In evidenza

Conflitto Usa-Iran, per capirci qualcosa

(New York Times)

Il conflitto tra Usa e Repubblica islamica dell’Iran dura ormai da quasi sei mesi ed ancora non se ne vede la fine. Un conflitto che finora la maggior parte dei mezzi di comunicazione mainstream ha raccontato male, abbondando in essi lo stereotipo di una America il cui strapotere militare e la cui aggressività fanno carta straccia del diritto internazionale.

Una narrazione che non tiene minimamente conto, ad esempio,  del fatto che una delle principali norme di diritto internazionale è costituita dal Trattato sulla non proliferazione nucleare del 01 07 1968.
Un trattato che la Repubblica islamica dell’Iran viola sistematicamente da sempre e al contempo non fa mistero della sua folle intenzione di eliminare lo stato di Israele.
Un’altra norma fondamentale del diritto internazionale è quella che regola la navigazione nel canale di Hormuz: la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1994. Anche questa norma è sistematicamente violata dalla Repubblica islamica dell’Iran che agisce come se Hormuz fosse una sua proprietà esclusiva.

Sono cinquant’anni che, con le buone maniere,  viene chiesto agli iraniani di rispettare quegli accordi (che pure hanno sottoscritto e non hanno mai ufficialmente disdetto). In particolare l’accordo sulla non proliferazione nucleare: più volte gli ispettori dell’Onu incaricati di sorvegliare sul rispetto dell’accordo da parte degli stati membri hanno riscontrato e fatto notare che il governo degli ayatollah ha spesso mentito sul rispetto dell’impegno che a parole aveva assunto.

Si può non essere d’accordo sui modi di agire dell’attuale presidente Usa, si può ritenere che il presidente Obama avesse maggiore dimestichezza con gli strumenti della diplomazia (tuttavia anche la sua iniziativa non ha prodotto il risultato di fermare il programma del governo iraniano di arricchire l’uranio e giungere a pochi passi dalla costruzione della bomba atomica) ma bisogna soprattutto prendere atto, come fa l’opinionista del NYT Thomas L. Friedman, che “L’Iran è un problema complesso. Anzi, l’Iran è la definizione stessa di problema complesso, e un problema complesso è un problema che non ammette soluzioni facili”.

In una lunga intervista pubblicata sul NYT del 24 06 2026 il noto editorialista Thomas L. Friedman racconta quali sono a suo giudizio gli elementi che costituiscono la complessità del problema Iran.

Certamente vanno considerate le ideologie che in questa guerra si confrontano: non è semplice comprendere appieno lo scontro in gioco a cui stiamo assistendo. Lo descriverei – dice Friedman – come uno scontro tra kushnerismo e khomeinismo:

… . “Cos’è il kushnerismo? Torniamo alla guerra tra Hamas e Israele e all’accordo di cessate il fuoco. Dopo quell’accordo di Davos di quest’anno, Jared Kushner, il genero del Presidente, ha presentato al Board of Peace, creato da Trump per sovrintendere al cessate il fuoco, un progetto che ha definito “Nuova Gaza”, una città costruita per il turismo costiero con 180 grattacieli, aree residenziali, complessi industriali e centri dati.
La visione del mondo di Kushner è, in sostanza, che la gente voglia solo appartamenti, hotel e proprietà sul lungomare, e che le ragazze vogliano solo divertirsi. Non ha una profonda comprensione delle passioni e delle rivendicazioni che hanno animato le persone di questa regione per secoli.


In opposizione a lui c’è il khomeinismo. L’ayatollah Khomeini, leader religioso iraniano che succedette allo scià e lo rovesciò, subito dopo la rivoluzione affermò: ‘Non abbiamo fatto questa rivoluzione per abbassare il prezzo dei meloni”. In altre parole: “Crediamo davvero in quello che diciamo. Stiamo cercando di creare una repubblica islamica basata sulla legge della Sharia, dove le donne saranno coperte e sottomesse al dominio e al controllo degli uomini, e vogliamo diffondere questa ideologia in tutta la regione’.

Quello a cui stiamo assistendo è un vero e proprio scontro per stabilire quale di queste due ideologie prevarrà. Trump continua a dire, in sostanza: ‘Guardate, ho spazzato via la vecchia leadership, quindi i nuovi leader abbracceranno il kushnerismo’. Ma finora non abbiamo visto nulla di simile con i nuovi leader…
Chi la spunterà in questa storia: Jared Kushner, che non conosce la storia e non gliene importa nulla perché crede che il futuro possa seppellire il passato, o i seguaci di Khomeini, che conoscono solo la storia e insistono sul fatto che il passato debba sempre seppellire il futuro
?”.

E va tenuto conto del fatto che all’interno di ciascuna delle forze in gioco coesistono  interessi contrastanti:

“Donald Trump ha bisogno che questa guerra politica finisca.
Gli interessi del primo ministro israeliano, Bibi Netanyahu, sono esattamente l’opposto. Il suo interesse è che la guerra continui, per ragioni politiche. Ha bisogno di dimostrare di essere un primo ministro di guerra, perché la fine del conflitto porterebbe con sé un’indagine israeliana completa e nuove elezioni sul modo in cui ha gestito tutte le politiche di Israele dall’invasione di Hamas.
Credo che l’Iran sia diviso tra le Guardie Rivoluzionarie, che vorrebbero che la guerra continuasse perché traggono vantaggio e acquisiscono potere quanto più aumenta la tensione con gli americani, e i nuovi politici emersi in Iran dopo la decapitazione della generazione precedente, i quali potrebbero effettivamente avere interesse alla pace. Questo secondo gruppo potrebbe essere più forte di quanto pensassimo inizialmente.

Queste sono le dure realtà che sto osservando e come si manifestano quotidianamente. Credo che vedremo molti comportamenti contraddittori”.


Un altro elemento di complessità è come la situazione in Libano si inserisce in tutto questo:
 “ Una cosa che mi preoccupa davvero – dice Friedman – è il modo in cui gli iraniani hanno manipolato Trump affinché collegasse l’apertura dello stretto di Hormuz al destino della milizia filo-iraniana Hezbollah in Libano. In sostanza, l’Iran afferma che se Israele continuerà a tentare di distruggere Hezbollah, d’ora in poi strozzerà Hormuz. Si tratta di un paragone terribile, perché Hezbollah è semplicemente un’estensione delle Guardie Rivoluzionarie iraniane.
Bisogna chiedersi: ‘Ehi, Iran, cosa diavolo ci fai in Libano? Con quale diritto proteggi una milizia armata, illegale e non statale in Libano?’
Il fatto che Trump abbia permesso questo tipo di collegamento – in base al quale gli iraniani possono dire in qualsiasi momento, in futuro, ‘Ehi, se Israele non smette di picchiare Hezbollah, allora strozzeremo di nuovo Hormuz’ – lo trovo molto preoccupante, soprattutto per il popolo libanese che desidera ardentemente porre fine a questa situazione ed è pronto a fare la pace con Israele”.


E bisogna anche chiedersi cosa sta succedendo adesso in Israele:

“La politica attuale di Netanyahu è che ci faremo strada verso la pace a suon di uccisioni. Non ci fermeremo in Libano finché non avremo ucciso tutti i combattenti di Hezbollah. Prenderemo il controllo della zona demilitarizzata in Siria. Rimarremo in guerra permanente contro Hamas.
E i membri del mio governo di destra, afferma Netanyahu, sono sostanzialmente impegnati in un progetto di pulizia etnica silenziosa in Cisgiordania per spingere quanti più palestinesi possibile in Giordania e trasformare la Giordania in uno stato palestinese.


Pensiamoci un attimo a cosa sta sacrificando Israele. Se avesse davvero una politica diversa, una che cercasse almeno di raggiungere una soluzione a due Stati con l’Autorità Palestinese, seppur riformata, non staremmo assistendo alle primarie di New York di oggi, dove la competizione è a chi attacca Israele più forte.
Israele potrebbe normalizzare i rapporti con l’Arabia Saudita. Israele potrebbe ora avere la pace con il Libano. Potrebbe avere la pace con la Siria. Gli ebrei americani e gli ebrei di tutto il mondo devono fermarsi a riflettere su cosa stia barattando questo governo israeliano non adottando un approccio di pace con i palestinesi: come stia mettendo a repentaglio il futuro di Israele e il futuro dell’ebraismo in tutto il mondo”.


L’intervista rilasciata da Friedman contiene molte altre osservazioni interessanti sulla complessità del “problema Iran”. In esse trova ulteriori conferme l’assunto che sta alla base di tutto il ragionamento di Friedman: un problema complesso è un problema che non ammette soluzioni facili”. È su questo, ovvero sull’assurda ricerca di una soluzione facile, che Friedman individua il principale limite dell’operato del presidente Trump.

L’approccio di Trump è stato: “Oh, è facile. Non è un problema così difficile. È solo una questione di volontà, di tenacia, e serve un genio come me. Quindi, cosa ha fatto? In pratica si è affidato all’analisi di Netanyahu e del direttore del Mossad, secondo cui, rovesciando il regime, si innescherà rapidamente una rivolta popolare”.

Insomma, dice Friedman: “Abbiamo un presidente che, ancora una volta, si affida all’intelligence e alle previsioni di una potenza straniera e ignora il parere dei suoi stessi militari, i quali gli avevano detto che l’Iran avrebbe potuto prendere il controllo dello Stretto di Hormuz e attaccare i nostri alleati arabi, ma Trump pensava che il regime sarebbe crollato prima che ciò potesse accadere (così gli aveva fatto credere Netanyahu).
Ora sta cercando di porre fine alla guerra affidando la diplomazia al suo vicepresidente, che si era opposto, il quale non ha una vera esperienza in quella parte del mondo dal punto di vista diplomatico e non dispone della vasta squadra necessaria per farlo
”.
E succede che oggi, alla guida della Direzione dell’Intelligence Nazionale, Tulsi Gabbard viene sostituito da Bill Pulte — “che proviene dal settore immobiliare e la cui esperienza in politica estera, credo, sia pari al menù della colazione all’International House of Pancakes”.

In sostanza, il giudizio sull’operato del governo Trump è assolutamente negativo, ma la speranza non è che il suo disegno fallisca.
“Una parte di me – è la conclusione di Friedman – vorrebbe davvero che questo funzionasse. Mi piacerebbe molto vedere questo regime iraniano cambiato o riformato perché, a mio avviso, nulla migliorerebbe il Medio Oriente più di una rimozione o di una riforma radicale di questo regime, sia in termini di qualità della vita degli iraniani che di opportunità per libanesi, israeliani, siriani, iracheni e yemeniti.
Quindi, per quanto io detesti Trump e ciò che sta facendo alla democrazia americana, non sto qui a dire che spero che fallisca, perché se dovesse avere successo, sarebbe una cosa fantastica. Potrebbe davvero essere un bene.
Credo che, in qualità di analista, si debba tenere in considerazione la possibilità di essere sorpresi da ciò che accadrà. Quindi, da un lato, tengo presente questa eventualità, e dall’altro osservo un presidente che magari ha grandi idee, ma non ho fiducia che abbia un’amministrazione alle spalle in grado di metterle in pratica o di dar loro seguito. …
Questo intero gruppo non prende affatto sul serio una situazione così grave, e questo mi costringe, almeno come analista, a sperare contro ogni speranza che riescano a uscirne e che alla fine il kushnerismo sconfigga davvero il khomeinismo, perché sarebbe meglio per il mondo e per tutti”.

Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.