Uno studioso di genocidio
Omer Bartov è uno storico israeliano americano, professore di studi sull’Olocausto e il genocidio alla Brown Univesity, una delle più prestigiose e selettive università del continente nord americano, ed è considerato una delle massime autorità in materia di genocidio. In un saggio pubblicato su NYT del 15 luglio 2025 sostiee la tesi che Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese.
Il professor Bartov costruisce la sua accusa contro Israele prendendo in considerazione e collegandoli tra loro due episodi verificatisi durante il conflitto in corso: l’operazione militare avviata dalle IDF nel maggio 2024 nella città di Rafah e alcune dichiarazioni fatte da leader e militari israeliani nei giorni immediatamente successivi all’attacco di Hamas del 7 0ttobre 2023
Per quanto riguarda l’operazione militare, nel testo si legge:
Nel maggio 2024, le forze di difesa israeliane avevano ordinato a circa un milione di palestinesi che si rifugiavano a Rafah —, la città più meridionale e l’ultima rimasta relativamente intatta della Striscia di Gaza —, di trasferirsi nella zona balneare di Mawasi, dove c’era poco o nessun rifugio. L’esercito ha quindi proceduto a distruggere gran parte di Rafah, un’impresa compiuta in buona parte entro agosto.
Per quanto riguarda le dichiarazioni, si dice che:
dopo l’attacco di Hamas il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva promesso che il nemico avrebbe pagato un “prezzo enorme” per l’attacco e che l’IDF avrebbe trasformato parti di Gaza, dove Hamas operava, “in macerie”, e aveva invitato gli abitanti di Gaza ad “andarsene ora perché opereremo con la forza ovunque”. Funzionari governativi e militari hanno affermato di stare combattendo”animali umani” e il vicepresidente del Parlamento, Nissim Vaturi, ha affermato su X che il compito di Israele deve essere “cancellare la Striscia di Gaza dalla faccia della terra”.
Questi fatti, dice il professor Bartov, sono stati decisivi, e lo hanno indotto alla “inevitabile conclusione” che “Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese.
Conclusione non da poco. Soprattutto se si tiene conto che sono settantasette anni che si cerca di imputare a Israele il crimine di genocidio, il più infamante in assoluto, del quale gli stessi ebrei sono stati innanzitutto vittime. Il fatto che l’accusa sia stata rivolta allo stato di Israele fin dalla sua nascita e da allora in poi ogni qualvolta ha dovuto difendersi da guerre e attacchi che altri gli hanno mosso, unitamente al fatto che in nessun caso l’Onu e la Corte internazionale di giustizia abbiano mai trovato elementi probanti per convalidare l’accusa, la dice lunga sulla natura “ideologica” della stessa (come vedremo più avanti). E dato che spesso chi accusa Israele di genocidio lascia intendere che la messa in atto di tale crimine sia un fatto acclarato, precisiamo che invece non è così, come dimostra il fatto che la maggior parte degli studiosi impegnati nella storia del genocidio (e lo riconosce lo stesso Bartov nel suo saggio) “non sostiene questo punto di vista. E alcuni hanno accusato i loro colleghi più critici di discorsi incendiari, esagerazione selvaggia e antisemitismo”.
L’idea che ci siamo fatti, studiando la storia del conflitto arabo-israeliano prima e israelo-palestinese poi, circa l’accusa di genocidio, ci induce ad essere diffidenti verso le narrazioni che attivisti e professori pro-pal di varie università occidentali cercano di accreditare e pertanto andiamo sempre a verificare le loro affermazioni e a chiederci se non sono possibili narrazioni alternative altrettanto o ancor più plausibili.
Le informazioni riferite dal professor Bartov relative all’operazione militare avviata dalle IDF nel maggio 2024 risultano, almeno in parte, non veritiere: secondo fonti internazionali e locali, nel maggio del 2024 le IDF israeliane fecero evacuare centinaia di migliaia di civili da Rafah verso la zona di Al‑Mawasi (sulla costa occidentale, tra Rafah e Khan Younis), allestendo lì una vera e propria tendopoli, con diverse decine di migliaia di tende, ospedali da campo, punti di distribuzione di acqua e cibo (en.wikipedia.org; aljazeera.com; mondoweiss.net). Dire quindi che a Mawasi “c’era poco o nessun rifugio” è una falsità.
Ma concentriamoci sugli aspetti principali dell’argomentazione svolta dal professor Bartov a sostegno della sua tesi. Nel testo si legge:
Il crimine di genocidio è stato definito nel 1948 dalle Nazioni Unite come “intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale.” Nel determinare cosa costituisce un genocidio, quindi, dobbiamo sia stabilire l’intento che dimostrare che viene attuato. Nel caso di Israele, tale intento è stato espresso pubblicamente da numerosi funzionari e leader. Ma l’intento può anche essere derivato da un modello di operazioni sul terreno, e questo modello è diventato chiaro nel maggio 2024 — e da allora è diventato sempre più chiaro — poiché l’IDF ha sistematicamente distrutto la Striscia di Gaza.
Nel maggio 2024, come è noto, l’esercito israeliano stava dando la caccia a Yahya Sinwar, il capo politico di Hamas, lo stratega del massacro del 7 Ottobre, colui che aveva dichiarato guerra ad Israele e teneva in ostaggio ancora gran parte dei 250 cittadini israeliani rapiti. Le IDF ritenevano che si nascondesse, insieme ad una parte del suo esercito terroristico, proprio a Rafah e ordinarono ai civili di lasciare la città e di rifugiarsi nella zona di Mawasi. Anche i più determinati a farlo troverebbero difficile vedere in tutto ciò un intento genocidario. Ma il professore è un esperto ed ha fiuto e “lo vede”: in che cosa? Forse nel fatto che a Mawasi c’era poco o nessun rifugio (cosa che però abbiamo visto non essere vera). Anche dando per buona tale affermazione, resta il fatto che Mawasi era comunque una zona sulla quale non sarebbero piovute le bombe (e così è stato), quindi un posto più sicuro.
La caccia all’esercito terroristico di Hamas ha avuto come conseguenza la distruzione di ampie zone della città di Rafah. Ma la responsabilità di quella distruzione non può essere addebitata unicamente ad Israele. C’è una parte non piccola di responsabilità che va addebitata alle strategie e ai comportamenti (del tutto intenzionali) assunti dall’esercito del governo di Gaza (ovvero da Hamas). Tra questi comportamenti c’è la tattica cui in gergo militare viene dato il nome di “scudi umani”.
Come ampiamente documentato e riconosciuto da diverse fonti, Hamas colloca le proprie sedi operative, depositi di armi e basi per il lancio di razzi in prossimità, all’interno o al di sotto di edifici civili come abitazioni, scuole, moschee e ospedali. Tutto questo per varie ragioni: l’utilizzo di infrastrutture civili e della popolazione civile come “scudi umani” è una strategia per dissuadere gli attacchi israeliani, sapendo che le IDF cercano di evitare di colpire civili. L’obiettivo è creare un dilemma per l’IDF e, in caso di vittime civili, generare condanna internazionale contro Israele. Inoltre, le strutture civili offrono un’ottima copertura per nascondere gli ingressi ai tunnel (Hamas ha costruito una vasta rete di tunnel sotto aree urbane densamente popolate, con ingressi spesso situati all’interno o in prossimità di edifici civili). D’altra parte, operare in ambienti civili densamente popolati rende estremamente difficile per l’IDF distinguere tra obiettivi militari legittimi e strutture civili protette, complicando le operazioni militari e l’applicazione del diritto internazionale umanitario.
E tuttavia, nonostante le complicazioni prodotte dalla strategia di Hamas e a smentita di quanto sostiene il prof. Bartov, nell’operazione militare del 2024 portata avanti per vari mesi nella più popolosa città di Gaza – circa un milione di abitanti – il numero delle vittime (secondo la stima conservativa basata su dati pubblici, media internazionali e rapporti ufficiali) è di 45 – 50 civili uccisi. In quella operazione le strutture militari di Hamas sono state fortemente danneggiate e proprio in un edificio civile di Rafah è stato individuato e ucciso il capo politico di Hamas, Yahya Sinwar, l’architetto dell’attacco del 7 ottobre 2023.
Si può anche non essere d’accordo sul modo di operare delle IDF (e nel caso specifico, come diremo più avanti, noi non siano d’accordo) ma, dopo circa venti anni di ininterrotti quotidiani attacchi missilistici operati dal regime terroristico di Gaza (Hamas) contro il territorio di Israele (che hanno causato molte vittime tra i civili) e dopo l’attacco e la carneficina del 7 Ottobre 2023, non si può negare che Israele avesse il diritto di combattere e provare a distruggere l’apparato militare messo in piedi da Hamas. Questo è l’obiettivo dichiarato e praticato da Israele.
Una fondamentale differenza tra Hamas e Israele è che il governo della enclave di Gaza (Hamas) ha un programma politico nel quale è contemplata la distruzione degli ebrei di Palestina (tutto o parte di quel popolo) mentre il governo dello stato di Israele un corrispondente programma che contempli la distruzione degli arabi di Palestina (tutto o parte di quel popolo) non ce l’ha.
Si dirà: “questioni di lana caprina”. Beh, c’è molta più lana caprina nelle affermazioni del professor Bartov che da valore di atto ufficiale ad alcune dichiarazioni rilasciate da singoli membri del governo di Israele subito dopo l’orrenda carneficina del 7 ottobre 2023. Si dirà: bisogna guardare i fatti oltre le intenzioni dichiarate. Mai come in questi casi le intenzioni (quelle incontestabili in quanto tradotte in atti formali) contano; tanto è vero che sono state messe in cima alla definizione ONU del crimine di genocidio. Ribadiamo: contano soprattutto quando sono formalmente espresse (Hitler e Mussolini non sono stati accusati di genocidio per aver fatto delle dichiarazioni contro gli ebrei, ma per aver promulgato le leggi razziali, che erano piani di azione, cui poi hanno fatto seguito azioni concrete).
Tornando al saggio del professor Bartov (e al credito scientifico che ad esso si può dare): a noi sembra paradossale che (in un testo il cui autore si prefigge di dimostrare che lo stato di Israele sta commettendo un genocidio nei confronti del popolo palestinese, sulla base di una disamina oggettiva dei fatti, come ci si aspetterebbe da uno “studioso”) non vengano presi minimamente in considerazione fatti come:
- Il partito che da circa 20 anni governa la Striscia di Gaza, piccola enclave dentro lo stato di Israele, ha nel suo programma politico (del 1988) proprio la distruzione dello stato di Israele (nella formula gentile adottata nel 2017: “rifiuto di qualsiasi alternativa alla piena liberazione della Palestina dal fiume al mare”)
- l governo di Gaza ha progettato e realizzato con il proprio esercito, il 7 Ottobre 2023, un attacco armato contro la popolazione civile residente nel sud di Israele nel corso del quale ha barbaramente ucciso 1200 cittadini inermi prendendone altri 250 in ostaggio (una parte dei quali è ancora in mano all’esercito del governo di Gaza)
- L’uso della strategia degli “ scudi umani” da parte del governo di Gaza
- Hamas fa parte di una rete di alleati con l’Iran, il cosiddetto “asse della resistenza”, che include Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e altri gruppi in Iraq. La guerra ad Israele, avviata con l’attacco del 7 Ottobre, fa parte di una strategia più complessiva dell’asse della resistenza, con l’obiettivo di dare vita in Medio Oriente ad un impero formato da teocrazie islamiste sotto la guida politico-religiosa degli ayatollah iraniani. La democrazia israeliana è vista come un ostacolo alla realizzazione di questo disegno imperiale ( e quindi da eliminare).
- Hamas, che governa una parte del popolo palestinese, non riconosce lo Stato di Palestina.
È del tutto evidente che fatti come quelli che abbiamo elencato sono determinanti per poter descrivere e comprendere quanto sta succedendo nella guerra in corso nella Striscia di Gaza e dai quali non si può prescindere se si intende ragionare, in modo non fazioso, su una accusa così infamante come quella di genocidio. Questi fatti (insieme ad altri che qui per brevità non citiamo) costituiscono il contesto che direttamente o indirettamente ha condizionato e continua a condizionare il comportamento delle forze in campo e gli esiti che può avere il conflitto israelo-palestinese.
Invece il nostro professore sorvola sul contesto (nel senso che non lo prende minimamente in considerazione).
A nostro avviso l’assenza di ogni riferimento al contesto non è casuale e favorisce una rappresentazione distorta dei fatti. Ad esempio, l’omissione di ogni riferimento agli orrori commessi dagli uomini di Hamas il 7 ottobre 2023 (circostanza nella quale gli uomini di Hamas hanno effettivamente messo in atto comportamenti animaleschi) serve a far passare le dichiarazioni dei leader israeliani fatte all’indomani di quell’evento come dichiarazioni di intenti genocidari. In realtà dare tale significato a dichiarazioni fatte in un momento di dolore e di rabbia al cospetto di atrocità inenarrabili compiute su uomini donne e bambini innocenti è una mistificazione. Così come è una mistificazione considerare la distruzione di vaste zone della città di Rafah come la messa in atto di un intento genocidario. Intanto perché si è provveduto a mettere al sicuro la popolazione civile e poi perché la responsabilità di quella distruzione non può essere addebitata unicamente ad Israele: una parte non piccola va addebitata, come abbiamo visto, alle strategie militari adottate dall’esercito di Hamas.
Nel’impianto narrativo adottato dal professore, basato sulla omissione degli elementi di contesto, raramente un fatto entra nella narrazione accompagnato da antecedenti, cioè da elementi che potrebbero aiutare a capire come a quel fatto si è giunti. L’accusa di genocidio rivolta ad Israele è, nel saggio del professor Bartov, un fatto senza una storia. E così alla tesi artatamente diffusa (ovvero che l’accusa di genocidio è la logica conseguenza di comportamenti “disumani” messi in atto dallo stato di Israele “intrinsecamente malvagio”) viene dato valore di verità.
Invece quell’accusa una storia ce l’ha. E per mantenere fede alla promessa fatta all’inizio, ovvero che avremmo detto della natura ideologica dell’accusa di genocidio, è necessario ripercorrere, sia pure per sommi capi, quella storia.
Nel 1948 vi è stata la guerra terribilmente cruenta dichiarata da 5 paesi arabi (Egitto, Giordania, Libia, Siria e Iraq) con l’intento apertamente espresso di distruggere lo stato israeliano sul nascere. Gli ebrei di Palestina si batterono da leoni, vi fu una partecipazione di popolo straordinaria per impedire la cancellazione della propria aspirazione ad avere un posto, un proprio Stato, dove nessuno potesse più perseguitarli. E vinsero la guerra, una guerra che non avevano certo voluto. Ma i perdenti, invece di ammettere la sconfitta e firmare una pace con Israele e magari costituire un proprio Stato per dare una prospettiva di pace e di sviluppo agli arabi di Palestina (era nell’ordine naturale delle cose, non vi erano impedimenti a farlo, era quello che l’ONU proponeva)) preferirono cullarsi nell’idea che la distruzione di Israele era solo rinviata.
E intanto, mentre iniziavano a prepararsi per una nuova guerra (che avverrà nel 1967) lanciarono l’accusa di “pulizia etnica”. Il termine usato allora non fu subito “genocidio”, ma quello che concettualmente lo precede di poco: “pulizia etnica” appunto. In riferimento a che cosa? In riferimento al fatto che durante la guerra (terribile, come abbiamo detto) molte famiglie arabe abbandonarono le proprie case e i propri averi e cercarono riparo all’estero, nei vicini paesi arabi (che però non li vollero e molti si trovarono così anche senza un luogo dove stare). A quel punto si iniziò a costruire un artificio ideologico, un capovolgimento totale della realtà, per cui la guerra ideata dagli arabi per scacciare gli ebrei dalla Palestina fu fatta passare per una guerra di conquista coloniale nella quale gli ebrei avrebbero scacciato gli arabi dalla loro terra, operando appunto una “pulizia etnica” (alla quale gli arabi hanno dato il nome di al-Nakba, la Catastrofe).
A ragione del fatto che il nascente stato di Israele non aveva alcun programma di pulizia etnica né tanto meno di genocidio, gli arabi che scelsero di rimanere nel territorio del nuovo Stato divennero cittadini israeliani a tutti gli effetti (e ancora adesso gli arabi palestinesi costituiscono il 20% della popolazione d’Israele). Ma nel mondo arabo e in alcuni ambienti intellettuali (soprattutto della sinistra) si cominciò a parlare in termini che evocavano l’accusa di genocidio, sebbene in modo molto meno sistematico, articolato e diffuso rispetto a quanto avviene ora. L’accusa di genocidio, proprio per la sua enormità e gravità, serviva a sostenere l’assurda pretesa di voler espellere gli ebrei dalla Palestina (una regione storicamente terra di origine del popolo ebraico e nella quale vi è sempre stata una presenza sia pure minoritaria di comunità ebraiche).
La natura politica ed ideologica delle accuse di genocidio (ovvero non basate su una struttura giuridica ben precisa) cominciò ad emergere in modo sempre più evidente tra gli anni 50 e 70.
Dopo la guerra dei 6 giorni del 1967 esponenti della Lega Araba e dei paesi del Movimento dei Non Allineati (nato agli inizi egli anni 60 per opera anche di alcuni leader arabi che tanto non allineati non erano) fecero discorsi durissimi su Israele, anche in ambito ONU. Ad esempio nel giugno del 67 un rappresentante diplomatico giordano, prendendo la parola all’ONU, parlò espressamente di “atti di genocidio commessi contro il nostro popolo” (la cosa ha dell’incredibile se si pensa che, quando con la guerra del 1948 la Giordania aveva occupato la Cisgiordania, le storiche comunità ebraiche presenti in luoghi come Gerusalemme est, Hebron, Gerico e varie altre città furono espulse. Gli ebrei furono tutti costretti a lasciare le loro case e a fuggire, una parte fu sterminata; le sinagoghe del quartiere ebraico di Gerusalemme furono distrutte e per tutta la durata dell’occupazione, circa diciotto anni, agli ebrei fu vietato l’accesso ai luoghi sacri).
In quegli anni la narrazione araba iniziò a radicalizzarsi e si intrecciava con la politica dei movimenti anticolonialisti globali. Il conflitto israelo-palestinese viene sempre più “interpretato” come una lotta degli arabi contro l’imperialismo occidentale.
In questo contesto Israele è spesso stato descritto come “avamposto dell’imperialismo” e “Stato coloniale”, e le sue azioni denunciate sempre e comunque come criminali.
È del 1975 la famigerata risoluzione ONU 3379 (poi revocata nel 1991), che equiparava il sionismo al razzismo. Essa era sostenuta da molti paesi arabi e del Terzo Mondo, fu approvata con 72 voti a favore, 35 contrari e 32 astensioni (i paesi del terzo mondo costituiscono la maggioranza dei paesi dell’assemblea dell’ONU).
Dalla fine degli anni ’70 si comincia ad assistere ad un uso più esteso del termine “genocidio“ nei confronti delle azioni israeliane. Una retorica influenzata in modo particolare da ambienti della sinistra radicale, terzomondisti e marxisti (gli stessi ambienti che sono giunti ad appoggiare la rivoluzione reazionaria dell’ayatollah Khomeyni in Iran, che manifestava apertamente le sue intenzioni genocidarie di distruggere la Stato di Israele). Negli anni successivi e soprattutto dal 2000 in poi, specie nei paesi anglosassoni, la retorica del genocidio viene sviluppata fino al parossismo negli ambienti accademici e dagli attivisti per i diritti umani presenti nelle università occidentali: tutte le azioni israeliane, in particolare quelle compiute a Gaza nei bombardamenti del 2008-09, 2014 e 2023, vengono etichettate come vero e proprio genocidio.
Cosa ha favorito questo sviluppo ed intensificazione dell’accusa di genocidio, tra i paesi arabi e a livello internazionale?
Negli anni 50 vi è stato un netto cambiamento di posizione dell’Unione Sovietica nei confronti dello stato di Israele. L’Unione Sovietica, che nel 1948 aveva per prima riconosciuto lo stato di Israele e aveva consentito e facilitato la vendita di armi al nuovo stato tramite la Cecoslovacchia (gli USA invece avevano imposto un embargo) iniziò a sostenere apertamente i Paesi arabi, in particolare Egitto e Siria, fornendo armi, addestramento e consiglieri militari. Gli USA da parte loro cominciarono ad assumere un ruolo via via più esplicito a favore di Israele.
L’URSS voleva espandere la sua influenza nel Medio Oriente, a scapito delle potenze occidentali. L’Egitto, in particolare, era strategico per il controllo del Canale di Suez e come paese leader del mondo arabo.
L’anno di svolta fu il 1955 quando l’Egitto di Nasser firmò un accordo segreto di fornitura di armi con la Cecoslovacchia, stato satellite dell’URSS.
L’URSS vedeva nel presidente Nasser e nel suo “panarabismo” degli alleati naturali contro l’influenza capitalista e “coloniale”. E anche un partner ideologico: Nasser aveva azzerato il peso di qualsiasi organo rappresentativo e avviato una riforma economica che faceva dello stato il principale motore dello sviluppo del paese.
Nel contesto della nascente Guerra Fredda, sorsero nette divergenze tra URSS e USA relativamente al conflitto arabo-israeliano. La decisione dell’Unione Sovietica di appoggiare i Paesi arabi contro Israele, inoltre, influì profondamente sui partiti di sinistra, sia in Europa che nel mondo arabo, e modificò l’atteggiamento di una ampia parte di opinione pubblica e di intellettuali nei confronti di Israele.
Israele non viene più visto come un progetto progressista (nato dal movimento socialista del sionismo laburista) ma solo come un alleato dell’imperialismo occidentale, in particolare degli Stati Uniti.
La causa palestinese divenne per molti partiti comunisti e movimenti di sinistra un simbolo della resistenza antimperialista, spesso sovrapposta o confusa con una critica al sionismo, che in alcuni casi sconfinava in retoriche antisemite mascherate da antisionismo.
La qualificazione di ogni intervento militare di Israele come “genocidio“, dunque, è una trasformazione concettuale e retorica che ha preso piede soprattutto a partire dagli anni ’70-’80, nel contesto di una più ampia evoluzione dei linguaggi dei diritti umani e dell’antimperialismo.
La trasformazione dell’accusa da “pulizia etnica” a “genocidio” non fu immediata, ma fu il prodotto di una lunga evoluzione discorsiva e ideologica, in cui i movimenti di sinistra e progressisti, tanto nel mondo arabo quanto in Occidente, ebbero un ruolo chiave.
Forse proprio in omaggio alla teoria secondo la quale Israele sarebbe un avamposto dell’imperialismo americano il professor Bartov non perde occasione, nel suo saggio, per sottolineare che le armi usate da Israele per portare a compimento i suoi “crimini di Guerra” sono armi “date dagli americani”. Che siano armi date dagli americani non aggiunge e non toglie niente al presunto crimine in sé, ma indirettamente avvalora la tesi dell’avamposto. Naturalmente nulla viene detto sul fatto che le armi usate da Hamas per colpire quotidianamente Israele sono armi fornite dall’imperialismo Iraniano (che a livello internazionale è alleato con la Russia e con la Cina). E naturalmente nessun accenno al fatto che esiste una alleanza di soggetti politici e paesi arabi capeggiata dall’Iran di cui Hamas è una pedina e che ha come uno dei principali obiettivi quello di distruggere Israele.
Insomma, la storia mostra che il tentativo di appiccicare ad Israele l’ignominia del genocidio non è nuovo e non si basa sui fatti ma ha una origine politica, è un costrutto ideologico. Un po’ come uno di quei costrutti che tanto piacciono alla sinistra woke per cui se uno è bianco e maschio è intrinsecamente anche razzista. Tanto è vero che neanche l’ONU, organismo nel quale i paesi che nutrono per Israele una opinione non proprio amichevole sono la maggioranza, in tutti questi anni di cause intentate sia mai giunto ad vallare le tesi del genocidio
Ciò naturalmente non vuol dire che in Israele non esista il corrispettivo ebraico dell’idea islamica dal fiume al mare. Anzi, questa idea è sempre stata presente. Solo che per lungo tempo è stata minoritaria. La cultura politica che ha plasmato lo stato di Israele è quella del sionismo democratico di ispirazione socialista. In quella cultura l’incessante scontro con la cultura della forza imposta dall’islam politico ha fatto crescere l’ossessione per la sicurezza. E agitando questo tema la minoranza ebraica integralista sostenitrice anch’essa dell’idea dal fiume al mare è riuscita ad andare al governo del paese e, ottenebrata dalle proprie visioni messianiche, non è stata in grado di vedere in quale abisso la strategia di Hamas la stava conducendo. Netanyahu in sostanza è caduto nella trappola tesagli da Hamas. Lo abbiamo scritto diverse volte, condannando l’insipienza (e comunque gli errori) del governo Netanyahu.
La via migliore per uscire dall’attuale circolo di violenza che risponde a violenza non è quella di ottenere a tutti i costi una condanna morale di Israele, è quella indicata da un altro professore, il palestinese Sari Nusseibeh (la cui opinione abbiamo evidenziato in un precedente post):
entrambe le parti hanno commesso lo stesso errore, quello di pensare di eliminare l’avversario.
Resta importante capire – è l’opinione del professor Sari Nusseibeh – che non c’è vittoria per nessuno. Gli espulsi restano o comunque tornano indietro. Se anche oggi tutti gli abitanti di Gaza venissero cacciati, poi tornerebbero combattendo, è scritto sui muri. Inutile continuare a farsi la guerra: unico risultato è che entrambi i popoli si trasformano da cittadini normali in diavoli assetati di sangue.
Bisogna ritornare alla via negoziale interrottasi nel 2007 (proprio quando Hamas era andato al potere a Gaza) che stava portando alla soluzione due popoli due stati. Senza rifare l’errore che in quegli anni fu commesso (da Arafat prima e da Mahmoud Abbas poi) di non accettare compromessi.
Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons
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