente il mondo in buoni e cattivi, come nell’ideologia che imperversa da alcuni anni in molte università americane ed europee impregnata di pensiero antioccidentale e woke. Un  pensiero nel quale trova posto un vero e proprio odio contro Israele, identificato con l’Occidente colonizzatore. Un antioccidentalismo – come dice Federico Rampini –  sconcertante, “che porta a paradossi preoccupanti, come ragazzi e ragazze dei movimenti Lgbtq che simpatizzano per Hamas che, come è noto, perseguita le minoranze sessuali”.

In effetti, dopo il 7 Ottobre 2023 abbiamo visto e sentito molte cose incredibili. E soprattutto, mai ci era capitato di  vedere un così gran numero di persone impegnate a fornire una rappresentazione distorta della realtà.

Qualcosa di simile si era visto, in tempi recenti, all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina. Come è noto, sia negli ambienti conservatori che in quelli progressisti non vi è stata una unanime condanna degli aggressori e capitava spesso di trovarsi di fronte a persone che pur riconoscendo il dato dell’aggressione avanzavano il fatidico “ma …”, un ma cui facevano spesso seguito argomenti (per fornire crediti agli aggressori) che poco avevano a che fare con la realtà dei fatti (ricordiamo tutti la favola di una Ucraina pullulante di nazisti e quella di una Russia minacciata dalla Nato).

La rappresentazione distorta della realtà cui abbiamo assistito dopo il 7 Ottobre 2023 è stata però un fenomeno molto più esteso e radicale (e molto più incisivo): tempo qualche giorno e della più grande carneficina di ebrei dopo la Shoah non si è più parlato, tanto che lo scrittore francese Bernard-Henri Lévy  ha così sintetizzato quanto accadeva: “raramente la gomma per cancellare l’immondizia umana ha operato così efficacemente”.

I servizi giornalistici mettevano in primo piano solo i bombardamenti israeliani su Gaza. Immagini di uomini, donne e soprattutto bambini estratti vivi o morti dalle macerie di edifici distrutti aprivano tutti i telegiornali e tutte le prime pagine di tutti i quotidiani. E questo ci poteva stare, ciò che mostravano era reale. Ma i commenti erano lontani dalla realtà: i bombardamenti di terra, aerei e missilistici erano, si diceva, indiscriminati e rivolti contro la popolazione civile; questo non era vero, i bombardamenti erano mirati a colpire e debellare la struttura militare di Hamas, responsabile dell’orrendo massacro del 7 Ottobre, e a distruggere il suo arsenale di guerra. Ci sono stati molti morti tra i civili principalmente perché gli “eroici militanti della resistenza palestinese” hanno usato i civili come scudi umani, hanno costruito nascondigli e basi militari, da cui sparare e lanciare missili, sotto edifici scolastici, edifici religiosi e ospedali. E comunque, i commenti non hanno quasi mai tenuto in debito conto il fatto che se Hamas avesse restituito gli ostaggi la guerra non sarebbe neppure iniziata. Del resto non ci è capitato di assistere a manifestazioni organizzate col precipuo obiettivo di chiedere ad Hamas la liberazione degli ostaggi , viceversa  in tutte le manifestazioni si è inneggiato ai terroristi come ad “eroi della resistenza”.

L’apice di questa operazione di distorsione della realtà è rappresentato dalla infamante accusa di genocidio rivolta a Israele, alla nazione del popolo che il dramma del genocidio lo ha dolorosamente vissuto sulla propria pelle. Una accusa, quella di genocidio, urlata in ogni campus universitario e in ogni manifestazione pacifista. Il copyright di quella accusa spetta a Yahya Sinwar, ma studenti e pacifisti l’hanno fatta propria e legittimata, mostrando un loro pieno sostegno alla strategia perseguita da Hamas, che mira a risvegliare l’antisemitismo per isolare lo Stato di Israele  e renderlo più vulnerabile.

Conviene pertanto ricordare e sottolineare alcune cose inconfutabili:

È l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, condotto con una efferatezza inaudita, che ha innescato l’attuale guerra nella Striscia di Gaza. Non ci sono stati soltanto 1200 morti 251 ostaggi e 3400 feriti. Ci sono stati crimini inenarrabili, dei quali esistono testimonianze e filmati che i parenti delle vittime hanno preferito non diffondere per un senso di pudore e di rispetto per le persone che li hanno subiti. Quelle barbarie sono state commesse proprio per esprimere un intento  genocidario (abbiamo voluto dare un esempio – hanno dichiarato gli uomini di Hamas – di quello che faremo) nei confronti  del popolo di Israele, in coerenza con lo statuto fondativo del partito che governa a Gaza, nel quale viene presentato il jihad contro il sionismo nei seguenti termini:
Il Profeta dichiarò: L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: ‘O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo.(Art.7 dello statuto)

Un tale intento non è rintracciabile in nessun programma dei partiti che hanno governato e governano lo Stato di Israele, neppure nei partiti più conservatori. E non è rintracciabile nelle varie operazioni militari che Israele ha dovuto condurre per affermare il proprio diritto di esistere. Chi ha intenzioni genocidarie non utilizza metodi per avvertire i civili prima che vengano effettuati degli attacchi.

Tra le varie cose che dovrebbero far capire la forzatura propagandistica in atto vi è il contrasto tra il concetto di genocidio (progetto deliberato per eliminare un popolo) e il dato della crescita demografica della popolazione palestinese: prima della creazione dello Stato di Israele nel 1948, la popolazione araba di Palestina era stimata intorno ai 650.000-700.000 abitanti. Oggi, i palestinesi sono circa 7 milioni. La crescita demografica palestinese è tra le più alte al mondo, con tassi di natalità significativi soprattutto a Gaza. Ciò rende evidente che non vi è mai stato alcun tentativo sistematico di sterminio.

Comunque, la gravità del crimine cui è associato il termine genocidio dovrebbe indurre a farne uso con molta cautela (a meno che gli accusatori non siano mossi da un mero intento diffamatorio).

L’uso sconsiderato del termine genocidio in riferimento alla realtà palestinese non è nuovo. Già verso la metà del secolo scorso alcuni leader arabi iniziarono a descrivere le azioni israeliane come un tentativo di pulizia etnica e genocidio. Negli anni successivi molti Stati della Lega araba adottarono una retorica aspra contro Israele accusandolo di essere uno “strumento coloniale dell’Occidente”che cercava di distruggere il popolo palestinese (è paradossale che l’accusa di genocidio venisse mossa da leader politici che avevano messo in programma la distruzione dello Stato di Israele ancor prima che nascesse). Anche alcune organizzazione per la liberazione della Palestina come l’OLP hanno utilizzato il termine “genocidio” come parte della loro narrativa per attirare il sostegno internazionale e sottolineare la sofferenza palestinese.

Comunque, per molti anni l’accusa di genocidio è stata solo parte  di una retorica politica.
Poi, con l’avvento di Hamas, si è andati oltre la semplice retorica. Il movimento fondamentalista ha scelto di fare dell’accusa di genocidio un uso più sistematico, all’interno della sua strategia volta a togliere consenso internazionale ad Israele e ad isolarlo. L’obiettivo non è più tanto quello di suscitare simpatia per il popolo palestinese (un obiettivo che, naturalmente, permane). I  fondamentalisti ne hanno anche uno più ambizioso: risvegliare/suscitare una vasta ondata di antisemitismo.

Per sostenere la folle strategia di Hamas (dal fiume al mare un solo stato, arabo) gli studenti attivisti pro-pal e alcuni gruppi sedicenti pacifisti hanno rispolverato anche altri vecchi ingredienti della retorica terzomondista  centrata sul concetto di colonialismo. Dicono infatti che Israele, in quanto  strumento colonialista dell’Occidente, oltre ad avere intenti genocidari, ha sempre negato e contrasta il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

Se c’è un conflitto nella storia degli ultimi centocinquanta anni che non può essere letto (e compreso) con le lenti della retorica anticoloniale questo è proprio il conflitto arabo-israeliano.

L’arrivo in terra di Palestina di coloni ebrei (ovvero di gente che voleva impiantare delle comunità agricole – colono è anche sinonimo di agricoltore, lavoratore della terra, contadino -) è iniziato nella seconda metà del XIX secolo andando a incrementare il numero di comunità agricole e religiose ebraiche già presenti in Palestina da tempo immemorabile. Gli arrivi (spontanei, non al seguito di un esercito) sono andati via via crescendo fino a diventare numericamente molto consistenti  nei primi decenni del XX secolo.
Un processo, quindi, che si è determinato molti decenni prima della nascita dello Stato di Israele. Cosa c’entra il colonialismo?

Il movimento sionista che era nato alla fine del XIX secolo e che supportò l’emigrazione degli ebrei verso la Palestina, non era un progetto coloniale (tra l’altro i fondatori erano dei socialisti), piuttosto una risposta all’antisemitismo europeo e alla crescente consapevolezza della necessità di un luogo sicuro per il popolo ebraico. Questo bisogno era particolarmente acuto in un’epoca in cui pogrom, discriminazioni e persecuzioni erano endemici in Europa orientale e in Russia. L’attrazione verso la Palestina era radicata in motivi storico-culturali e religiosi, essendo la terra d’origine del popolo ebraico e il fulcro della sua identità nazionale per millenni.
Cosa c’entra il colonialismo?

Gli ebrei che giungevano in Palestina acquistavano la terra da coltivare da proprietari arabi che la vendevano molto volentieri. Cosa c’entra il colonialismo?

I territori sui quali è sorto lo Stato di Israele sono stati definiti ed assegnati al futuro Stato di Israele da una Commissione delle Nazioni Unite unitamente alla definizione ed assegnazione di territori per il futuro Stato Palestinese. Cosa c’entra il colonialismo?

I leader arabi di Palestina hanno deciso autonomamente di non costituire uno Stato Palestinese sui territori a ciò destinati dall’ONU. Hanno cioè deciso autonomamente di non fare un passo concreto verso l’autodeterminazione. Cosa c’entra il colonialismo?

Con la prima guerra araba (1948) mossa da una coalizione di 5 Stati (Egitto, Giordania, Siria, Libano, Iraq) col dichiarato intento di eliminare sul nascere lo Stato di Israele e favorire l’autodeterminazione degli arabi di Palestina  (che si rivelò un fallimento nel senso che gli ebrei di Palestina riuscirono a non farsi eliminare) gli arabi occuparono la Cisgiordania e Gaza, ma dell’autodeterminazione degli  arabi di Palestina neanche a parlarne: la Giordania annesse la Cisgiordania e l’Egitto annesse Gaza
(in questo caso un po’ di colonialismo c’è stato, ma da parte degli arabi).

Con la seconda guerra araba (1967) fu Israele ad occupare Cisgiordania e Gaza. Ma non annesse questi territori. Anche se nel corso degli anni commise l’errore di consentire che accanto a insediamenti arabi venissero realizzati insediamenti da parte di coloni ebrei, l’opinione prevalente tra i leader israeliani (e in buona parte del popolo) era che su quei territori dovesse nascere uno stato arabo. Era di questa opinione, tanto per fare un esempio illustre, Golda Meir che fu primo ministro di Israele negli anni 70.
Da lì in poi gli israeliani, nei vari  tavoli di trattative che sono stati predisposti per giungere ad una soluzione del conflitto, si sono dichiarati favorevoli a mettere a disposizione oltre il 95% dei territori occupati di Cisgiordania e Gaza per consentire agli arabi di Palestina di costituire uno Stato autonomo (che è poi il significato proprio del concetto di “autodeterminazione” di un popolo). Molte volte, come abbiamo visto, si è giunti ad un passo dalla soluzione (che però è sempre sfumata). Ma tutto questo  cosa c’entra con il colonialismo?

Interrogando l’AI di Google sull’argomento ci è stata fornita la seguente risposta:
“La descrizione del sionismo come un progetto coloniale è una distorsione che alimenta incomprensioni e inasprisce il conflitto. Ricordare che gli ebrei immigrarono in Palestina per ragioni storiche, culturali e religiose, acquistando legalmente le terre, aiuta a ripristinare un po’ di chiarezza storica. Solo affrontando il conflitto con onestà storica e senza retoriche polarizzanti sarà possibile lavorare verso una soluzione giusta e sostenibile per entrambe le parti”.

La narrazione del popolo colonizzato e oppresso che per realizzare il proprio diritto all’autodeterminazione deve liberarsi (attraverso la lotta armata) dal (e possibilmente del) popolo colonizzatore e oppressore sicuramente piace e torna utile ad Hamas, perché  si sposa benissimo con la narrazione cara agli integralisti islamici secondo cui l’esistenza di Israele è una offesa a Dio e va eliminato. Ma non torna utile al popolo arabo di Palestina (che da più di cento anni vive in una sorta di guerra permanente, con tutto ciò che questo ha comportato e comporta in termini di perdite umane e materiali, sprecando tutte le occasione avute per costituire un proprio Stato, cioè per autodeterminarsi).

Il fatto è che le leadership arabe hanno spesso usato la retorica della  lotta al colonialismo, della lotta all’oppressione colonialista,  come un viatico per trasporre sul piano politico il mito religioso secondo il quale  l’intera Palestina appartiene perpetuamente alla comunità musulmana (con il corollario che preservare il controllo su questa terra è un dovere per ogni musulmano). Impedendo così che si affermasse una chiara distinzione tra i due piani, quello politico e quello religioso, cosa che avrebbe reso possibile la pratica del compromesso, e quindi della soluzione del conflitto.

La mancanza di una distinzione tra i due piani vale certamente per i leader provenienti dal cosiddetto “Islam politico”, in particolare il movimento integralista dei “Fratelli Musulmani” nato alla fine degli anni ’20 in Egitto, del quale faceva parte il Gran Mufti di Gerusalemme Amin Al-Husseini (un leader popolarissimo e autorevole che negli anni  30 si alleò con Hitler e Mussolini sperando nel loro aiuto per sterminare gli ebrei di Palestina) e dal quale negli anni 80 nasceva Hamas (con gli stessi intenti genocidari).

Ma la commistione dei due piani, o almeno lo scarso impegno a tenerli separati, riguarda anche l’azione svolta dai leader che formalmente si sono dichiarati “laici”, come Arafat e il suo movimento al-Fath, che addirittura dicevano di ispirarsi al marxismo. L’OLP non ha mai completamente rinunciato a usare la retorica religiosa per mobilitare la popolazione, soprattutto quando si trattava di competere con i movimenti islamisti. Abbiamo visto come in più di una occasione l’OLP e l’ANP hanno avuto difficoltà a concludere accordi che avrebbero comportato l’accettazione di compromessi ragionevoli, comunque utili a portare i palestinesi fuori dal conflitto infinito in un modo laicamente onorevole. L’oscillazione che l’Autorità Palestinese ha più volte mostrato tra la pratica politica del compromesso e il sostegno a posizioni intransigenti supportate dalla narrativa religiosa ha spesso fatto apparire debole la sua azione e priva di una strategia chiara. Ciò ha contribuito indirettamente a legittimare Hamas.

In fondo l’operazione avviata da Hamas, fin dalla nascita nel 1987, è proprio questa: sganciare completamente e senza infingimenti la questione palestinese da ogni narrazione politica che implichi perseguire la via del compromesso ed agganciarla al disegno teocratico della repubblica islamica dell’Iran, il cui sogno imperiale nella regione del Vicino Oriente passa necessariamente attraverso l’eliminazione dell’unica democrazia presente in quella regione (il cuneo dell’odiato Occidente capitalistico) ovvero lo Stato di Israele.
È a questo disegno che, di fatto, i nostri studentelli  politicamente corretti offrono il loro incondizionato sostegno. E forse (ignoranza della storia) non si rendono conto della contraddizione insita nella strategia di Hamas di voler legare l’aspirazione all’autodeterminazione del popolo palestinese ai sogni imperialistici degli ayatollah iraniani (in tutte le latitudini e per tutti i popoli del mondo autodeterminazione ha sempre significato emanciparsi dai re e dagli imperi).

La sfortuna del popolo arabo di Palestina non è aver incontrato sulla sua strada un popolo ebraico ma di aver sempre avuto dei  leader che non hanno saputo (o voluto) offrire una narrazione  “politica” della via da percorrere verso una reale autodeterminazione.

Il punto di svolta decisivo nella strategia di Hamas (per porre fine a tutti gli sforzi compiuti negli ultimi trenta anni per costruire una via pacifica alla soluzione del conflitto israelo-palestinese) è costituito dall’attacco del 7 ottobre 2023

L’attacco del 7 Ottobre, che ha innescato la settima guerra di Gaza (ancora in corso), non è avvenuto per caso. Considerando i tempi e i modi della sua realizzazione, i fatti che lo hanno preceduto e quelli che lo hanno seguito, nonché le dichiarazioni stesse dei protagonisti, si è indotti a far risalire quell’attacco ad un piano ben preciso del cosiddetto “asse della resistenza”, ovvero l’alleanza  informale tra l’Iran e alcuni Stati e gruppi armati che condividono l’opposizione a Israele, agli Stati Uniti e ai loro alleati nella regione del Vicino Oriente: la Siria di Bashar al-Assad,  Milizie Popolari sciite -Hashd al-Shaabi- in Iraq, Hamas e Jihad Islamica in Palestina, il movimento sciita Hezbollah in Libia, i ribelli Houthi -Ansar Allah- nello Yemen ( I vari gruppi armati sono sostenuti sul piano politico, economico, militare e soprattutto ideologico dall’Iran, che li utilizza come “proxy”, cioè intermediari, per influenzare gli sviluppi politici nella regione senza esporsi direttamente).

Hamas ha preparato ed eseguito l’attacco del 7 Ottobre (non vi sono prove che vi sia stato un coinvolgimento diretto dell’Iran nella preparazione dell’attacco) avendo ben chiari alcuni obiettivi (a breve termine) condivisi dall’”asse”, due in particolare: contrastare la visione perseguita dall’Arabia Saudita circa i rapporti tra i Paesi arabi e l’Occidente; indebolire e isolare Israele per renderlo più facilmente attaccabile in un prossimo futuro, considerando che per ora i rapporti di forza sono decisamente favorevoli a Israele. (Per inciso, gli obiettivi a lungo termine rivendicati dall’asse sono: distruggere lo Stato di Israele; fare dell’Iran una potenza imperiale in grado di affrontare l’Occidente).

Tutto ciò è avvenuto (e avviene) sulla sfondo di uno scontro che vede contrapposte, nel mondo islamico, due visioni, due diverse prospettive: la visione proposta dal leader di fatto dell’Arabia Saudita il principe ereditario Mohammed Bin Salman e quella proposta dal leader iraniano l’ayatollah Ali Khamenei.
La prima, quella di MBS,  è orientata all’apertura verso l’Occidente, ai suoi modelli di vita economica e sociale, e a normalizzare le relazioni con Usa e Israele; la seconda, quella di Khamenei, fortemente legata ai principi della rivoluzione reazionaria khomeinista del 1979, vede l’influenza  politica e culturale dell’Occidente come una minaccia per la civiltà islamica e perciò contrasta qualsiasi progetto di normalizzazione dei rapporti tra Stati arabi e paesi occidentali e si oppone all’esistenza stessa di Israele (avamposto dell’Occidente colonizzatore). Il suo disegno è sintetizzato nella parola d’ordine “Morte all’America, morte a Israele”.

Gli accordi per la normalizzazione dei rapporti tra Israele ed alcuni Stati arabi, nell’autunno del 2023, non erano certo un fatto nuovo. Accordi di questo tipo Israele li aveva già stipulati con gli Emirati Arabi, il Bahrain, il Sudan e il Marocco. Ma quelli in corso erano di particolare importanza, riguardavano il più  grande stato arabo del Medio Oriente le cui scelte potevano (e potranno) avere grande influenza nel mondo musulmano.  La tesi secondo cui l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 (e il conseguente conflitto tra la Striscia di Gaza e Israele)  aveva come scopo immediato quello di interrompere il processo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita è altamente plausibile.

Era noto che le trattative fossero a buon punto e che Israele ed Arabia Saudita stessero per firmare un accordo che avrebbe comportato benefici economici e politici per entrambe le parti, cosa che avrebbe avuto implicazioni significative per l’equilibrio geopolitico del Medio  Oriente: il fronte anti-israeliano ne sarebbe uscito indebolito.
Dopo lo scoppio della settima guerra di Gaza , non solo le trattative tra Tel Aviv e Riyad hanno subito una battuta d’arresto ma la stessa possibilità di giungere ad un accordo nel prossimo futuro è stata messa in discussione .

Per i progressi realizzati sul piano economico e sociale, MBS gode di un ampio sostegno (soprattutto tra i giovani, che sono maggioranza).Tuttavia (come ha fatto notare Karim Sandjadpour su Foreign Affairs) il Paese ha ancora una vasta popolazione di islamisti profondamente conservatori che non sono contenti delle scelte di MBS e potrebbero creare grossi problemi al suo governo. Il principe saudita non può permettersi di essere insensibile a questa parte di opinione pubblica (anche considerando alcuni significativi precedenti storici: lo scià di Persia  Mohammad Reza Pahlavi detronizzato in quanto inviso all’ala conservatrice del suo regno e il presidente egiziano Muḥammad Anwar al-Sādāt  assassinato dopo aver normalizzato le relazioni con Israele). Questi sentimenti, conclude l’analista di FA, hanno costretto MBS ad aumentare le sue richieste negoziali. Ha recentemente dichiarato che Riyadh non avrebbe stabilito relazioni diplomatiche con Israele prima della creazione di uno stato palestinese.

Anche il secondo degli obiettivi a breve è stato raggiunto:
Hamas ha eseguito con zelo la sua parte (e tra l’altro il suo capo politico è rimasto vittima della sua stessa strategia), l’efferatezza del massacro e la cattura di 241 ostaggi hanno ottenuto l’effetto desiderato: scatenare l’ira di Israele e una sua dura reazione per liberarli. Il sacrificio di migliaia di palestinesi era nei calcoli dei leader di Hamas: avrebbe avuto come conseguenza la riduzione del sostegno internazionale allo Stato di Israele, che l’opinione pubblica mondiale avrebbe percepito come responsabile della morte di migliaia di civili innocenti. E così è stato.

È stato così, va ribadito, anche grazie al sostegno che la strategia di Hamas ha ricevuto da tutti coloro che nel mondo condividono una radicale avversione verso quello che percepiscono come l’oppressivo e prepotente ordine mondiale liberale (dai movimenti studenteschi ispirati dalla ideologia woke, a importanti Ong umanitarie, a gruppi e partiti dell’estrema sinistra occidentale, ad alcuni organismi delle Nazioni Unite deputati ad attività di aiuto umanitario, ai movimenti pacifisti ecc.)

Ed è stato così anche perché il governo israeliano ha fatto la scelta (a nostro avviso sbagliata – ne parleremo più avanti) di dare una risposta su un piano meramente militare. Senza prendere in considerazione il dopo: non si intravede una via di uscita, una strategia per il futuro della Striscia di Gaza, un messaggio per il mondo (che ora, ingiustamente, accusa Israele di genocidio) una proposta per uscire dall’isolamento. In altre parole, finora (ed è passato più di un anno) Israele ha fatto solo la scelta che Hamas si aspettava, ha fatto il gioco dei suoi nemici.

Va però detto che i grossi limiti che ha mostrato e mostra la risposta di Israele all’orrore che gli è stato rovesciato addosso da Hamas non autorizzano a negare a Israele il diritto a difendersi , né a scambiare questo diritto per una colpa o peggio per cinismo di fronte alla sofferenza altrui.

La cosa più cinica e immorale e stata quella compiuta dai capi di Hamas con l’ordine imposto ai cittadini di Gaza di rimanere nelle proprie case. In riferimento a situazioni simili, un primo ministro israeliano si era espresso in questi termini: : “ancor più imperdonabile dell’omicidio dei figli d’Israele è costringere Israele a uccidere i  figli dei suoi assassini”.
Anche nella conduzione della guerra in corso da parte di Israele è rintracciabile senso di responsabilità e attenzione per le sofferenze altrui, come testimonia il filosofo Bernard-Henri Lévy in una intervista rilasciata il 7 ottobre 2024 alla TV italiana La7:

io ho visto molte guerre nella mia vita, me ne sono occupato e le ho raccontate … . Le guerre le ho viste, ma non ho mai visto un esercito, mai, che prenda tante precauzioni  per fare in modo che ci siano meno vittime civili possibile. Ce ne sono troppe, è evidente, e ciascuna di queste vittime ci spezza il cuore. Ma io dico che di tutti gli eserciti che ho visto in vita mia in cinquant’anni, non ho mai visto un esercito che ha messo a punto e mette in atto una procedura complessa come fa l’esercito israeliano per fare in modo che ci siano meno vittime possibili. Che cos’è questa procedura? Avvertire prima di colpire, creare corridoi umanitari tutti i giorni. I vostri telespettatori lo sanno? Ogni giorno l’esercito israeliano apre corridoi umanitari all’interno della Striscia di Gaza, consigliando i civili di prendere questi corridoi e mettersi al riparo. Cercate nelle guerre recenti e meno recenti, beh non c’è stato mai un esercito che previene prima di colpire ed apre dei corridoi. Qualcuno potrebbe dire che è un errore, non si previene prima di colpire perché si perde il vantaggio strategico, si permette all’avversario di andarsi a nascondere. Eppure questo è quello che fanno i soldati israeliani.

Questo senso di responsabilità non è stato possibile percepirlo nella narrazione che in tutti questi mesi ci è stata offerta dalla maggior parte dei mezzi di comunicazione: mai le informazioni sul numero delle vittime palestinesi sono state accompagnate da un commento che dicesse “ forse queste vittime (in tutto o in parte) si sarebbero potute evitare se solo gli uomini di Hamas non avessero impedito alla gente di Gaza di lasciare le loro case”.

Anche per contribuire a porre fine alla distorta rappresentazione della realtà cui abbiamo assistito dal 7 ottobre 2023, ora Israele dovrebbe fare una proposta, credibile e fattibile, per il dopo. Una proposta per la soluzione del conflitto che, è certo, non può venire da Hamas, tanto meno dall’Iran suo mandante. Loro faranno di tutto, come hanno sempre fatto, per tenere il conflitto aperto.

I nemici di Israele ora contano sul fatto che, anche a causa di difficoltà interne al governo israeliano, il conflitto a Gaza non trova una soluzione politica. Ciò comporta dei rischi per Israele e dei vantaggi per Hamas: il protrarsi della guerra e i suoi elevati costi umani potrebbero danneggiare ulteriormente l’immagine di Israele sulla scena globale; l’assenza di prospettiva potrebbe minare la stabilità interna del Paese (il conflitto ha già prodotto 100.000 israeliani rifugiati in patria, oltre al fatto che ci sono ancora molti ostaggi nelle mani dei terroristi); Gaza potrebbe diventare una “palude” simile al Vietnam del Sud degli anni ’60.

L’ostacolo maggiore è che nella visione iraniana sposata da Hamas la questione palestinese è presente non perché si intende contribuire alla ricerca di possibili soluzioni,  ma per farne un uso strumentale: ergersi a difensori della causa palestinese per guadagnare consenso tra i popoli arabi e islamici e legittimare la contrapposizione a Israele e al mondo occidentale.

Tutto ciò che ha finora prodotto l’Asse della resistenza, con gli interessi del popolo palestinese, con il bene dei palestinesi di Gaza, col loro diritto all’autodeterminazione, c’entra poco. Ad Hamas non interessa (e l’attacco del 7 Ottobre lo dimostra chiaramente) indurre Israele a modificare la sua politica nei confronti del popolo di Gaza (ciò che era giusto fare a Gaza Israele lo aveva in gran parte già fatto, Israele era assente  dal territorio di Gaza dal 2005, cioè da 18 anni).

Proprio perché ad Hamas non interessa proporre una via praticabile per risolvere la questione palestinese, continua a proporre la soluzione sintetizzata nello slogan “dal fiume al mare”, che è una non-soluzione (la folle chimera di tutti i fondamentalisti islamici: distruggere Israele).

Che studenti dell’estrema sinistra e sedicenti pacifisti di mezzo mondo abbiano dato alla strategia del fondamentalismo islamico un forte sostegno, non è casuale. Anche in questo caso, crediamo, l’interesse per la causa palestinese  sia marginale, prevalgono le motivazioni ideologiche, alle quali l’idea di colpire mortalmente l’Occidente capitalistico non è estranea, tutt’altro.
Che l’Occidente capitalistico sia anche la culla della democrazia è visto come un fatto secondario. Come secondario cioè irrilevante il fatto che lo Stato di Israele sia l’unico caposaldo di democrazia nel Medio Oriente, venendo meno il quale non è detto che ci sarà più libertà e più diritti per tutti i palestinesi, piuttosto la prosecuzione e/o la creazione  indisturbata di tirannie teocratiche come quella di Teheran nella quale vigerebbe la legge della sharia.
 
Si può capire che questa prospettiva non spaventi più di tanto il popolo arabo della Palestina (è sempre valida l’affermazione del filosofo di Trevi, ovvero che la religione è oppio dei popoli); siamo anche sicuri che essa sia il vero ideale che anima le elite che guidano la “resistenza palestinese”.

Quello che non si capisce è come mai l’epilogo che ha avuto il sostegno dato dai progressisti occidentali alla rivoluzione islamista del 1979 in Iran  non sia servito da lezione agli attivisti che oggi inneggiano ad Hamas (dopo la presa del potere da arte di Khomeini, tutti i rivoluzionari di ispirazione marxista, compresi quelli giunti dall’Occidente a dare una mano, sono stati imprigionati e sistematicamente fatti fuori dal nuovo regime che aveva “liberato” l’Iran dallo scià amico dell’Occidente). Per stare agli insegnamenti della storia, farebbero  meglio a spendere il loro attivismo per far sorgere il dubbio nei palestinesi che quella prospettiva (“Morte all’America, morte a Israele”, come spesso cantano i sostenitori di Khamenei, e il velo obbligatorio per le donne, che Khomeini una volta definì “la bandiera della rivoluzione islamica”) non conviene neppure a loro.

La resistenza palestinese, tanto presente nei discorsi degli attivisti politicamente corretti, è purtroppo qualcosa di là da venire. E sarà, ce lo auguriamo, una resistenza contro coloro che vogliono portare indietro le lancette dell’orologio della storia: una lotta, innanzitutto, per liberare il popolo palestinese da Hamas.

In realtà il popolo palestinese non è mai stato in cima alle preoccupazioni dei vari movimenti sedicenti di liberazione (Al Fatah, OLP, Fratelli Musulmani, Gruppi dello Jihādismo islamico , ecc.) che sono sempre stati strumenti di potere di conventicole di leader fondamentalisti (prevalentemente islamici) poco interessati alla costituzione di uno Stato come lo hanno proposto (e lo propongono) le Nazioni Unite, cioè non uno Stato qualsiasi ma uno Stato democratico.
 
La storia mostra che le leadership palestinesi hanno sempre avuto come precipuo interesse quello di tenere aperto il conflitto con l’odiato Israele, perché solo cosi legittimavano un proprio ruolo e tenevano una porta aperta alla possibilità di costituire uno stato islamico dal fiume al mare.

Il gruppo di potere che ha governato Gaza dal 2007 a oggi ha sempre operato in modo che non si compisse un percorso di pace e neppure un percorso di sviluppo economico e sociale della popolazione.
Se ci chiediamo chi è il vero amico del popolo palestinese e, in particolare, del popolo che vive nella Striscia di Gaza, e leggiamo la storia senza i paraocchi di chi divide aprioristicamente il mondo in buoni e cattivi, vediamo che sono trascorsi quasi 20 anni da quando Israele ha sgomberato  tutti gli insediamenti ebraici presenti nella Striscia e consentito che i palestinesi si dessero una propria amministrazione, alla quale è stata destinata una ingente quantità di aiuti, sia dalla comunità internazionale sia dai Paesi arabi del Golfo.

I partiti della cosiddetta resistenza palestinese, in particolare l’OLP e Hamas, si sono subito fatti la guerra tra loro per decidere chi doveva comandare. Il partito Hamas dopo aver vinto le elezioni (svolte nel 2006 per dare una apparenza di democrazia, poi non se ne sono più svolte) e una feroce guerra intestina contro Al-Fath,  si è dedicato a rafforzare il suo potere e ad attrezzare la Striscia sul piano militare (arsenale missilistico, costruzione di depositi di armi, rete di tunnel sotterranei, ecc.) dandosi come obiettivo prioritario non la crescita economica e civile del Paese ma la distruzione dello Stato di Israele

Non ci stancheremo di ripetere: se andiamo indietro nel tempo i fatti ci dicono che sempre le leadership arabo- palestinesi hanno concentrato le proprie energie e risorse per condurre la lotta contro gli ebrei prima e contro lo Stato di Israele poi,  trascurando le opportunità che si aprivano per la ricerca di una convivenza pacifica e per la costruzione di uno Stato palestinese.
 
 Al momento opportuno è stato sempre tirato in ballo come ostacolo insormontabile il problema degli insediamenti. Il problema è reale ma non è esso la vera causa, l’ostacolo insormontabile.  Si pensi, ad esempio che dopo la guerra del 1948 la Cisgiordania, territorio che insieme alla striscia di Gaza l’Onu aveva destinato alla possibile costituzione di uno stato arabo-palestinese, rimase per 19 anni sotto occupazione della Giordania (uno degli stati arabi che nel 1948 aveva mosso guerra al nascente stato di Israele ergendosi a difensore del diritto degli arabi di Palestina all’autodeterminazione). Allora si sarebbe potuto far nascere uno stato palestinese senza dover affrontare la questione (che si creerà negli anni successivi) della presenza di insediamenti ebraici: non c’erano ebrei in Cisgiordania, tutti gli insediamenti preesistenti erano stati distrutti.  Gli ebrei che vivevano in Cisgiordania prima del 1948, in luoghi come Hebron e Gush Etzion, furono espulsi o uccisi nel corso della guerra.

Ora che la strategia di Hamas è riuscita a  mettere sotto accusa Israele come unico responsabile delle sofferenze del popolo arabo di Palestina, i sedicenti difensori della causa palestinese dicono di mettere da parte l’idea della soluzione due popoli due stati, individuata addirittura come uno dei principali ostacoli alla soluzione del conflitto, e di prendere in considerazione l’idea di costituire uno stato unico.

Ma attenzione: quando gli arabi di Palestina parlano di soluzione del conflitto intendono l’espulsione degli ebrei dalla Palestina (come recita il programma di Hamas); quando gli attivisti pro-pal parlano di stato unico cancellano mentalmente gli ultimi cento anni di storia e riprendono una proposta che alla fine degli anni venti del secolo scorso i terribili colonizzatori inglesi avevano, un po’ ingenuamente, avanzato. Essa, come tutte le successive proposte che avrebbero potuto portare al superamento dello scontro culturale e religioso è stata rifiutata, in primis dai leader arabi, per due ordini di motivi: per loro la Palestina apparteneva interamente e perpetuamente alla sola comunità musulmana; inoltre temevano che la crescita della popolazione ebraica, favorita dall’immigrazione, avrebbe portato a una perdita del loro predominio demografico e politico. Ora il timore per la perdita del predominio demografico (nonostante il genocidio perpetrato da Israele) non c’è più (la popolazione araba di Palestina ha una delle più alte crescite al mondo) e quella vecchia proposta viene (strumentalmente) ripresa.

Parlano anche di una confederazione binazionale. Ma per fare una confederazione ci devono prima essere due stati da confederare. Anche in questo caso, comunque, nulla di nuovo sotto il cielo. La prima a parlare di confederazione è stata la grande statista Golda Meir negli anni 70. Non risulta che gli arabi di Palestina abbiano mostrato interesse alla cosa.

Il problema vero è se gli arabi di Palestina convengono all’idea di fare un loro stato democratico accanto allo stato democratico che già esiste.

Naturalmente bisogna anche considerare -come dicevamo- i limiti dell’azione di Israele, le responsabilità che ricadono sulle sue leadership, sia in passato che nella situazione presente.

Nel passato:

Anche se un arabo palestinese non ammetterà mai che la questione dei territori occupati non è il problema principale ciò non toglie che sia un vero problema. Un problema che, soprattutto dagli anni 70 in poi, Israele ha gestito male.

Essendo Israele uno stato laico e democratico, le posizioni sulle questioni politiche e sociali possono cambiare in base agli esiti elettorali. È risaputo che ci sono state e ci sono tuttora posizioni diverse riguardo ai territori occupati e al problema degli insediamenti. Durante i decenni in cui la sinistra laburista ha governato quasi ininterrottamente (circa fino alla fine degli anni ’70), il nodo principale del conflitto era legato al tema della sicurezza, alla sopravvivenza di Israele e alle guerre che gli venivano mosse dagli Stati arabi circostanti, più che alla questione specifica degli insediamenti. Il problema c’era ma era secondario: dopo la guerra del ’67 i laburisti consentirono la costruzione di alcuni insediamenti. Ma con un obiettivo strategico, per garantire il controllo israeliano su aree considerate importanti per la sicurezza nazionale (soprattutto zone di confine).

Dalla fine degli anni 70, con l’ascesa della destra, si passò ad un approccio più ideologico-religioso, che portò ad una significativa espansione degli insediamenti civili.
Da lì in poi è avvenuto che i politici ed i governi di sinistra si sono sempre dimostrati disponibili a negoziare concessioni territoriali in cambio della pace, mentre i politici ed i governi di destra hanno mirato più all’espansione. Con lo scoppio delle Intifada le cose si complicarono ulteriormente perché Israele costruì la barriera di separazione per isolare le comunità palestinesi e proteggere alcuni insediamenti, ma soprattutto il proprio territorio, dai continui attacchi terroristici.

Dunque quello dei territori e degli insediamenti è un problema reale. Ma è  veramente una questione insormontabile per giungere alla soluzione dei due stati? Volendo no, come dimostrano le varie proposte avanzate da Israele nei tavoli di pace tra il 1990 e il 2005. Per quanto riguarda in particolare la Striscia di Gaza fu addirittura un governo di destra a rendere libero, unilateralmente, tutto il territorio.
Ciò che è stato fatto per Gaza nel 2005 mostra che se c’è intenzione reale di perseguire la via della pace le soluzioni pratiche poi si trovano. Ma proprio la soluzione praticata per Gaza, purtroppo, mostra ancora una volta che la questione dei territori non è quella principale.

Nel presente:

I nemici di Israele ora contano sul fatto che, anche a causa di difficoltà interne al governo israeliano, il conflitto a Gaza non trovi una soluzione politica. Ciò comporterebbe dei rischi per Israele che sarebbero invece dei vantaggi per Hamas: il protrarsi della guerra e i suoi elevati costi umani potrebbero danneggiare ulteriormente l’immagine di Israele sulla scena globale; l’assenza di prospettiva potrebbe minare la stabilità interna di Israele (il conflitto ha già prodotto 100.000 israeliani rifugiati in patria, oltre al fatto che ci sono ancora molti ostaggi nelle mani dei terroristi); Gaza potrebbe diventare una “palude” simile al Vietnam del Sud degli anni ’60.

A maggior ragione oggi Israele dovrebbe fare una proposta, credibile e fattibile, per il dopo. Una proposta per la soluzione del conflitto che, è certo, non potrebbe venire da Hamas, tanto meno dall’Iran suo mandante. Loro faranno di tutto, come hanno sempre fatto, per tenere il conflitto aperto.

Un’altra cosa è certa: Israele non può andare avanti contrapponendo all’integralismo arabo musulmano l’integralismo dei suprematisti ebraici che sostengono il governo Netanyahu. Dovrebbe riproporre senza tergiversare, magari rivolgendosi direttamente al popolo palestinese, la soluzione due stati. Netanyahu va ripetendo, specie dopo l’eliminazione di Sinwar, che Hamas non governerà più a Gaza. Si, ma chi governerà a Gaza?

Non si può pensare che questo problema verrà affrontato solo quando l’ultimo miliziano di Hamas sarà stato ucciso, perché questo vorrebbe dire portare avanti il conflitto all’infinito (ovvero, ancora una volta, rimanere prigionieri della logica di Sinwar e con un costo in vite umane, molto più alto di quello attuale, assolutamente inaccettabile): Israele rischierebbe un isolamento tale che potrebbe portarlo alla sua fine. Se vuole uscire dalla trappola in cui Hamas lo ha infilato, Israele (specie ora che Hamas è stato decapitato) deve  tornare alla logica di trenta anni fa (quella che condusse agli accordi di Oslo e seguenti), proporre un nuovo governo palestinese a Gaza, un governo in cui non ci sia Hamas o altre formazioni foraggiate dall’Iran. Questo nell’immediato. E poi adoperarsi per cercare una risposta radicale alla questione palestinese.

Non si dovrà partire da zero. Con Oslo e con gli accordi che lo hanno seguito si era già percorso un buon tratto di strada. Bisogna riprendere quel percorso che si era interrotto a pochi passi dal risultato finale. E bisogna riprendere anche l’atro percorso, quello che si è interrotto in seguito dall’assalto del 7 Ottobre: la normalizzazione dei rapporti con una parte considerevole del mondo arabo, in primo luogo con l’Arabia Saudita.

Come abbiamo detto, l’attacco del 7 ottobre 2023 ha avuto come primo effetto quello di fermare il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Arabia Saudita. “L’asse della resistenza” guidato dall’Iran ha conseguito una indubbia vittoria, dimostrando la capacità di cambiare la direzione della politica nella regione. Ora è probabile che Riyadh non normalizzerà i suoi rapporti con Israele nei tempi brevi. Tuttavia la pace e la sicurezza nella regione rientrano ancora negli interessi dell’Arabia Saudita in quanto condizioni necessarie per la realizzazione degli ambiziosi progetti di rinnovamento economico e sociale del Paese. La possibilità che MBS torni a sedersi al tavolo delle trattative è subordinata alla condizione che si dia una soluzione alla questione palestinese. È su questo che ora Israele si deve concentrare.

Ciò che ha fatto Israele dopo l’attacco subito il 7 Ottobre 2023 rientra nella sua piena legittimità di difendere il proprio diritto ad esistere. Ora però la situazione richiede di cambiare strategia. Il governo israeliano dovrà passare ad una condotta propositiva, riaffermando senza se e senza ma lo storico orientamento per la soluzione dei due stati.

Noi non sappiamo se l’Autorità Nazionale Palestinese sia riformabile e possa essere riportata a Gaza  al posto di Hamas (come sostiene Friedman) ma se ciò non avverrà, fin quando non avverrà, sarà difficile che si possa riaprire la prospettiva degli accordi di Abramo  tra l’Arabia Saudita e Israele.
Quanto dureranno le circostanze favorevoli che si erano costruite (grazie al lungo impegno degli Stati Uniti)? Le due cose devono viaggiare insieme se Israele vuole uscire dall’isolamento. La strategia seguita fin qui da Netanyahu, dicono i fatti, non va bene.

Solo l’offerta di una reale prospettiva di pace (attraverso la riproposizione seria della soluzione due popoli due stati) toglierebbe ad Hamas (e alle altre organizzazioni come Hezbollah e Houty) l’aura di essere i difensori della causa palestinese. Questa operazione può essere condotta da Netanyhau? Probabilmente no, a meno che Netanyhau non metta al primo posto invece che gli interessi personali  quelli del suo Paese.  

Se Netanyahu e la coalizione di estrema destra che lo sostiene avessero invece in mente di realizzare l’annessione di Gaza e della Cisgiordania sarebbe come rinnegare tutto in una volta tutto il lavoro che è stato fin qui svolto nella  prospettiva della soluzione dei due stati (lavoro che tra l’altro ha contribuito a realizzare saldi rapporti tra Israele e Stati Uniti e tra Israele e Paesi occidentali).

Ancora oggi, a 87 anni dalla sua prima formulazione (Commissione britannica guidata da Lord William Peel), l’ipotesi “due popoli due stati” resta l’unica via percorribile. Gli ebrei di Palestina hanno cominciato a percorrerla nel 1948 con la costituzione dello Stato di Israele secondo quanto dettato dalla risoluzione n° 181 delle Nazioni Unite.  Gli arabi o, meglio, le leadership arabe di Palestina l’hanno respinta, hanno sempre avanzato qualche “pretesto” per respingerla.

Può sembrare ingeneroso usare il termine “pretesto”, ma non lo è se si sta ai fatti, dai quali si possono trarre varie prove a sostegno di quanto affermiamo. Un esempio per tutti:  rispetto al piano di ripartizione adottato dall’ONU nel 1948 uno dei motivi che furono  addotti per il rifiuto espresso fu che si  trattava di un piano ingiusto perché assegnava un territorio più grande al popolo meno numeroso. Ma dieci anni prima i leader arabi avevano rifiutato il piano della Commissione Peel che aveva fatto la scelta opposta.
Insomma è sempre stata data la precedenza all’opzione di tenere aperto il conflitto. Oggi tale opzione fa gli interessi dell’Iran e dei suoi proxy, non certo quelli del popolo palestinese.

Per concludere:

“Se ne uscirà solo riconoscendo che, nel bene o nel male, Israele esiste. Ci vivono quasi dieci milioni di persone, di cui poco più di tre quarti sono ebrei, che si riconoscono come israeliani – ivi compresi i drusi, i quali prestano anche servizio militare. La soluzione di uno stato unico con i palestinesi è impossibile: si finirebbe in una situazione ben più difficile rispetto al Libano dei primi anni Ottanta, con tutti gli equilibri demografici saltati. Deportare oltre 6 milioni di persone per liberare il territorio ricorda troppo memorie che furono. Il conflitto tra Israele e paesi arabi non è una cartolina in bianco e nero, con buoni e cattivi, e la ricerca di “colpevoli” per fare il tifo non servirà a nessuno. Attaccare gli interessi dietro al conflitto è l’unico modo per tornare all’epoca di speranze di trent’anni fa”1.

Note:

  1. Da “La vera identità di Israele, stato laico in evoluzione”, Stefano Casertano su Linkiesta del 13 05 2013 (con adattamenti).

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