Alle radici del conflitto (breve excursus storico) / 8     
Dalla Conferenza di Annapolis alla sesta Guerra di Gaza

Nel novembre 2007, quando Hamas aveva ormai consolidato l’occupazione del potere nella Striscia di Gaza, sancendo lo smembramento di fatto dell’Autorità Nazionale Palestinese, il Presidente di quest’ultima Mahmoud Abbas partecipava , insieme al Primo ministro israeliano Ehud Olmert e al Presidente americano George W. Bush, alla Conferenza di pace di Annapolis, con la quale si concludeva il percorso avviato con la Road Map for Peace e che aveva l’ambizioso (ormai diventato ambiziosissimo) obiettivo di  rilanciare il dialogo per realizzare (entro la fine del 2008) una soluzione a due Stati, con Israele e Palestina che convivessero pacificamente come entità sovrane.

Un importante esponente di Hamas, Amed Youssef, aveva definito il vertice “una perdita di tempo”, completando così il suo pensiero: “Si tratta solo di un party di addio a George W. Bush e un tentativo senza speranze di farlo sembrare un grande leader che riesce dove altri leader americani hanno fallito”.

Il giudizio di Amed Youssef rifletteva pienamente la posizione del partito al governo nella Striscia di Gaza, nettamente contrario a qualsiasi iniziativa di pace. Ma purtroppo rifletteva anche l’opinione di buona parte del popolo arabo di Palestina che un po’ ovunque inscenava violente manifestazioni contro il vertice di Annapolis: “Oggi  – si legge su Repubblica.it del 27 11 2007 – decine di migliaia di sostenitori di Hamas hanno manifestato a Gaza, mentre a Hebron, in Cisgiordania, un uomo è stato ucciso e altri 35 sono rimasti feriti dalla polizia fedele a Fatah che cercava di disperdere centinaia di persone che dimostravano contro il vertice”.

Di cosa discutevano Abu Mazen, Ehud Olmert e George W. Bush in quel fine Novembre del 2007 ad Annapolis?
I temi affrontati furono molti: Gerusalemme, i rifugiati palestinesi, il diritto al ritorno, i confini, gli insediamenti, l’acqua, la sicurezza. Su tutti questi temi, ha detto il Presidente palestinese, “dovremo iniziare negoziati profondi e completi per fare la pace”. E per fare la pace, ha ribadito Abu Mazen, bisogna giungere ad “una volontà reciproca e strategica che porti alla fine dell’occupazione di tutti i territori palestinesi occupati nel 1967”. Da parte sua, il Primo ministro israeliano ha dichiarato che “Israele è pronto a dolorosi compromessi sulla strada della pace” e rivolgendosi ai paesi arabi li ha esortati a “por fine al boicottaggio nei confronti dello Stato di Israele“. Ed ha aggiunto: “Israele non è indifferente alle tragedie sofferte dal popolo palestinese, per questo lo assisterà,  nell’ambito degli sforzi della comunità internazionale, nella creazione del suo Stato”. Il capo della Casa Bianca, a conclusione della prima giornata dei lavori, ha dichiarato:  “Ci siamo riuniti perché condividiamo uno stesso obiettivo: due stati democratici, Israele e la Palestina, che vivano fianco a fianco nella pace e nella sicurezza”.

In contrapposizione al vertice di Annapolis, voluto  dagli Stati Uniti, Il 27 e 28 novembre 2007 vari soggetti politici che si riconoscevano nel cosiddetto “Asse della resistenza”  (l’alleanza informale di Stati e gruppi armati del Medio Oriente che condividevano -e condividono- un’opposizione comune a Israele, agli Stati Uniti e ai loro alleati nella regione) si riunivano a Teheran, sotto la guida dell’allora primo ministro iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in una contro-conferenza per riaffermare il rifiuto categorico di ogni soluzione negoziata con Israele e sottolineare il ruolo della “resistenza armata” come unico metodo per ottenere la liberazione della Palestina.

Accanto ai rappresentanti dell’Iran e di movimenti anti-sionisti di altri Stati arabi (come il Libano, la Siria di Bashar al-Assad e gli sciiti dell’Iraq) erano presenti Hamas (con Ismail Haniyeh come figura di spicco a Gaza), Jihad Islamica Palestinese (uno dei gruppi storicamente sostenuto dall’Iran) e altri gruppi minori, come il Fronte Popolre per la Liberazione della Palestina-Comando Generale (PFLP-GC). Non vi furono rappresentanti ufficiali di grandi potenze arabe come l’Egitto o l’Arabia Saudita, che invece sostenevano Annapolis.

I partecipanti criticarono i paesi arabi che avevano accettato di partecipare ad Annapolis  accusandoli di “tradimento” della causa palestinese. Ribadirono l’idea che Israele “è  un’entità illegittima e temporanea” e una visione per cui l’unica soluzione accettabile è “la dissoluzione dello Stato di Israele e il ritorno completo dei territori (dal fiume al mare) ai palestinesi”.

Nella contro-conferenza di Teheran si parlò anche di strategia e di prospettive di lavoro politico:

  • consolidare la rete tra Iran, Siria, Hezbollah in Libano, e gruppi palestinesi come Hamas e Jihad Islamica (questo “asse della resistenza” accrescerà la propria influenza negli anni successivi);
  • delegittimare l’operato di Mahmoud Abbas e dell’Autorità Nazionale Palestinese, rafforzando invece l’autorità di Hamas, che già controllava Gaza;
  •  impegno dell’Iran e degli altri partecipanti a portare avanti una strategia che combinasse supporto armato ai gruppi palestinesi e pressione politica per isolare Israele sul piano internazionale (questo obiettivo – come vedremo – giungerà ad una piena realizzazione con i fatti del 7 ottobre 2023).

Hamas non solo aveva respinto  la conferenza di Annapolis, ma conduceva attacchi e lanci di razzi contro Israele contribuendo a esacerbare le tensioni e a indebolire la fiducia israeliana nel processo di pace.
E in risposta agli attacchi di Hamas Israele lanciava, nel febbraio 2008, l’operazione “Inverno caldo” (della quale abbiamo parlato nel post precedente) cui  fece seguito un periodo di tregua, anzi una tahdiʾa,  una semplice riduzione delle ostilità.

Fu in questo periodo che il primo ministro israeliano Ehud Olmert propose al Presidente dell’ANP Abu Mazen un piano di pace che offriva concessioni significative per la creazione di uno Stato palestinese:

  •  ritiro israeliano da circa il 94% della Cisgiordania, compensato da uno scambio di terre (land swap) per un ulteriore 6% del territorio, volto a incorporare i principali blocchi di insediamenti israeliani in Israele. (Il livello di dettaglio nello scambio di terre era più avanzato rispetto a proposte precedenti).
  • condivisione di Gerusalemme come capitale per entrambi gli Stati. Si prevedeva che i quartieri arabi di Gerusalemme Est sarebbero stati sotto il controllo palestinese, mentre quelli ebraici sarebbero rimasti sotto il controllo israeliano. La Città Vecchia e i luoghi santi sarebbero stati posti sotto un’amministrazione internazionale. (Anche questo era un aspetto innovativo rispetto ai piani precedenti).
  • il ritorno limitato di un numero simbolico di rifugiati in Israele e la compensazione economica per gli altri. (Questa proposta era più concreta rispetto al passato, anche se rimaneva lontana dalle richieste palestinesi sul “diritto al ritorno”).
  • Stato palestinese smilitarizzato, con un  sistema di monitoraggio internazionale per garantire la sicurezza di Israele.

Il piano è stato respinto in toto dall’Autorità Palestinese. Secondo alcuni leader di Hamas non poteva essere preso neppure in considerazione.

Dopo qualche mese le ostilità ripresero più intensamente di prima, specie i lanci di missili Qassam e Grad contro obiettivi civili israeliani da parte di Hamas, che accusava Israele di aver violato la tregua e compiuto una incursione nel territorio di Gaza, nel corso della quale aveva provocato la morte di alcuni suoi militanti. Inoltre Hamas reclamava la fine del blocco a Gaza ovvero la fine del rigoroso controllo di quanto entrava e usciva dai valichi della Striscia, cosa che, purtroppo, rendeva difficile anche l’ingresso dei convogli umanitari.
Nella  versione dell’IDF (sulla base di fonti dell’intelligence israeliana) i militanti di Hamas uccisi stavano preparando un tunnel con l’intenzione di compiere una incursione nel territorio di Israele ed effettuare il sequestro di soldati israeliani.

Diverse ONG e alcuni Organismi delle Nazioni Unite assunsero posizioni critiche nei confronti di Israele per via della chiusura dei valichi e della stretta sull’ingresso dei convogli umanitari. Questo favorì il diffondersi nell’opinione pubblica internazionale di un atteggiamento sfavorevole verso l’operato di Israele. Il Presidente dell’Assemblea Generale dell’ONU per il 2008-9 il reverendo Miguel d’Escoto Brockmann (ex ministro degli esteri del governo sandinista del Nicaragua), paragonò la condizione dei palestinesi all’apartheid del Sudafrica. Una veemente protesta dei rappresentanti di Israele, che accusarono il reverendo D’Escoto di “odio verso Israele”, non servì a mutare l’atteggiamento dell’Assemblea Generale dell’ONU e, in particolare, del suo organo sussidiario il Consiglio per i diritti umani (UNHCR, in inglese United Nations Human Rights Council) il cui Comitato consultivo sarà presieduto dal 2010 dallo stesso reverendo d’Escoto.

Dopo reiterate e reciproche accuse di violazione della tregua e prendendo atto che gli attacchi missilistici di Hamas a ridosso del confine sud di Israele si andavano intensificando, il 27 dicembre 2008 il governo israeliano, pur consapevole del rischio che sarebbero aumentate le critiche e l’ostilità internazionale nei propri confronti, decise di lanciare una offensiva contro la Striscia di Gaza denominata “Operazione Piombo Fuso”(terza guerra in ordine di tempo) il cui intento principale era fermare (o perlomeno ridurre) gli attacchi missilistici diventati ormai una minaccia quotidiana per i civili israeliani.

Israele intendeva  in primo luogo colpire le infrastrutture militari di Hamas (dai centri di comando ai depositi di armi ai tunnel  per il contrabbando dal Sinai attraverso i quali venivano introdotte armi e munizioni). Inoltre intendeva dimostrare la sua capacità di rispondere con forza e determinazione agli attacchi, al fine di aumentare la deterrenza. E infine Israele sperava che un attacco massiccio avrebbe potuto erodere il sostegno popolare ad Hamas, alimentando il malcontento tra i palestinesi e favorendo il ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) di Mahmoud Abbas.

L’operazione è scattata il 27 dicembre ed  è iniziata con un attacco aereo, mirato a colpire obiettivi militari e politici (edifici della pubblica amministrazione e delle forze dell’ordine, caserme, depositi di munizioni, zone di lancio di razzi e molti tunnel).
Secondo fonti palestinesi  già nel primo giorno i morti erano circa 300 (alla fine dell’operazione – 18 gennaio – il bilancio complessivo comunicato dal ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, è di 1203 vittime di cui 410 bambini). Questa prima fase si concluderà entro il 3 gennaio e, sempre secondo fonti palestinesi, i raid di Israele uccisero diversi importanti leader di Hamas. Tra questi vi era Nizar Rayyan, un leader politico-religioso di Hamas nonché docente di Shari’a nella Facoltà di Usūl al-Dīn (Fondamenti della religione) dell’Università Islamica di Gaza e predicatore influente, titolare della “Moschea dei martiri”. di lui abbiamo riportato (nel post precedente) una nota affermazione nella quale definiva l’esistenza di Israele come “un’offesa contro Dio”.

Su Ynetnews di quei giorni si legge:
in un attacco aereo nella Striscia di Gaza, Israele ha ucciso Nizar Rayyan, un importante leader di Hamas. L’esplosione ha ucciso Rayyan, le sue quattro mogli e i loro undici figli, di età compresa tra 1 e 12 anni. Fonti della sicurezza hanno detto che la casa era anche usata come deposito di armi, quartier generale delle comunicazioni e nascondeva l’apertura di un tunnel. Prima di colpire la casa di Rayyan, le IDF hanno avvertito la sua famiglia dell’imminente attacco e li hanno esortati ad evacuare il luogo, ma loro si sono rifiutati di farlo. L’esercito ha recentemente tenuto delle deliberazioni in merito alla legalità di colpire le case usate come depositi di armi quando viene dato un preavviso sufficiente ai residenti. È stato deciso che ciò rientra nei limiti del diritto internazionale ed è quindi legittimo.

Rayyan era un aperto sostenitore degli attentati suicidi contro lo Stato ebraico. Ha anche mandato un suo figlio a compiere un attacco suicida nella comunità di Eley Sinai nel 2001, in cui sono stati uccisi due israeliani. Rayyan è stato dietro l’attentato al porto di Ashdod nel 2004, in cui sono morti 10 israeliani.

Il 3 gennaio 2009 inizia l’attacco via terra. Secondo quanto riportato da Wikipedia:

le truppe israeliane sono penetrate con carri e mezzi blindati di vario tipo all’interno della Striscia di Gaza da tre punti, dando inizio ai primi scontri a fuoco e riuscendo ad assumere il controllo di alcune postazioni di lancio dei razzi Qassam. La città di Gaza è stata totalmente accerchiata dalle forze armate israeliane, privando così i combattenti di Hamas di eventuali rifornimenti di armi e munizioni.
L’azione militare israeliana si è estesa alla città di Khan Yunis, situata a sud della Striscia di Gaza, considerata roccaforte di Hamas. Nel contempo è proseguito il lancio di razzi verso Israele che si sono spinti fino alla cittadina di Gedera, a 30 km da Tel Aviv.


Il 6 gennaio un raid israeliano colpisce una scuola ONU adibita a rifugio per civili, dalla quale si riteneva fossero partiti lanci di razzi. Il numero delle vittime è stimato essere circa 40 e i feriti circa 50. Immediata è la reazione di Ban Ki Moon, Segretario Generale dell’ONU, che chiede un’indagine sull’avvenimento. L’esercito israeliano dichiara di non essere stato a conoscenza della presenza di civili in quell’edificio, e dispone un’inchiesta: al termine della stessa, il 15 gennaio, afferma di ritenere eccessivo il numero dei deceduti conteggiati dalle fonti internazionali (43), sostenendo che 21 dei caduti sarebbero stati noti, e tra questi vi sarebbero stati diversi militanti di Hamas. Le indagini dell’ONU hanno invece fin dal primo momento sostenuto che non vi sarebbero stati lanci di razzi dall’edificio e che la posizione di questo era nota da tempo ad Israele, mentre sarebbero state raccolte dai media testimonianze non verificate, sia a favore sia contro la loro presenza nell’area dell’edificio della scuola.

Nei giorni seguenti l’ONU, per voce di John Ging, direttore esecutivo dell’UNRWA a Gaza, corregge quanto sostenuto fino a quel momento: “nessuno all’interno della scuola è stato ucciso dai proiettili israeliani”.

Leggere le cronache giornalistiche di quei giorni è utile anche per capire quale fosse il rapporto tra gli abitanti della Striscia di Gaza e i miliziani di Hamas e della Jihad islamica che inneggiavano al martirio. Ecco, ad esempio, cosa scriveva Lorenzo Cremonesi inviato di guerra del Corriere Della Sera:

«Andatevene, andatevene via di qui! Volete che gli israeliani ci uccidano tutti? Volete veder morire sotto le bombe i nostri bambini? Portate via le vostre armi e i missili», gridavano in tanti tra gli abitanti della striscia di Gaza ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. I più coraggiosi si erano organizzati e avevano sbarrato le porte di accesso ai loro cortili, inchiodato assi a quelle dei palazzi, bloccato in fretta e furia le scale per i tetti più alti. Ma per lo più la guerriglia non dava ascolto a nessuno. «Traditori. Collaborazionisti di Israele. Spie di Fatah, codardi. I soldati della guerra santa vi puniranno. E in ogni caso morirete tutti, come noi. Combattendo gli ebrei sionisti siamo tutti destinati al paradiso, non siete contenti di morire assieme?». E così, urlando furiosi, abbattevano porte e finestre, si nascondevano ai piani alti, negli orti, usavano le ambulanze, si barricavano vicino a ospedali, scuole, edifici dell’Onu.

In casi estremi sparavano contro chi cercava di bloccare loro la strada per salvare le proprie famiglie, oppure picchiavano selvaggiamente. «I miliziani di Hamas cercavano a bella posta di provocare gli israeliani. Erano spesso ragazzini, 16 o 17 anni, armati di mitra. Non potevano fare nulla contro tank e jet. Sapevano di essere molto più deboli. Ma volevano che sparassero sulle nostre case per accusarli poi di crimini di guerra», sostiene Abu Issa, 42 anni, abitante nel quartiere di Tel Awa. «Praticamente tutti i palazzi più alti di Gaza che sono stati colpiti dalle bombe israeliane, come lo Dogmoush, Andalous, Jawarah, Siussi e tanti altri avevano sul tetto le rampe lanciarazzi, oppure punti di osservazione di Hamas. Li avevano messi anche vicino al grande deposito Onu poi andato in fiamme. E lo stesso vale per i villaggi lungo la linea di frontiera poi più devastati dalla furia folle e punitiva dei sionisti», le fa eco la cugina, Um Abdallah, 48 anni. Usano i soprannomi di famiglia. Ma forniscono dettagli ben circostanziati. È stato difficile raccogliere queste testimonianze. In generale qui trionfa la paura di Hamas e imperano i tabù ideologici alimentati da un secolo di guerre con il «nemico sionista».

Chi racconta una versione diversa dalla narrativa imposta dalla «muhamawa» (la resistenza) è automaticamente un «amil», un collaborazionista e rischia la vita. Aiuta però il recente scontro fratricida tra Hamas e Olp. Se Israele o l’Egitto avessero permesso ai giornalisti stranieri di entrare subito sarebbe stato più facile. Quelli locali sono spesso minacciati da Hamas. «Non è un fatto nuovo, in Medio Oriente tra le società arabe manca la tradizione culturale dei diritti umani. Avveniva sotto il regime di Arafat che la stampa venisse perseguitata e censurata. Con Hamas è anche peggio», sostiene Eyad Sarraj, noto psichiatra di Gaza city. E c’è un altro dato che sta emergendo sempre più evidente visitando cliniche, ospedali e le famiglie delle vittime del fuoco israeliano.

In verità il loro numero appare molto più basso dei quasi 1.300 morti, oltre a circa 5.000 feriti, riportati dagli uomini di Hamas e ripetuti da ufficiali Onu e della Croce Rossa locale. «I morti potrebbero essere non più di 500 o 600. Per lo più ragazzi tra i 17 e 23 anni reclutati tra le fila di Hamas che li ha mandati letteralmente al massacro», ci dice un medico dell’ospedale Shifah che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. Un dato però confermato anche dai giornalisti locali: «Lo abbiamo già segnalato ai capi di Hamas. Perché insistono nel gonfiare le cifre delle vittime? Strano tra l’altro che le organizzazioni non governative, anche occidentali, le riportino senza verifica. Alla fine la verità potrebbe venire a galla. E potrebbe essere come a Jenin nel 2002. Inizialmente si parlò di 1.500 morti. Poi venne fuori che erano solo 54, di cui almeno 45 guerriglieri caduti combattendo».

Il 17 gennaio 2009, valutando di aver raggiunto gli obiettivi prefissati con l’operazione “Piombo Fuso” (sostanzialmente una riduzione della capacità offensiva di Hamas) il governo israeliano annunciò il “cessate il fuoco” unilaterale, iniziando il “ritiro progressivo” delle truppe dal territorio di Gaza (Hamas aderirà alla tregua solo molti giorni dopo) posizionandone una parte sul confine con la Striscia. Sempre sul confine, presso il valico di Erez, le autorità israeliane  hanno aperto un ospedale da campo per curare i civili palestinesi feriti nel corso delle operazioni militari, predisponendo, per i casi più gravi, l’avvio verso gli ospedali israeliani.

Il 18 gennaio, su iniziativa di alcuni governi occidentali e soprattutto del presidente egiziano Mubarak, si tenne una conferenza di pace a Sharm el Sheikh, in Egitto: un vertice internazionale per coordinare la ricostruzione della Striscia di Gaza e nel tentativo di arrivare ad una soluzione definitiva del conflitto tra Israele e Hamas.
In quei giorni, anche il neoeletto presidente americano Barack Obama rendeva nota la sua intenzione di lanciare (una volta insediatosi alla Casa Bianca) iniziative diplomatiche per la pace in Medioriente. Di tutt’altro parere le autorità iraniane, un loro esponente dichiarava: “Hamas non deve accettare il cessate il fuoco unilaterale dichiarato dai sionisti e non deve avere alcuna esitazione a colpire le loro postazioni strategiche con i missili“

Il 2009 è stato anche l’anno del ritorno al potere di Benjamin Netanyahu.

Naturalmente, il fatto che il Governo di Israele divenisse espressione della parte più conservatrice e nazionalista del paese, restia ad accogliere la soluzione dei due stati, rendeva più complicata la possibilità di risolvere il conflitto per via negoziale. E tuttavia, pur dovendo fare salvo il rapporto con le frange oltranziste presenti nel suo elettorato e nel suo Governo, il premier ha mostrato una certa disponibilità e di aver compiuto (come gli verrà riconosciuto dalla Casa Bianca) “un grosso passo avanti”.

Lo si capisce da un discorso tenuto da Netanyahu, a poco più di due mesi dal suo insediamento, all’università di Bar Ilan, a Tel Aviv, dove ha esordito dicendo che il suo Governo era pronto a riprendere la via del dialogo. Ma solo a determinate condizioni, soprattutto due:
la prima era il riconoscimento: “I palestinesi devono riconoscere veramente Israele come lo Stato del popolo ebraico”;
la seconda era la smilitarizzazione: “Per garantire la pace, non vogliamo che portino missili o razzi o abbiano un esercito, o il controllo dello spazio aereo, o facciano trattati con paesi come l’Iran o Hezbollah. … Questo è cruciale per l’esistenza di Israele: dobbiamo provvedere alle nostre esigenze di sicurezza. … Ho detto al presidente Obama a Washington, se otteniamo una garanzia di smilitarizzazione, e se i palestinesi riconoscono Israele come stato ebraico, siamo pronti ad accettare un vero accordo di pace, uno stato palestinese smilitarizzato accanto allo stato ebraico”.

Netanyahu ha poi però detto di voler escludere dalla discussione altri due punti sui quali invece in precedenza altri premier israeliani avevano mostrato maggiore apertura al compromesso: il problema dei profughi palestinesi e lo status di Gerusalemme. Il primo, ha detto, dovrà essere risolto al di fuori dei confini israeliani poiché ”il loro ritorno va contro il principio di Israele in quanto Stato ebraico”. Per quanto riguarda Gerusalemme, la sua opinione era che “resterà capitale unica e indivisibile dello Stato ebraico”.
Un problema quasi taciuto è stato quello degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, che a suo avviso era un problema da affrontare negli accordi definitivi ed ha promesso che fino ad allora non sarebbero stati aggiunti nuovi insediamenti.

Infine un invito all’ANP ad impegnarsi nella lotta all’estremismo (“Non siamo disposti a sederci intorno a un tavolo con terroristi che vogliono distruggerci”) e la denuncia del pericolo rappresentato dal nucleare iraniano considerato “la peggiore minaccia per Israele, per il Medio Oriente e per il mondo intero”.

Nel settembre 2009 è stato reso noto il rapporto conclusivo della indagine sul conflitto condotta da una Commissione delle Nazioni Unite (presieduta da Richard J. Goldstone, ex giudice costituzionale del Sudafrica ed ex membro dell’Università Ebraica di Gerusalemme). Secondo la Commissione vi erano state violazioni dei diritti umani sia da parte palestinese che da parte israeliana. Perciò Il rapporto è stato criticato da entrambe le parti. Ma le critiche maggiori erano rivolte alle Forze di Difesa Israeliane ritenute responsabili di numerosi attacchi deliberati contro la popolazione civile di Gaza.

Ci furono altre tre guerre nella Striscia di Gaza prima della guerra iniziata il 7 ottobre 2023 (la settima, ancora in corso):

L’ Operazione Colonna di Nuvola
Uno dei principali elementi di tensione tra Israele ed Hamas è sempre stato il controllo esercitato da Israele sull’afflusso di merci nella Striscia, il cosiddetto “blocco” di Gaza.
Hamas ha sempre giustificato la sua costante azione di lancio di razzi contro città e insediamenti israeliani come reazione al blocco di Gaza. Questa attività fu particolarmente intensa nel 2012, anno in cui Israele avviò l’operazione “Colonna di Nuvola” (nota anche come “Operazione Pilastro di Difesa”) iniziata il 14 novembre con un attacco aereo che portò alla uccisione di Ahmad Jabari, numero due dell’ala militare di Hamas.
È stata la seconda imponente operazione militare lanciata da Israele su Gaza dalla fine del 2008, dopo l’operazione Piombo Fuso. 
I bombardamenti provocarono la morte, secondo fonti palestinesi, di 71 cittadini di Gaza e di tre cittadini israeliani, con un totale di oltre 400 feriti fra i civili.

L’ Operazione Margine di Protezione
Nel 2014 la tensione era tornata ad alzarsi a causa di un aumento del lancio di missili verso Israele (più di 3000 in pochi giorni) operato da Hamas in risposta ad una dura azione militare dell’IDF finalizzata alla cattura dei terroristi che avevano rapito (e poi ucciso) tre adolescenti israeliani. L’intento dell’operazione iniziata l’8 luglio era anche quello di distruggere in tutto o in parte la rete di tunnel costruita da Hamas. Al termine dell’operazione (26 agosto), secondo l’IDF, Hamas e Jihad Islamica di Palestina avevano lanciato 4564 missili verso Israele, l’IDF aveva colpito più di 5000 obiettivi e distrutto gran parte dei 10.000 missili che componevano l’arsenale di Hamas. Le vittime a Gaza furono tra le 2125 e 2310, tra cui 495-578 bambini, e 11100 furono i feriti. 66 soldati israeliani, 5 civili (tra cui un bambino) e un cittadino tailandese persero la vita.

L’operazione Guardiani delle Mura
In seguito a disordini e scontri tra la popolazione araba e quella ebraica a Gerusalemme, tra la seconda metà di aprile e i primi di maggio del 2021, Hamas e Jihad Islamica Palestinese hanno cominciato a intensificare il lancio di razzi e missili da Gaza contro le città israeliane. In risposta Israele, dopo aver avvertito dell’attacco, ha eseguito bombardamenti aerei nella Striscia. Tra gli obiettivi principali la rete di tunnel militari. Gli attacchi avrebbero ucciso, secondo le IDF, centinaia di militanti di Hamas. Inoltre 20 comandanti di Hamas sarebbero stati assassinati e la maggior parte delle sue capacità di produzione di razzi distrutte. La sera del 20 maggio, Israele e Hamas, dopo 11 giorni di conflitto, hanno accettato di cessare le ostilità.
Le vittime: in Israele, 13 civili sono stati uccisi dalle migliaia di razzi lanciati dai militanti palestinesi. 256 persone (sia civili che militanti) sono state uccise nella striscia di Gaza, di cui 66 minorenni. Di queste vittime, secondo Hamas, 80 sarebbero stati suoi miliziani, mentre secondo Israele i miliziani sarebbero stati 225. Almeno 2 comandanti di Hamas e 3 membri di alto rango della Jihad islamica palestinese sono stati uccisi
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari nella striscia di Gaza sono stati distrutti 258 edifici e danneggiate 53 scuole, 11 cliniche e 6 ospedali. Secondo le forze di difesa israeliane, sono stati distrutti quasi 100 km del sistema di tunnel militari di Hamas.

Come si può vedere, queste guerre furono caratterizzate da una identica dinamica: intensificazione dei lanci missilistici da parte di Hamas e degli altri gruppi terroristici della “resistenza”; risposta dell’IDF con operazioni che iniziano con raid aerei e continuano con una invasione via terra.
Operazioni che naturalmente causarono molta distruzione e molte vittime, anche tra i civili, da entrambe le parti, ma in misura di gran lunga maggiore tra i palestinesi.

Su questo punto una precisazione va fatta: le perdite fra i civili israeliani sono relativamente contenute per il fatto che le difese israeliane hanno un sistema anti-missile (Iron Dome) che riesce a intercettare la maggior parte dei razzi nemici. In più in Israele vi è un capillare sistema di rifugi che permette agli abitanti di ripararsi dalle esplosioni e vi è l’abitudine, anzi l’obbligo, di abbandonare le zone a rischio al primo allarme.

Come dopo la prima, anche dopo le altre guerre tra Israele e Gaza hanno fatto seguito dure critiche e denunce, da parte di Ong umanitarie  e dell’ONU, per violazione dei diritti umani e crimini di guerra, rivolte spesso ad entrambe le parti, ma in misura di gran lunga maggiore agli israeliani.

Immagine in evidenza: otto lanciatori qassam di cui uno pronto al lancio (Israel Defense Forces. CC BY-SA2.0.via Wikimedia Commons)

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