La democrazia in pericolo. Come difenderla? /1
Perché sistemi democratici di lunga data, come quello Usa e quello israeliano, si rivelano deboli di fronte a coloro che ne minacciano l’esistenza? La società democratica può fare qualcosa contro i propri nemici, soprattutto quando si mascherano da sostenitori di un sistema aperto? Ci sembra che questi argomenti oggi assumano un particolare rilievo al punto tale che molti commentatori parlano di una profonda “crisi” globale delle democrazie, assediate da nazionalismi, populismi fino a movimenti di estrema destra.
Secondo la definizione che ne da il vocabolario Zingarelli, “La democrazia è una forma di governo in cui il potere è esercitato, direttamente o indirettamente, dal popolo, che è l’insieme dei cittadini. Questa forma di governo si basa sulla sovranità popolare, garantendo a ogni cittadino la partecipazione all’esercizio del potere pubblico”.
La democrazia richiede sempre l’accettazione di una premessa, di un elemento di valore irriducibile, cioè “l’eguale dignità di tutte le persone”; il concetto di democrazia quindi non si applica ad ogni esempio storico che riguardi l’esclusione dalle decisioni politiche di qualcuno, come nel passato gli schiavi oppure le donne o altre componenti sociali. Ora, “l’eguale dignità di tutte le persone”, che è il criterio fondante il metodo democratico, non ha, a sua volta, una autonoma giustificazione e fondazione filosofica. Esso deve essere accettato come postulato dell’argomentazione successiva e questa scelta permette la piena espressione della libertà individuale e della sua responsabilità. Siamo noi umani costretti a scegliere se aderirvi o meno, senza la rete di protezione di un indubitabile procedimento logico. Anche l’appello a Dio come fonte universale della dignità umana richiede un atto di fede e non è basato su una argomentazione razionale.
Inoltre, se consideriamo la storia del Cristianesimo, esso, fin dalle origini, con l’apostolo Paolo, ha dichiarato l’uguaglianza degli uomini soltanto davanti a Dio: sulla Terra le persone dovevano accettare la loro condizione sociale ed il potere esistente (beninteso finché esso non limitava in qualche modo la religione cristiana). Infatti san Paolo scrive in Romani 13,1-2, «Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite, perché non c’è autorità se non da Dio; quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si ribella all’ordine stabilito da Dio».
Per secoli la chiesa di Roma – rifiutando, anzi esecrando la formula del potere generato dalla volontà popolare- ha sostenuto le monarchie e gli imperi e perfino, nel XX secolo con Pio XII, ha preferito puntare su sistemi antidemocratici come il fascismo di Franco in Spagna, esaltandone i meriti e lodandone la bontà istituzionale. Ancora oggi parti consistenti del clero e del popolo cattolico guardano con nostalgia allo “stato confessionale”, quello teocratico, che non ha niente a che fare con la democrazia perché privilegia con un concordato esclusivo una unica religione, escludendo le altre fedi, e plasma le istituzioni statali -in particolare la scuola- secondo i dettami della Chiesa stessa. In sintesi: lo Stato da parte della Chiesa di Roma è stato concepito, fino al Vaticano II, come suo braccio secolare, per preservare i fedeli, tramite l’istruzione, il controllo dei mezzi di informazione, il diritto penale, dalle influenze dannose alla fede stessa.
Per invitare a riflettere sul tema della democrazia, riapriamo un “vecchio” libro, ancora attuale, il quale riporta il dibattito a tre voci tra Paolo Flores d’Arcais (direttore di Micromega, ateo), il filosofo Gianni Vattimo (cristiano sui generis, morto nel 2023) e Michel Onfray (filosofo francese e divulgatore, in particolare con la sua “Controstoria della filosofia: le saggezze antiche”). Il libro in questione è “”Atei o credenti” Filosofia, politica, etica e scienza” editore Fazi 2007.
Utilizziamo uno spezzone della loro conversazione, incentrato appunto sul tema della “democrazia”. ” e riportiamo l’interpretazione – in corsivo- che ne dà Paolo Flores d’Arcais (d’ora in poi P.F.A) utilizzando brani del suo intervento.
“Per democrazia si intendono le cose più diverse, ad esempio la nostra idea non è quella di Trump. Esiste tuttavia un minimo su cui l’accordo è unanime e senza il quale tutti concordano che non si può parlare di democrazia. Questo minimo è la dignità umana come eguale diritto al voto. Una testa, un voto. Questo è il minimo democratico che neppure il più conservatore può contestare.” Vedremo che questo minimo implica logicamente, come conseguenza necessaria, alcuni elementi concettuali che lo rendono una meravigliosa “riserva di senso”, un’idea nobile la quale si merita l’impegno individuale e la mobilitazione collettiva.
“ Lo scopo del voto è quello di decidere (attraverso i propri delegati) la legge, il Nomos comune e vincolante. Ora la precondizione per un voto libero ed eguale è la condizione di autonomia di ciascuno elettore”. Ci interessa sottolineare le implicazioni della “libertà di voto”: in prima battuta significa che ogni cittadino deve poter esprimere il proprio voto senza costrizioni, pressioni o minacce. In altre parole, nessuno deve essere obbligato a votare per un determinato candidato o partito; il cittadino deve poter decidere in autonomia, secondo le proprie opinioni e convinzioni; il voto deve essere segreto, proprio per proteggere la libertà dell’elettore. In seconda battuta, il concetto di libertà che consente l’autonomia individuale di ciascun elettore è ancora più vasto perchè prevede per esempio il diritto all’informazione e alla capacità cognitiva di discernimento. Vedremo meglio in seguito.
“A partire da questa assunzione semplice, cioè che la precondizione per un voto libero è la condizione di autonomia di ciascun elettore, possiamo arrivare a formulare ‘una serie molto esigente di precondizioni in assenza delle quali non si dà un voto autonomo’, e dunque viene meno la condizione minima della democrazia rappresentativa…se tali condizioni non sono soddisfatte il voto non è più libero ma si rovescia in una tecnica di mera razionalizzazione di poteri oligarchici, che negano l’idea stessa di autos nomos per rappresentazione e delega.” (continua)
Immagine in evidenza: Michele Egan from wikimedia commons –public domain
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