Ci siamo sbagliati
Forse è più giusto dire che ci eravamo illusi. Illusi su cosa? Sul fatto che la dichiarazione di Trump relativa al regime change (nella quale affermava che l’America non aveva in programma un cambio di regime in Iran perché questo cambio era compito dell’opposizione interna) fosse una posizione ponderata e facesse parte di una strategia assunta da Trump in continuità con la dottrina “Leading from behind” (guidare dalle retrovie) di Obama e Biden.
L’opposizione interna non sembrava sufficientemente pronta a liberare il paese dall’opprimente regime degli ayatollah e il compito degli americani sarebbe stato quello di aiutarla, non di sostituirsi ad essa: datevi da fare – aveva più volte detto Trump rivolgendosi al popolo iraniano – gli aiuti stanno per arrivare.
Non era vero niente.
Di questa parte delle ragioni manifestate da Trump all’indomani dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran, iniziato la mattina del 28 Febbraio 2026, non vi è traccia nel Memorandum di intesa sottoscritto da Usa ed Iran la notte tra il 17 e 18 Giugno 2026. L’unico ma indiretto riferimento è contenuto nel Paragrafo 2, laddove si legge: “Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran si impegnano a rispettare ciascuno la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro e ad astenersi dall’interferire nei reciproci affari interni”.
Scrive a questo proposito Francesco Cundari sul quotidiano online Linkiesta del 19 Giugno 2026:
“Di tutto il grottesco memorandum sottoscritto da Stati Uniti e Iran … la parte più vergognosa è senza dubbio il paragrafo 2. … In poche parole, abbiamo scherzato: nessun aiuto in arrivo. In un attimo, Trump è passato dal cambio di regime alla complicità con il tiranno, dall’incitamento degli oppositori alla garanzia di non intervento offerta agli aguzzini, declassando i dissidenti iraniani da eroi e martiri della libertà a trascurabili «interferenze»”.
Il giudizio circa l’operato del Presidente americano non può che essere di netta condanna. Il giornalista di Linkiesta la esprime in questi termini: “L’esempio migliore di cosa sia il trumpismo lo hanno offerto le dichiarazioni dello stesso Donald Trump sul cambio di regime in Iran, un obiettivo che il presidente degli Stati Uniti ha contemporaneamente negato di essersi mai posto e giurato di avere pienamente raggiunto. Mentendo entrambe le volte, ovviamente, come aveva mentito ai manifestanti che sfilavano contro il regime sfidando la repressione, da lui pubblicamente incitati a continuare, a rovesciare le istituzioni, perché, diceva, «l’aiuto è in arrivo»”.
Non abbiamo dovuto attendere molto per constatare cosa significa un tale accordo per le donne e gli uomini iraniani che in questi anni hanno coraggiosamente combattuto contro il regime degli ayatollah. In questi giorni vari media riportano la notizia che un tribunale iraniano ha condannato la cantante Parastoo Ahmadi e un gruppo di sette artisti a 74 frustate ciascuno, nonché due anni di divieto di lasciare il Paese e due anni di divieto di svolgere attività artistiche, per aver trasmesso in diretta streaming un’esibizione su YouTube, risalente al 2024, con la quale avrebbero “leso il pudore pubblico” pubblicando “contenuti volgari e immorali”. Nel video Ahmadi indossava un lungo abito con spalline sottili e un rossetto rosso scuro (In Iran alle donne è vietato cantare in pubblico e obbligatorio vestirsi in modo modesto e indossare il velo). Inoltre tra i testi cantati da Ahmadi c’erano riferimenti ai giovani iraniani arrestati per aver protestato contro le autorità.
Immagine in evidenza: Mostafameraji from Wikimedia Creative Commons Zero, Public Domain Dedication
Commenti recenti