L’accusa di colonialismo /2

La seconda Aliyah (1904 – 1914) portò in Palestina circa 40.000 ebrei, provenienti dall’Europa orientale (Russia e Polonia), prevalentemente giovani di orientamento progressista e socialista e con un forte senso di missione storica (nazionalismo e collettivismo). In altri termini: con questa ondata migratoria giungono in Palestina molti giovani ebrei politicizzati che vogliono costruire una società alternativa.

Come dicevamo si stavano creando le condizioni (così almeno appariva a dei giovani rivoluzionari socialisti) perché nella Palestina ottomana si potesse verificare il passaggio da una società in cui i rapporti economici prevalenti erano di tipo feudale ad una società in cui i rapporti economici prevalenti fossero quelli di una moderna società capitalistica (passaggio che secondo la dottrina kautskiana costituiva la condizione per la creazione (attraverso la lotta di classe) di una società socialista.

Molti sionisti socialisti si ispiravano a quella dottrina, ma la interpretavano in chiave nazionalista (costruzione di uno stato ebraico). La loro missione non era fare la rivoluzione bolscevica in un angolo dell’impero ottomano. Neppure liberare  i contadini arabi palestinesi dalla condizione in cui erano tenuti da un sistema arcaico, assimilandoli nella struttura economica e sociale che vagheggiavano (cosa che avrebbe, tra l’altro meritato l’accusa di colonialismo). Erano lì, prioritariamente, per cercare di costruire uno stato in cui gli ebrei potessero autodeterminarsi e concepivano tale stato in una maniera che si potesse dare vita a rapporti di tipo collettivistico ed ugualitario.

Ma per fare questo, secondo quei  sionisti, mancava la base sociale. Per fare questo, il passaggio kautskiano della proletarizzazione di una parte consistente di contadini ebrei era necessario (perché le condizioni della diaspora avevano portato alla costituzione di una struttura sociale anomala, nella quale mancava la base produttiva fondamentale: contadini e operai manifatturieri). Era questo il tema che stava a cuore ad alcuni leader sionisti di formazione marxista come Ber Borochov.

Ber Borochov era un giovane sionista di sinistra (cofondatore del partito Po‘alei Zion – Operai di Sion). La sua fede nella dottrina  marxista lo portava a mettere al centro della azione politica la lotta di classe, per giungere all’obiettivo finale della costruzione di una società ebraica socialista. Tale obiettivo, a suo modo di vedere, richiedeva una strategia per fasi:  per prima cosa bisognava “raddrizzare la piramide rovesciata” della struttura sociale del popolo ebraico (assenza o quasi di classi produttive di base, come operai e contadini, e una concentrazione sproporzionata in commercio e professioni intellettuali) attraverso il ritorno alla terra e al lavoro manuale in una propria patria. L’auto-emancipazione ebraica non poteva avvenire nella diaspora, ma solo in un territorio proprio, Eretz Yisrael (la Terra d’Israele). Una volta realizzata la formazione di un proletariato ebraico nazionale allora, e solo allora, sarebbe stato possibile passare pienamente ad una lotta per il socialismo.

Giusta o sbagliata che fosse la teoria di Borochov la sua influenza ideologica sui sionisti della Seconda Aliyah fu decisiva e portò alla formulazione della dottrina del “lavoro ebraico” (Avoda Ivrit). Elemento centrale di questa dottrina: nelle aziende ebraiche il lavoro manuale agricolo doveva essere svolto dagli ebrei stessi; il ricorso a manodopera araba era considerato un ostacolo alla costituzione di un proletariato ebraico e alla costruzione di insediamenti autogestiti.

Accanto all’idea di fondo di creare una classe operaia ebraica, vi furono anche altre motivazioni che guidarono la formulazione della dottrina del lavoro ebraico. Tra esse: evitare la formazione di una società coloniale in cui una borghesia ebraica sfruttava la manodopera locale .

La dottrina borochoviana proponeva una nuova etica ed una nuova organizzazione del lavoro rispetto a quanto veniva praticato nelle aziende sorte durante la Prima Aliyah. Il lavoro, soprattutto quello manuale, era visto come strumento di rigenerazione nazionale e creazione di una nuova società basata sull’uguaglianza. Non si fa più ricorso all’uso di capitale esterno filantropico (ritenuto compromissorio) e vengono introdotti  kibburz e nkvutza come unità cooperative, il lavoro è collettivo e non è ammessa la proprietà privata della terra. Si promuove lo sviluppo di primi embrioni di organizzazioni sindacali.

Questa politica, detta “conquista del lavoro” (kibbush ha’avodah), portò a conflitti tra i nuovi coloni (i pionieri della nuova società) e i coloni più anziani delle moshavot della Prima Aliyah, molti dei quali continuavano a preferire la manodopera araba.
Laddove ci fu sostituzione della manodopera araba con lavoro ebraico si generarono anche le prime tensioni significative tra le due comunità: l’ideologia lavorista fu percepita da alcuni fellahin come una minaccia diretta alle opportunità di lavoro presso le aziende ebraiche. Ma il suo ideatore non aveva un intento colonizzatore né tantomeno era attraversato dall’idea che si sarebbe potuta aprire la strada ad un conflitto insanabile.
Va precisato, comunque, che non vi fu, sia nella teoria che nella pratica, una sostituzione demografica radicale. Di fatto la manodopera araba non fu mai del tutto soppiantata dalla manodopera ebraica e l’impiego di lavoratori arabi, sia in agricoltura che in altri settori (ad esempio nelle costruzioni) rimase massiccia per lungo tempo.

Sebbene nell’immediato la strategia creasse separazione, nell’utopia borochoviana era previsto un “reincontro” e, certamente, molti pionieri della Seconda Aliyah nutrivano anche ideali universalisti e aspirazioni a una futura collaborazione tra i due popoli.

In sostanza: Borochov aveva individuato  delle priorità per il popolo ebraico e aveva costruito su di esse una strategia che passo dopo passo avrebbe portato (pensava che avrebbe portato) alla realizzazione di una ben precisa idea di società futura, basata sui principi del collettivismo.

 Il “reincontro” tra popolo ebraico e popolo arabo, dopo una fase “necessaria” di separazione finalizzata a costruire un proletariato ebraico, non era una idea buttata lì o un semplice auspicio morale. Il proletariato ebraico per poter diventare una classe portatrice di profondi cambiamenti sociali doveva (secondo Borochov) radicarsi nella produzione materiale e nella terra. Compiuto questo stadio sarebbe stata possibile la lotta di classe comune, del proletariato ebraico e di quello arabo, per realizzare la prospettiva socialista (che anche Borochov vedeva come superamento dello stato nazionale). E qui Borochov prevedeva cooperazione economica, sindacati comuni e convergenza su una prospettiva socialista.

Per questa sua teoria, Borochov ricevette molte critiche dal mondo marxista (Rosa Luxemburg, trotskisti ecc). Sostanzialmente gli veniva rimproverato di subordinare la lotta per l’emancipazione socialista alla lotta nazionalista.

Borochov ebbe vita breve e non ebbe modo di sviluppare e dare pienamente seguito alle sue intuizioni. Allora come ora, gli strutturalisti sostenitori dell’idea che le intenzioni non contano hanno interpretato la strategia del lavoro ebraico come una costruzione ambigua che parlava di un presente dettagliato e di un futuro indefinito; nel presente dettagliato c’era separazione, nel futuro indefinito c’era un ipotetico superamento dell’asimmetria tra ebrei ed arabi, ma non venivano individuati gli strumenti per realizzarlo e quindi, dicevano, parlare di reincontro serve solo a legittimare una fase nazionale che, una volta avviata, non contiene in sé i meccanismi per essere superata.

Alcuni sionisti, condividendo almeno in parte le critiche rivolte all’utopia borochoviana, avanzarono proposte per provare a praticare nell’immediato ciò che Borochov lasciava per il futuro. Martin Buber, ad esempio, sostenendo che il sionismo era legittimo come rinascita culturale ebraica ma rischiava di perdere legittimità se diventava sovranità esclusiva, proponeva: una maggiore cooperazione economica ebraico-araba; limitazione dell’immigrazione secondo capacità condivise; rinuncia a uno Stato ebraico esclusivo (non una federazione “dopo la normalizzazione” ma “durante” il processo di insediamento).
Anche Judah Leon Magnes (che diverrà primo rettore della Hebrew University di Gerusalemme) considerando inevitabile la presenza di due popoli, proponeva una federazione o confederazione e moratorie sull’immigrazione.

Queste ed altre simili posizioni incontrarono difficoltà oggettive nella loro traduzione pratica. Per avere successo, tali posizioni richiedevano un contesto nel quale vi fosse fiducia reciproca, possibilità di procedere in modo graduale, equilibrio demografico. Mentre invece la realtà produceva crescita demografica ebraica rapida; radicalizzazione araba; il trauma delle leggi razziali europee e poi la Shoah; paura e bisogno di sicurezza.
I seguaci della teoria del lavoro ebraico vedevano quelle posizioni, tutto sommato, meno realistiche dell’utopia borochoviana, soprattutto perché non fornivano una risposta immediata alla persecuzione europea degli ebrei.

I critici del sionismo non hanno mai tenuto nella debita considerazione il fatto che gli immigrati che giungevano in Palestina non erano soltanto un popolo che voleva affermare la propria volontà e il proprio diritto all’autodeterminazione erano anche e soprattutto persone che fuggivano da terribili persecuzioni. Le disquisizioni leniniane sul principio che il diritto all’autodeterminazione non è un valore in sé, che la nazione non è una necessità storica o che  non è una fase obbligata verso il socialismo sostanzialmente lasciavano il tempo che trovavano (e non a caso furono anche smentite dalla storia: anche lo stato sovietico continuò a perseguitare gli ebrei).

Per i leninisti, come per gli strutturalisti in genere, una strategia come quella di Borochov, in cui si producono relazioni in qualche modo asimmetriche, diventa automaticamente coloniale.

Ma la “separazione” nello schema borochoviano non era concepita come una relazione coloniale: non lo era nelle intenzioni (e le intenzioni contano, se si vuole capire l’agire umano) e non lo era nei fatti: una relazione coloniale implica un controllo del territorio. Gli immigrati ebrei hanno sempre controllato porzioni assolutamente limitate del territorio palestinese (si consideri che nel 1947 – dopo circa 70 anni di “dominio coloniale” – la proprietà fondiaria ebraica non superava il 6% dell’intero territorio delle Palestina mandataria mentre il territorio di proprietà privata di arabi palestinesi ammontava a circa il 50%; il restante 44% era costituito da terre demaniali, che includevano il deserto del Negev, pascoli comuni e zone rocciose non coltivate. Considerando solo le terre classificate come coltivabili, la percentuale di proprietà ebraica risaliva a circa il 15 % delle zone agricole più pregiate). Inoltre, come dicevamo, non vi fu una sostituzione demografica radicale. Né si può parlare in modo generalizzato di uno sradicamento culturale: la maggior parte delle strutture economiche e sociali, nella maggior parte della Palestina, sono rimaste sostanzialmente quelle preesistenti.

Questo stato di cose si protrasse fino alla fine del mandato britannico (che, come vedremo, non fu per nulla tenero con gli ebrei).
Per ora ci limitiamo a sottolineare che stiamo parlando di una situazione che copre un arco di tempo molto ampio. Che stiamo parlando di qualcosa di molto complesso, di una realtà che non è facilmente rappresentabile mediante schemi che propongono una lettura semplificatrice. E di una operazione che ha teso, invece, ad inserire l’azione degli immigrati ebrei in strutture prefigurate allo scopo di perseguire un tornaconto politico. Mettendo al centro il tema del colonialismo è passato in secondo piano, o addirittura cancellato, il tema dell’antisemitismo, il ruolo che il pregiudizio anti ebraico ha avuto nello scontro tra le due comunità.

È indubbio che l’applicazione della strategia del “lavoro ebraico” abbia creato una massa di palestinesi scontenti. Su questo scontento si inserì l’azione della classe dirigente araba che non solo orientò la politicizzazione dei contadini in una direzione nazionalistica di stampo conservatore ma compì una operazione che avrebbe prodotto un conflitto insanabile.
I sionisti di sinistra, e segnatamente Ber Borochov, avevano posto il problema della convivenza tra le due comunità  su basi materiali, come risultato di rapporti di produzione. Pertanto, a loro avviso, qualora si fosse verificato un conflitto grave ci sarebbe stato modo di intervenire e superarlo. A partire dagli anni 20, questa impostazione verrà, da una parte rilevante della leadership araba, totalmente rovesciata: il conflitto verrà concepito come naturale ed eterno, fondato su mito e religione, la presenza ebraica diverrà inaccettabile in sé.

Lo sviluppo successivo che si è verificato nel rapporto tra le due comunità non era “inevitabile” né già implicito: il conflitto ha preso forma gradualmente, in parallelo alla crescita dei progetti nazionali in competizione e al ruolo delle rispettive élite nel politicizzarlo.

Immagine in evidenza: Benno Rothenberg from wikimdia commons
Immagini nel testo: Benno Rothenberg from wikimedia commons; public domain from wikimedia commons

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.