Appunti sulla guerra in Iran
L’America non vuole conquistare l’Iran, né rientra tra i suoi obiettivi quello di rimuovere il regime degli ayatollah. Trump ha detto più volte di augurarsi che sia direttamente il popolo iraniano a liberarsi della feroce dittatura politico-religiosa che lo opprime da più di quarant’anni. Su questo piano il ruolo che l’America si è dato sembra essere piuttosto quello di contribuire a creare le condizioni favorevoli per una lotta di liberazione. L’obiettivo principale perseguito dagli americani, stando sempre alle dichiarazioni del presidente Trump, è invece quello di costringere il regime di Teheran ad interrompere il programma di arricchimento dell’uranio e avviare realmente lo smantellamento del costituendo arsenale nucleare.
La condanna dell’intervento militare americano, senza se e senza ma, con l’accusa rivolta a Trump di agire fuori dal rispetto del diritto internazionale, non è fondata su basi solide. Soprattutto sembra che chi formula tale accusa lo faccia a prescindere da come nel diritto internazionale vengono affrontati i principali problemi messi in luce dal conflitto in corso:
- Il primo e più importante tema riguarda l’esercizio del dissenso, un tema che più di tutti gli altri dovrebbe alienare al regime iraniano le simpatie del mondo progressista (ma purtroppo non è così).
La libertà dei cittadini di opporsi alle linee politiche governative è tutelata da diverse norme di diritto internazionale, la principale è il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) del 1966. In particolare esso garantisce ad ogni individuo il diritto di: avere opinioni senza interferenze e poter diffondere informazioni e idee di ogni genere, incluse le critiche al governo; manifestare pubblicamente il proprio dissenso; creare partiti politici, sindacati e organizzazioni civili che possono avere obiettivi contrari alla linea del governo.
La normativa internazionale prevede anche che lo Stato possa limitare il diritto al dissenso ma le restrizioni devono essere sempre proporzionate e mai usate per sopprimere l’opposizione politica. Esattamente il contrario di quello che avviene in Iran dove, dopo le manifestazioni di dissenso di inizio anno, ogni giorno decine di giovani vengono barbaramente torturati e uccisi con l’accusa di essere nemici della rivoluzione islamista degli ayatollah. Tutti sanno quanto è avvenuto e avviene in Iran ma manifestazioni di piazza contro il regime degli ayatollah se ne sono viste poche. - Il complesso tema che riguarda il possesso della bomba atomica.
C’è una norma internazionale che si chiama Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), varato nel 1968 ed entrato in vigore nel 1970. È un accordo internazionale che si basa su un sistema a due categorie:
a) Stati che avevano testato armi nucleari prima del 1° gennaio 1967: autorizzati a possederle, con l’impegno teorico di perseguire il disarmo;
b) tutti gli altri firmatari: hanno l’obbligo di non produrre né acquisire armi atomiche.
Il controllo sul rispetto di questa norma è affidato ad una agenzia dell’Onu: l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), che periodicamente ispeziona gli impianti civili per accertare che il materiale nucleare non venga destinato a fini militari e stila un rapporto che, in caso di violazione grave, viene portato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, organismo che ha il potere di imporre sanzioni vincolanti a livello internazionale. Queste ultime possono essere di vario tipo: dal congelamento di beni all’estero a restrizioni sull’export a espulsione da organismi internazionali a embargo sull’approvvigionamento di armamenti. Ma è previsto anche il ricorso all’uso della alla forza (veri e propri interventi militari).
L’Iran ha sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare ma, segretamente (e neanche poi tanto), ha sempre lavorato per dotarsi di armi atomiche.
Gli ispettori dell’Onu che hanno svolto vari controlli in Iran (sottoponendolo ad alcune sanzioni) nel loro più recente rapporto hanno dichiarato: “questi ci prendono per i fondelli” (o qualcosa di simile). Insomma, da parte dell’Iran, una violazione gravissima oltre che iterata nel tempo del diritto internazionale, di fronte alla quale (tenendo anche conto del fatto che gli ayatollah non hanno mai fatto mistero della loro intenzione di distruggere lo Stato di Israele) non è sufficiente limitarsi a porre qualche sanzione. - Un terzo tema al centro dell’attuale conflitto è quello della navigazione nel canale di Hormuz.
Lo Stretto di Hormuz è considerato una via d’acqua internazionale, pertanto la navigazione attraverso di esso è regolata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) del 1982, che prevede il cosiddetto “passaggio in transito” ovvero il diritto per tutte le navi di “transitare liberamente ai soli fini di un passaggio continuo e rapido”, lo Stato costiero non può sospendere, ostacolare o impedire il transito per alcun motivo né può imporre tasse o pedaggi. L’Iran invece sostiene che allo Stretto va applicata una vecchia norma consuetudinaria che prevede il regime del “passaggio inoffensivo” e quindi la possibilità per lo Stato costiero di sospendere temporaneamente il transito se lo ritiene pregiudizievole per la propria sicurezza. Ma recentemente (2026) il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha ribadito, con la Risoluzione 2817, il diritto alla libera navigazione commerciale (considerando lo Stretto un bene pubblico dell’umanità). E la Risoluzione 3314 dell’Assemblea Generale ONU ha esplicitamente definito il blocco navale come un “atto di aggressione” che, in quanto tale, da diritto a reagire militarmente. Ma l’Iran continua imperterrito a imporre pedaggi e restrizioni, usa droni e barchini per minacciare il transito. Insomma, una violazione sistematica della libertà di navigazione. Essa legittima risposte militari dirette contro le basi di lancio dei proxi. - In fine la questione più dibattuta: la legalità o meno dell’azione militare americana, se essa è dentro o fuori le norme di diritto internazionale.
Non vi è una unanimità di giudizio tra gli esperti, perché nella normativa in vigore non vi sono sufficienti elementi per giungere ad un parere inconfutabile. L’idea che ci siamo fatti consultando le svariate norme di diritto internazionale sull’argomento è la seguente:
non è consentito attaccare uno Stato senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma uno Stato che subisce continue aggressioni e/o minacce (direttamente o tramite proxi) è comunque legittimato ad usare la forza. Inoltre non è proibito compiere azioni militari in sostegno di un alleato che ha subito aggressioni e/o minacce. Uno Stato che usa la forza, anche se in modo legittimo, deve comunque informare subito il Consiglio di sicurezza (cosa che gli Usa hanno fatto).
Ma, ripetiamo, si tratta di una normativa molto complessa. Comunque, a nostro parere, chi critica o addirittura condanna l’azione condotta da Israele e Usa dovrebbe anche dire cosa bisognerebbe fare, in termini concreti non a chiacchiere, per: impedire all’Iran di dotarsi della bomba atomica; dare al popolo iraniano, soprattutto alle donne, un po’ di libertà; garantire la libera navigazione nel canale di Hormuz.
Non abbiamo molta simpatia per il modo stravagante di annunciare e di fare le cose usato dalla attuale Amministrazione Usa, tuttavia pensiamo che bisognerebbe accogliere con una certa attenzione e con interesse affermazioni come quelle di Trump sulla necessità che sia il popolo iraniano a liberarsi dei suoi oppressori. C’è in questo una linea di continuità con orientamenti già espressi da presidenti democratici come Obama e Biden. La continuità nell’idea di interrompere la tradizione che vedeva l’America come il “gendarme del mondo”. Era stato Biden a dichiarare, realizzando il ritiro dall’Afghanistan (decretato però da Trump alla fine del suo primo mandato), la fine dell’era delle “grandi operazioni militari volte a rifare altri Paesi”. Ed era stato Obama a introdurre la dottrina del “Leading from behind” (guidare dalle retrovie). Trump non ha bloccato questo cambiamento di strategia nella politica estera americana, solo vi ha aderito con modalità differenti.
Accomuna gli ultimi tre presidenti americani la convinzione che gli Stati Uniti non possano più sostenere da soli i costi economici e umani per imporre l’ordine globale. All’intervento militare diretto per il “regime change” preferiscono altre vie (inviare armi, tecnologia e intelligence) lasciando che siano gli attori locali ad impegnarsi e decidere. E anche quando l’intervento diretto c’è (come nel caso della guerra in corso contro l’Iran) la nuova strategia non viene smentita. Sulla guerra in Iran, l’esperto di strategie militari Mike Lyons ha scritto: questa guerra è stata fin da subito una dimostrazione di superiorità travolgente, inflitta come colpo di apertura ma nello stesso tempo è stata “condotta con moderazione nei confronti dei civili. … Quasi 900 attacchi in 12 ore hanno colpito simultaneamente infrastrutture militari iraniane, difese aeree e leadership del regime. … Le infrastrutture civili iraniane — rete elettrica, sistemi idrici e terminal petroliferi per l’export — sono state in larga misura risparmiate. Quando le forze americane hanno colpito l’isola di Kharg, gli attacchi si sono concentrati su obiettivi militari, non sugli impianti che consentono alle petroliere di continuare a operare.
Questo riflette un calcolo deliberato: gli Stati Uniti hanno trasformato le infrastrutture civili iraniane in una moneta di scambio negoziale. Risparmiando la rete elettrica e gli impianti petroliferi, Washington ha preservato per il regime un incentivo alla sopravvivenza. Non si tratta soltanto di moderazione umanitaria; è la costruzione di un “ponte d’oro” attraverso il quale una leadership menomata potrà eventualmente ritirarsi sostenendo che non tutto è andato perduto. .. . Come afferma un esponente dell’opposizione iraniana, il figlio dello Scià Reza Pahlavi, colpire la “macchina del massacro” del regime significa indebolirlo abbastanza da consentire al popolo iraniano di concludere la lotta dall’interno.
(la citazione è tratta da “Nel Golfo sta nascendo una nuova dottrina militare americana?” di Federico Rampini, Corriere Della Sera del 25 04 2026).
Certo, se si segue la narrazione mainstream si è portati a dire che quelle sulla minore presenza americana sono solo parole, i fatti invece mostrerebbero un’America guerrafondaia che vuole imporre ovunque un proprio ordine. Ma facendo una lettura non meramente ideologica di quanto succede nel mondo, una lettura meno intrisa da antiamericanismo di principio, ci si rende conto che non è così. Il conflitto in corso in Medio Oriente ne è un esempio.
Immagine in evidenza: public domain from Wikimedia commons
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