Magnifica humanitas, luci ed ombre /4
CAPTOLO SECONDO
“Fondamenti e principi della Dottrina Sociale Della Chiesa”.
In questo secondo capitolo Leone XIV entra nel merito dei principi fondamentali della Dottrina sociale per poterne confermare l’attualità ad affrontare il tema dell’I.A. “Ritengo che oggi, per custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dobbiamo tornare a riflettere sul bene comune, sulla destinazione universale dei beni, sulla sussidiarietà, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale.” Questi cinque principi devono essere ripensati “in modo aderente all’oggi” da università ed accademie, a parere del papa, affinché “donne e uomini di buona volontà” possano applicarli nei confronti della straordinaria “rivoluzione digitale” in corso.
Il papa parte dai fondamenti della Dottrina sociale, in particolare la Trinità: “Se il mistero di Dio-Amore è la sorgente della Dottrina sociale, il suo volto più concreto lo contempliamo in Gesù Cristo, Verbo incarnato.” Coloro che credono in un dio come Amore e nel Figlio incarnato imparano ad “accogliere ogni donna e uomo come sorella e fratello, figli di un solo Padre”.
Ogni essere umano è stato creato da Dio ed è stato fatto per entrare in relazione con gli altri; la sua dignità non è riconducibile a una qualche caratteristica, ma è una premessa naturale, un dono divino avuto dalla nascita. Questo postulato serve a combattere la pericolosa e diffusa ideologia dell’efficienza e della performance come tratti distintivi dell’uomo, che non deve mai essere “un mezzo”: quindi “esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone”. Perciò la dignità di una persona non si merita, non deve essere dimostrata e “la Chiesa riconosce con gratitudine che «il movimento verso l’identificazione e la proclamazione dei diritti dell’uomo” rappresenta una delle manifestazioni più nobili al servizio della dignità. In particolare “la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, continua ad essere ai nostri giorni una delle più alte espressioni della coscienza umana “.
Pensava l’opposto Pio XII (dove è la continuità?) che nella serie di interventi (parecchie migliaia) a tutto campo e su ogni tema, di cui ha lasciato traccia in venti volumi (per circa 20 mila pagine), pare non abbia mai menzionato/scritto una sola volta la semplice locuzione “Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo del 1948”. Il motivo era il disaccordo su alcune formulazioni, in particolare l’articolo 18 sulla libertà religiosa (per Pio XII – per tutti i papi precedenti al Vaticano II – non era un elemento costitutivo della dignità personale, ma un semplice gravissimo errore).
Continuiamo: per Leone XIV vi è una dignità “ontologica” attribuita da Dio ad ogni essere per il solo fatto che esiste e non può essere revocata da nessun peccato, fallimento, esclusione. Notiamo ancora un radicale cambiamento – sempre a proposito di “continuità” – con la tesi di Pio XII e dei precedenti pontefici: “…è riservato al potere pubblico privare il condannato del bene della vita in espiazione della sua colpa, quando egli, mediante il suo delitto, si è già privato del suo diritto alla vita” (14 settembre 1952 al Primo Congresso Internazionale di Istopatologia del Sistema Nervoso): secondo papa Pacelli la particolare gravità di un peccato mortale commesso da un criminale ne limita la dignità e lo priva del diritto alla vita, che oggi invece è considerato inalienabile, senza eccezioni. Leone XIV passa poi ad esaminare i diritti umani, inviolabili e universali, inerenti alla dignità umana: il primo è appunto il diritto alla vita (da cui la critica all’aborto e all’eutanasia). Oggi inoltre è cresciuto il riconoscimento dei diritti delle minoranze, continua il Papa, anche se rimane molta strada da fare in particolare per quanto riguarda i diritti delle donne.
Il primo grande principio della Dottrina sociale è il bene comune. “Poiché «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata», la sua funzione sociale non deve essere considerata una mera opinione teologica, ma una dottrina certa della Chiesa”, scrive il papa. Viene proposta la definizione del Vaticano II a proposito del bene comune: «insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». Il bene comune diventa una “rete di interdipendenze” perché appartiene a tutta la società e soltanto quando siamo tutti assieme coinvolti esso si può realizzare. “È un’illusione pensare che basti cercare il proprio progresso per contribuire al bene di tutti, senza doversi realmente preoccupare degli altri”. E lo Stato ha proprio la funzione di garantire l’organizzazione della società in modo tale da poter perseguire il bene comune, col contributo di tutti. Concretamente lo Stato dovrà mediare con giustizia tra interessi diversi, cercando l’equilibrio tra benefici personali e generali, senza trascurare le fasce deboli. Il risultato è quello di controllare e limitare la disuguaglianza sociale. Il concetto di “bene comune” si estende anche alla politica internazionale in cui bisogna “pensare forme di cooperazione e di istituzioni internazionali più efficaci, capaci di custodire il bene comune globale senza annullare la legittima pluralità dei popoli e degli Stati”.
Il principio della destinazione universale dei beni è una implicazione del bene comune. Le risorse naturali sono destinate a tutti i presenti e conservate per le generazioni future. Anche il sacrosanto diritto alla stessa proprietà privata -che non è assoluto – resta subordinato alla destinazione universale dei beni. Sono ugualmente assegnate ad una destinazione universale, accanto ai beni materiali, anche nuove forme di proprietà immateriale e culturale. Nell’enciclica si entra nel merito dello sviluppo informatico: “Oggi, tra i beni che sono universalmente destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati.” Nel nostro mondo in cui conoscenze e tecnologie sono la fonte principale della ricchezza, se queste risorse vengono detenute da pochi padroni si crea immediatamente un pericoloso nuovo squilibrio ”che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi, tra chi può partecipare alla rivoluzione digitale e chi ne rimane ai margini”. Inoltre, sottolinea il papa, queste nuove occasioni offerte dalla tecnologia devono assolutamente rispettare l’ambiente ed evitare gli sprechi.
Il secondo principio della Dottrina sociale, il principio di sussidiarietà, è così definito: “il principio secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori”. La visione statale della Chiesa vede le istanze istituzionali superiori promuovere “libertà e creatività” dei livelli inferiori, “perché cooperino efficacemente al bene comune”. Sintetizzando, la comunità politica deve essere al servizio di quella civile, senza sostituirsi alla responsabilità dei corpi intermedi (cittadini, famiglie, associazioni, comunità locali, realtà del volontariato e del “terzo settore”).
Nel contesto della rivoluzione digitale, per analogia, il livello superiore non è rappresentato dallo Stato ma dal potere economico e tecnologico privato, rappresentato dalle grandi aziende e piattaforme , “ che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche”. Applicare il principio di sussidiarietà significa in questo caso che tali processi e regole non siano calati dall’alto, ma siano orientati al bene comune attraverso “trasparenza, responsabilità e forme reali di partecipazione (verifiche indipendenti, trasparenza sugli algoritmi, accesso equo ai dati, strumenti di ricorso)” come scriveva Francesco nella “Fratelli tutti”. Il compito degli stati e degli organismi sovranazionali, specifica il papa, diventa quello di “garantire regole giuste e tutele efficaci, perché comunità locali, corpi intermedi, scuole, università, realtà ecclesiali e associative possano avere voce e contribuire al discernimento sulle scelte che incidono sulla vita delle persone: lavoro, accesso ai servizi, gestione dei dati e ambienti digitali.”
Il terzo principio è quello della solidarietà. Essa non è solo una scelta di fede, ma diventa la consapevolezza della interconnessione tra gli umani, del destino comune (dove il bene di ciascuno passa attraverso il bene degli altri), del fatto che “nessuno si salva da solo”. Il principio di solidarietà, forma sociale e politica di praticare percorsi condivisi, rende efficace il principio di sussidiarietà, che altrimenti degenera nella difesa di interessi specifici. Concretamente la solidarietà si esprime quando “ ciascuno, personalmente e insieme ad altri, prende parte alla vita della comunità – si informa, si associa, fa sentire la propria voce, contribuisce alle decisioni e alle scelte pubbliche – assumendo responsabilità reali perché il bene comune si traduca in scelte condivise”.
Superare l’egoismo personale e la stessa indifferenza rispetto alle sofferenze degli altri, considerati il “nostro prossimo”, scrive il papa, è necessario affinché “trasformiamo legami inevitabili – economici, culturali, tecnologici – in percorsi di condivisione, di cooperazione e di cura reciproca, imparando a «pensare e agire in termini di comunità». Inoltre il principio di solidarietà non è limitato al presente, ai popoli oggi interconnessi nel villaggio globale, ma si proietta nel futuro e riguarda le generazioni che seguiranno, cioè vi deve essere una solidarietà intergenerazionale, con una particolare attenzione ai vincoli che ci uniscono all’ambiente, all’ecosistema naturale: “Oggi questa responsabilità si estende anche alle infrastrutture digitali e informative: come l’ambiente naturale, anche l’ecosistema digitale può essere custodito o sfruttato, condiviso o monopolizzato“. La solidarietà applicata a questo contesto artificiale significa che le scelte riguardanti dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale non debbano puntare al vantaggio immediato di alcuni, escludendo l’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno.
Il quarto principio di giustizia sociale. La giustizia, così importante nel comportamento del singolo, riguarda anche il modo in cui sono organizzate le strutture sociali: allora” la giustizia sociale si riconosce dalla capacità di un ordine sociale, economico e politico di permettere a tutti – e in particolare ai più fragili – di vivere in modo davvero umano, senza che nessuno sia lasciato indietro”. Combattere ogni forma di esclusione (“poveri, migranti, rifugiati, sfollati interni, vittime di violenza, persone che vivono in periferie urbane o esistenziali”) e la cultura dello “scarto” diventa il compito della giustizia sociale. Ripetiamo: non solo i singoli ma anche meccanismi economici e culturali sono portatori di diseguaglianza ingiusta, attraverso “guerre, colonialismo, discriminazioni razziali o di genere, violenze contro interi popoli, sfruttamento”.
La giustizia sociale in merito alla rivoluzione merita una più lunga citazione: “La diffusione di reti globali, piattaforme e sistemi di intelligenza artificiale cambia il modo di informarsi, di comunicare, di accedere ai servizi. La giustizia esige che si impedisca la nascita di nuove forme di esclusione e privazione di libertà: persone e popoli a cui è negato o ostacolato l’accesso alle tecnologie di base, comunità esposte a sorveglianza invasiva, gruppi sociali penalizzati da algoritmi opachi che riproducono pregiudizi e discriminazioni. Un ordine sociale giusto nel tempo del digitale è quello che garantisce a tutti un accesso equo alle opportunità, protegge i più piccoli e i più fragili, contrasta l’odio e la disinformazione, sottopone a controllo pubblico l’uso dei dati e delle tecnologie, così che il criterio non sia il solo profitto ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli”. Leone XIV si sofferma poi a lungo sulla situazione dei migranti, definendo il loro trattamento da parte delle nazioni ospitanti come lo spartiacque tra la giustizia fraterna e la paura egoistica.
Dignità, bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale si realizzano concretamente attraverso lo sviluppo integrale dell’uomo e “di ogni uomo”. Questo è sia un compito che un diritto. “ Per sviluppo umano integrale intendiamo un processo in cui la crescita delle persone e dei popoli riguarda tutte le dimensioni dell’esistenza e apre il futuro anche alle generazioni che verranno”.
Per essere integrale lo sviluppo non può limitarsi all’ambito economico, ma deve puntare alla qualità della vita in ogni dimensione, rispettando l’ambiente naturale e la diversità dei popoli. Quindi un criterio di verifica della sua presenza sta nell’ecologia integrale (capacità di armonizzare le esigenze delle persone e quelle della natura). Per quanto riguarda la rivoluzione digitale, proprio lo sviluppo umano integrale deve diventare l’orizzonte verso cui deve tendere ogni innovazione. Infatti le tecnologie – compresa la I.A. – non sono mai neutrali: “possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione”. Ed è proprio lo sviluppo umano integrale a rappresentare il criterio concreto di discernimento.
Leone XIV chiude il capitolo con una riflessione sul rapporto tra questi principi e la vita interna della Chiesa cattolica.
Immagine in evidenza: Lorenzetti, il buono e il cattivo governo, from Wikimedia commons
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