La democrazia in pericolo. Come difenderla? /2
Riprendiamo il tema della “democrazia” così come viene sviluppato da P.FdA nel libro “Atei o credenti Filosofia, politica, etica e scienza”, editore Fazi 2007.
P.F.A continua il suo ragionamento ricapitolando l’importanza di un minimo comun denominatore che serva a designare il concetto di “democrazia” e che sia accettato da tutti coloro che si professano tali, da Meloni come da Fratoianni: una testa è un voto perché ogni testa ha pari dignità delle altre. Questo voto per avere un significato reale e non essere formalità, semplice apparenza, deve essere libero da ricatti economici e dall’ignoranza. “Proviamo a procedere a partire dal minimo democratico, cioè voto libero (quindi autonomo) in vista della legge. Chiedere che ciascuno viva una condizione di autonomia, perché il voto “libero ed eguale” non si rovesci in parola vuota non è una bizzarria estremista. Era la posizione dei liberali conservatori, elitisti, che contestavano ancora un secolo fa il suffragio universale proprio in nome dell’identificazione tra voto libero e voto autonomo.”
Qui P.F.A propone un interessante inciso storico, che serve a chiarire quanto sia fondata, indipendentemente dallo schieramento politico di destra o di sinistra, l’equivalenza fra voto libero ed autonomia individuale, intesa a trecento sessanta gradi. Egli continua: “In tal senso avevano ragione (i conservatori che si opponevano al diritto di voto universale n.d.r.) cioè il diritto di voto andava attribuito solo a chi godesse delle condizioni materiali e culturali per poterlo esercitare in modo autonome cioè libero. Un reddito proprio, che li liberasse dall’essere asserviti a qualcun altro, e gli strumenti culturali e informativi per poter decidere a ragion veduta e con la propria testa. Naturalmente se ne potevano dedurre due politiche opposte: mantenere il suffragio ristretto oppure realizzare riforme sociali che garantissero a tutti le condizioni culturali e materiali per una decisione autonoma.”
Possiamo osservare come, a partire dal concetto minimo di “democrazia”, cioè “una testa, un voto” ne discende inevitabilmente un intero programma – con almeno due priorità – in cui sono presenti politiche economiche a sostegno del lavoro e delle classi più deboli e, sul piano culturale, il rilancio della scuola e dell’educazione degli adulti, affinché si sviluppino lo spirito critico e la capacità di scelta ponderata autonomamente, e poi – possiamo aggiungere – un sistema televisivo e di informazione regolato in modo da ridurre al minimo la manipolazione delle notizie, ecc. Perché, scrive P.FdA “Una democrazia presa sul serio è qualcosa di molto diverso da un insieme procedurale per scegliere le élite dominanti “. Per i partiti progressisti si potrebbe stilare una piattaforma elettorale già soltanto tenendo presente la necessità di salvaguardare e sviluppare la nostra Repubblica e la sua costituzione.
A questo punto P.F.A affronta il problema del generale arretramento dei sistemi democratici di fronte a populismi, demagogie e neofascismi. Egli sottolinea più volte come il sistema democratico sia strutturalmente più fragile di altri sistemi perché richiede un continuo, interminabile impegno personale da parte dell’elettore, il suo sforzo a garantirsi costantemente autonomia economica e di giudizio: “La Repubblica della libertà-autonomia costituisce la forma di convivenza umana più fragile che si possa immaginare. Ogni convivenza fondata su una qualsiasi eteronomia è più solida. Infatti, poiché poggia su un vero fondamento esterno e superiore alla volontà dei singoli. Un potere islamico è infinitamente più forte di quello democratico…Una convivenza fondata su una eteronomia è molto più forte per chi fa riferimento a valori da tutti riconosciuti come indiscutibili in quanto trascendenti…Solo a partire dal Settecento si ebbe la possibilità di una convivenza regolata dall’autonomia, anziché da una norma dettata dall’Alto e dall’Altro. ma si tratta dell’esperimento di convivenza umana più fragile mai tentato perché autonomia implica la mancanza di ogni fondamento.” Finché le coscienze saranno disarmate e prive di capacità critiche le sirene del populismo e della demagogia, con ricette pronte e soprattutto con la richiesta di una delega in bianco avranno vita facile. Dobbiamo tuttavia ricordare che la “debolezza” della democrazia è insita nel suo DNA, la sua instabilità è una componente imprescindibile nel momento in cui si pratica e non deve spaventare. Semmai ci stimola a trovare, di volta in volta nei contesti storici in cui operiamo, quei provvedimenti -rivolti ai cittadini elettori – che sul piano sia sociale che culturale, consentono di rafforzarla.
Infatti, anche per P.FdA l’unico baluardo della democrazia restano i suoi cittadini, cioè siamo “noi”. Aggiunge in merito: “Questo “noi” non è un soggetto effettivo, una possibile volontà generale, bensì la realtà divisa e conflittuale di infinite volontà di affermazione. Storicamente sono stati immaginati e sperimentati dispositivi istituzionali di ogni genere, a partire dalla divisione dei poteri, per ridurre il rischio di autodistruzione di una democrazia.Esso però resta costitutivo. Invece un potere fondato sull’eteronomia può essere intollerante verso i propri nemici. Una repubblica deve rispettare l’opinione di ogni cittadino, altrimenti nega il proprio fondamento. Ma con ciò si espone ai propri nemici e collassa non appena una maggioranza smetta di rispettare, praticare, custodire, le regole democratiche.”
Ecco perché, a conclusione della sua riflessione sulla “democrazia” P.FdA insiste sull’importanza dell’educazione, della diffusione della coscienza del “dubbio”, e quindi della necessità di una scuola all’altezza delle sfide del tempo: “Siccome l’unica garanzia, l’unico fondamento della Repubblica è costituito da un ethos democratico, coerente e possibilmente unanime, bisognerebbe essere conseguenti come politici: la scuola dovrebbe essere esclusivamente pubblica. La scuola come apprendistato di cittadinanza, come avviamento al sapere critico e allo spirito civico, è un irrinunciabile strumento per dare fondamento alla più fragile delle convivenze umane, quella del autos nomos.”
Chiudiamo con un’ultima citazione, questa volta di Onfray: “Non c’è democrazia senza pedagogia della democrazia, non c’è Repubblica senza educazione alla Repubblica. Altrimenti bisognerà aspettarsi la demagogia e il populismo già imperante.”
Immagine in evidenza: HudecEmil from wikimedia commons
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