Magnifica humanitas, luci ed ombre /7
CAPITOLO QUINTO
“La Cultura della potenza e la Civiltà dell’amore”
In quest’ultimo capitolo Leone XIV affronta il tema spinoso e attuale della guerra nell’era digitale, tema ineludibile perché “ in un mondo sempre più interdipendente, la pace non è un tema tra gli altri, ma è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli”. Stiamo assistendo ad una nuova tipologia di guerra con caratteristiche ibride che non prevedono esclusivamente l’uso delle armi tradizionali, ma attacchi cibernetici, informazione manipolata, decisioni militari automatizzate. In questa situazione la IA si rivela, come già in altre situazioni, ambivalente: può aumentare la protezione dei civili oppure nascondere le responsabilità dei militari e trasformare le perdite tra la popolazione in “danni collaterali”.
A partire dal paragrafo 185 papa Prevost entra nel merito. scrivendo che oggi “riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze” ed, accanto ai nuovi imperialismi contrapposti, “intravediamo gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace”.
Proprio recuperando le aspettative e le speranze di quest’ultima Paolo VI – scrive Leone XIV – coniò il termine “civiltà dell’amore”, indicando con ciò la società in cui la carità si traduce in strutture di giustizia e in cui la fraternità e la considerazione dell’altro come “alleato” non sono elementi di scelte personali, ma diventano corpo delle istituzioni. Segue la pregnante spiegazione tratta da “Fratelli Tutti”: “questo amore sociale, capace di farsi cultura e norma, può generare un ordine internazionale stabile, trasformando la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino”.
È un orizzonte ideale la cui ricerca troverà uniti credenti e non credenti, ci auguriamo tutti. Poi il papa recupera le parole del Concilio Vaticano II sulla interdipendenza crescente tra i popoli e la progressiva definizione di diritti e doveri validi in ogni luogo: “ il progetto della civiltà dell’amore assume qui il compito decisivo di trasformare questa interdipendenza subita in una solidarietà voluta e scelta”.
La cultura della potenza.
I paragrafi dal 188 al 209 trattano della nuova presenza della guerra tecnologica in un mondo in cui il desiderio di dominio ha sostituito il concetto della ricerca del bene comune: “Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso”.
In specifico il papa è allarmato per una caduta di attenzione da parte dell’opinione pubblica, sottoposta a narrazioni polarizzanti che la stanno abituando a concepire la guerra come l’unica e realistica soluzione dei problemi. Contemporaneamente, come aggravante, “assistiamo anche ad una preoccupante perdita di memoria storica. L’attenuarsi della testimonianza diretta della Shoah e delle due guerre mondiali facilita la riscrittura selettiva o distorta del passato, in un clima in cui false notizie e manipolazioni narrative offuscano le lezioni apprese”.
L’introduzione massiccia della tecnologia digitale segnala uno spartiacque, rispetto ai conflitti del secolo scorso, per la capacità di preparare attraverso narrazione distorte, manipolazione dei fatti, creazione di paure, il terreno favorevole all’apertura dei conflitti. Questo è il momento, scrive il papa, per denunciare che “oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto”. (Non c’è bisogno di commento)
Leone XIV denuncia poi come fattore di crisi l’espansione dell’industria bellica, che ha fatto sparire la prospettiva del disarmo progressivo o almeno del controllo nella produzione degli armamenti. Particolarmente insidiose sono le nuove armi, nate dall’introduzione della I.A in campo bellico, in funzione di una deresponsabilizzazione dell’uomo per quanto riguarda obiettivi da colpire e messa in pratica delle azioni militari. “Ma il giudizio morale non è riducibile a un calcolo: esso implica coscienza, responsabilità personale e riconoscimento dell’altro come persona”: i sistemi artificiali non possono decidere azioni mortali irreversibili, questi sistemi devono essere sottoposti a vincoli etici e a confini definiti. Tre criteri devono essere la base di questi limiti: la catena della responsabilità, che deve essere personale e trasparente; il tempo per una scelta oculata; la protezione dei civili.
L’analisi storica di Leone XIV prosegue con la constatazione dell’arretramento della cultura della pace, anche a livello istituzionale e l’indebolimento del multilateralismo (nota 1), due elementi che la svolta del 1989 con la caduta del blocco dell’Est pareva poter rilanciare. Invece la sintesi dell’attuale situazione è condensata in questo profondo pensiero del papa: “Si è affidata quasi ciecamente ai mercati la capacità di produrre benessere, democrazia e stabilità, mentre in realtà la globalizzazione non ha generato automaticamente unità e pace, ma ha suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionalistiche. Il risultato è lontano da un autentico multilateralismo. appare piuttosto come un multipolarismo disordinato e conflittuale”. Con altre parole, il diritto internazionale è stato sostituito dal “diritto del più forte”.
Stanno riaffiorando le dinamiche che hanno portato nel mondo i conflitti mondiali. Presentano tuttavia la grande novità per cui “la conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e “ibride”, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica”. Un realismo politico distorto, secondo papa Prevost, vorrebbe che ci si preparasse allo scontro. E mentre “ estremismi religiosi e fanatismi identitari si alleano con un economicismo irrazionale” l’unico reale e corretto obiettivo della pace deve essere praticato, unendo insieme la giustizia e la misericordia.
In questa situazione la disinformazione gioca un ruolo centrale perché “quando ci si persuade che nulla è veramente vero e che i “principi” non sono che un involucro vuoto, la miccia di nuove esplosioni di intolleranza e aggressività si accende”. Perciò l’appello urgente del papa a politici, scienziati, al mondo delle istituzioni, dell’economia e della cultura affinché decidano di lavorare assieme in una logica di trasparenza e responsabilità per il controllo delle nuove tecnologie.
La civiltà dell’amore.
Questo orizzonte ideale verso cui muoversi ha fatto parte di culture e movimenti diversi e lontani nel tempo, quando essi prospettavano una società in cui le istituzioni si ispirassero al senso pieno di giustizia e le relazioni tra le persone e con gli altri popoli fossero improntate nello spirito di fraternità e solidarietà. Leone XIV lo propone non più come ideale da perseguire, ma come “progetto esigente”, in un’epoca in cui lo stato di belligeranza permanente sembra negare altre alternative al conflitto. La storia umana tuttavia è aperta, secondo quanto afferma la fede in Cristo per i credenti e l’ottimismo della volontà per gli altri, alla possibilità della conversione e del cambiamento di rotta. Il destino non è già scritto e anche nei momenti più difficili figure umane (per il papa “i santi, i giusti e i costruttori di pace”) aprono nuove strade e prospettive.
Ora la scrittura del papa diventa un accorato appello affinché ognuno faccia la sua parte e si assuma la responsabilità perché ciascuno “è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)”. A questo proposito papa Prevost propone cinque percorsi di responsabilità quotidiana e pubblica, da praticare ognuno di noi in ogni momento della vita: “disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo”.
Il Primo percorso è introdotto da una citazione di Benedetto XVI: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra”. Tutti gli esseri umani quindi possono, proprio nel loro quotidiano, giorno per giorno, prestare attenzione al linguaggio che usano perché con esso determinano la relazione con gli altri. Non a caso Francesco nella “Fratelli tutti” sosteneva: “La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini”.
Secondo percorso: “Tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia. Noi non cerchiamo infatti una pace qualunque, un’assenza di conflitto a qualsiasi costo, ma quella vera pace che nasce dalla giustizia.”.
Terzo percorso: dobbiamo assumere lo sguardo delle vittime perché “gli eventi dolorosi hanno bisogno sia di storia che di memoria, l’una per cercare di raccontare i fatti, l’altra per testimoniare i vissuti”.
Quarto percorso: coltivare un sano realismo per evitare sia l’idealismo politico sia il cinismo. Non bisogna rinunciare a cambiare il mondo, e bisogna farlo attraverso una valutazione oggettiva degli interessi e dei vincoli presenti.
Quinto percorso: la necessità di rilanciare sempre il dialogo. E’ fondamentale esercitarsi al dialogo che resta lo strumento più importante per realizzare la convivenza tra le persone. A livello politico “è urgente passare dalla “cultura della potenza” a un’autentica “cultura del negoziato”, in cui il dialogo e le relazioni diplomatiche diventino via ordinaria per affrontare i conflitti…”.
Sono pensieri incisivi, indicazioni efficaci ed utili da praticare e da diffondere, tuttavia è necessario un appunto critico riguardo all’esempio utilizzato dal papa per esemplificare l’atteggiamento umano legato al quinto percorso. “Lo ricordava Pio XII (la necessità del dialogo ndr.) alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando affermava che con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto…”. Tra gli storici il dibattito sull’operato di Pio XII non è affatto chiuso in senso positivo perché per molti di essi il “dialogo” auspicato da papa Pacelli rappresentò una serie di costanti cedimenti alla politica della Germania hitleriana (a partire dalla firma del concordato col primo governo nazista, nel 1933, da parte dello stesso Pacelli, allora Segretario di Stato).
Facciamo notare che qualche riga precedente (par. 216) papa Prevosto scrive “Ci sono situazioni nelle quali, per rimanere umani, dobbiamo abbandonare le esitazioni e prendere posizione. Ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere neutrali e non basta ritenere di “non essere complici” . Bene, ma è proprio quel “prendere posizione” che è mancato a Pio XII, col suo pubblico silenzio sull’orribile sterminio, documentato anche in Vaticano, allora in corso contro gli ebrei.
Dopo aver ricordato che le religioni possono avere un ruolo centrale nel diffondere la cultura della pace perché nelle loro sorgenti autentiche non vi è spazio per “l’odio sacralizzato”, il papa richiama l’attenzione sulle organizzazioni sovranazionali e la loro funzione sempre più necessaria:
“Le organizzazioni internazionali, in particolare l’ONU, restano strumenti essenziali per promuovere una civiltà dell’amore, sostenendo il dialogo tra le nazioni, la soluzione pacifica dei conflitti, lo sviluppo integrale dei popoli, la tutela delle persone più vulnerabili, il disarmo e la cura del creato. Attraverso tali istanze la comunità internazionale può cercare di ridurre le disuguaglianze, difendere i diritti dei rifugiati e delle minoranze, liberare risorse dagli armamenti per destinarle alla promozione umana e proteggere la Casa comune.” (la “Conclusione” del papa, nel prossimo articolo)
Nota 1: con il termine multilateralismo si intende la cooperazione e l’azione coordinata tra almeno tre o più Stati per affrontare problemi globali e raggiungere obiettivi comuni. Questo approccio si basa sulla convinzione che le sfide complesse non possano essere risolte da una singola nazione e che sia necessario un sistema regolato da norme condivise e vincolanti per tutti, indipendentemente dal peso politico o economico dei singoli partecipanti
Immagine in evidenza: Ythley from wikimedia commons
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