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(contro la logica della forza)
Giovani e futuro: educazione vs istruzione (La Stampa)
Israeliani e palestinesi: l’idea di annientarsi è illusoria (Corriere Della Sera)
Giovani e futuro: educazione vs Istruzione
Il teologo Vito Mancuso, in un suo intervento sul quotidiano La Stampa, affrontando il tema “giovani e futuro“ parla di un mondo, quello nel quale viviamo, tecnologicamente nuovo ma moralmente vecchio, perché è ancora quel vecchio mondo della storia la cui logica già Tucidide aveva descritto alla perfezione: “I più potenti agiscono, i deboli si flettono”. I più deboli tra noi sono i giovani, che si flettono e si piegano davanti alla dura legge della forza.
La forza è l’unica cosa che conta davvero: la forza del denaro, o del potere, o dell’intelligenza o della bellezza. La forza appare come l’unica regina incontrastata che oggi sempre più fa scempio del diritto, dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge, degli ideali di bene e di giustizia, del senso di umanità e di solidarietà, della verità e dell’onestà.
I giovani sedotti e inebriati dalla forza, pretendono tutto, poi però si bloccano per un nonnulla se il tutto, com’è ovvio, non arriva, reagendo o con la violenza o con l’apatia.
Il problema, secondo l’autore, è che non ci sono più nella nostra società sorgenti ideali condivise che contrastino o moderino la forza bruta della storia, dalle quali attingere umanità e idealità.
Per porre riparo a tutto ciò vi è una sola via, quella che Mancuso chiama “l’educazione del cuore” ovvero una educazione che renda le persone capaci di empatia e di relazionalità.
Il punto, però, è che oggi nessuno più si occupa dell’educazione del cuore perché ci si occupa solo dell’istruzione della mente. Ovvero: molta istruzione, nessuna educazione. Naturalmente, l’istruzione è importante, fornisce conoscenza oggettiva e rafforza il senso dell’io, ma se ci si limita a essa, l’io crescerà come una monade racchiusa in una torre che ritiene di dominare ogni cosa dall’alto del suo sapere. Ciò può indurre individualismo ed egocentricità. C’è anche bisogno di connettere la psiche con gli altri, educare al senso di umanità.
L’educazione del cuore consiste nell’educazione della dimensione emotiva e meta-razionale di ognuno di noi. … Dovremmo ritornare a Socrate e alla sua pedagogia, la maieutica, l’arte della levatrice, che è il vero senso del concetto di educazione (dal latino “e-ducere”, “condurre fuori”). … E quello che insegnava Plutarco: “La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto, come legna, necessita di una scintilla che l’accenda e vi infonda l’impulso alla ricerca e un amore ardente per la verità”. Riempire la mente come un vaso significa istruirla; accendere in essa una scintilla significa educarla. … su questa base dovrebbero essere rivisti tutti i programmi scolastici e la formazione degli insegnanti, perché è solo la scuola che si può assumere la grande missione dell’educazione del cuore e così … tornare a dare prospettiva ai giovani salvandoli dal nichilismo e dalla violenza.
Israeliani e palestinesi: l’idea di annientarsi è illusoria
Lorenzo Cremonesi ha fatto una interessante e importante intervista a Sari Nusseibeh, un intellettuale palestinese di 76 anni professore di filosofia ed ex presidente dell’Università Al-Quds di Gerusalemme (naturalmente invitiamo a leggere l’intervista: questo il link)
Interessante, perché Sari Nusseibeh rappresenta l’altro islam, quello moderato, che diversamente da Hamas non antepone la logica della forza al dialogo. A questo proposito l’intervistatore ricorda che negli anni ottanta gli studenti dell’Università di Bir Zeit in Cisgiordania, dove Nusseibeh insegnava filosofia, lo picchiarono sino a spezzargli un braccio perché lui s’incaponiva a dialogare anche con la destra israeliana.
Le cose – dice Nusseibeh – incominciarono a cambiare verso la fine degli anni ottanta: nei due campi si capì gradualmente che occorreva un compromesso. Fu importante: i palestinesi compresero che i sionisti non erano solo i figli di un effimero esperimento coloniale occidentale da debellare e gli ebrei a loro volta smisero di guardare a tutti noi arabi come nipoti di Hitler. Ma fu solo una parentesi. Perché poi il processo di pace iniziato a Oslo nel 1993 fallì e dall’inizio del nuovo millennio siamo ricaduti nel cerchio della guerra.
Alla domanda se crede che Yasser Arafat nel Duemila trattando con l’ex premier laburista Ehud Barak e poi Mahmoud Abbas con Ehud Olmert nel 2007 sbagliarono a non accettare le offerte di compromesso che davano ai palestinesi tra il 94 e 97 per cento dei territori occupati da Israele nel 1967, Sari Nusseibeh risponde: «Sì. I due leader palestinesi allora commisero l’errore di non continuare a negoziare. Dovevano firmare l’accordo e poi riprendere i dialoghi. E Abbas avrebbe comunque dovuto rispondere a Olmert, assolutamente doveva farlo e non uccidere quell’occasione così importante: andò via per non perdere il 4 per cento della terra, fece male. Allora i palestinesi si annegarono in dettagli minori, non capirono le priorità: fu un grave errore».
Importante, perché pone le basi per una possibile ripresa del dialogo. Non solo perché non fa l’errore di addossare tutta la responsabilità di quanto accaduto a una sola delle due parti in causa ma perché evidenzia come entrambe le parti hanno commesso lo stesso errore, quello di pensare di eliminare l’avversario.
Resta importante capire – è l’opinione del professor Sari Nusseibeh – che non c’è vittoria per nessuno. Gli espulsi restano o comunque tornano indietro. Se anche oggi tutti gli abitanti di Gaza venissero cacciati, poi tornerebbero combattendo, è scritto sui muri. Inutile continuare a farsi la guerra: unico risultato è che entrambi i popoli si trasformano da cittadini normali in diavoli assetati di sangue.
Per quanto riguarda il campo palestinese, infine, auspica che venga riformato il governo di Ramallah, superato lo scontro tra Hamas e Olp e che l’anno prossimo finalmente si tengano le elezioni per un nuovo esecutivo: è un passo fondamentale. Non si pronuncia a favore di una delle possibili forme istituzionali, compresa l’ipotesi dei due stati: Ci sono varie possibilità. Magari una terra in comune per due Stati paralleli, o un’entità binazionale con una forte autonomia per i palestinesi, oppure ancora il progetto di una confederazione con la partecipazione della comunità internazionale per la gestione di Gerusalemme. Tutto è aperto, se ne tornerà a parlare. È inevitabile.
Sari Nusseibeh è anche, tutto sommato, ottimista. Pensa che quello che sta facendo l’America va bene e che Trump alla fine sarà in grado di costringere Netanyahu a terminare l’attacco contro Gaza. Comunque, il cessate il fuoco è un passo fondamentale: i massacri di palestinesi sono senza precedenti, questa è in assoluto la più sanguinaria e terribili di tutte le nostre guerre e va bloccata il prima possibile.
Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons
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