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A pochi giorni di distanza dai dieci giorni che hanno sconvolto il mondo mediorientale (13 – 22 giugno 2025), proviamo a ricostruire quanto è successo e a proporre elementi di riflessione su quegli avvenimenti attraverso una rassegna stampa:
Picconate al diritto internazionale (Corriere Della Sera; La Stampa; Times of Israel)
Le sirene inascoltate (Blogs su Times of Israel)
Martello di mezzanotte (Corriere.it; La Repubblica; The New York Times)
E ora cosa accadrà (Linkiesta.it; The new York Times)

Forse anche i giorni che vanno dal 13 al 22 giugno 2025 passeranno alla storia come dieci giorni che hanno portato profondi sconvolgimenti nel mondo. Sicuramente in quella parte del mondo che chiamiamo Medio Oriente.
In estrema sintesi, i due principali avvenimenti (da Corriere.it):

  • Nella notte di giovedì 13 giugno, Israele ha lanciato un potente attacco contro l’Iran, dopo che i due Paesi conducevano da tempo un conflitto a bassa intensità. Tel Aviv ha attaccato le infrastrutture nucleari iraniane, decapitato i suoi vertici militari, ucciso scienziati di alto livello, e distrutto radar e postazioni missilistiche, usando aerei da guerra e droni introdotti clandestinamente nel Paese in precedenza. L’Iran ha risposto con diversi attacchi missilistici verso Israele. I bombardamenti tra le due parti sono continui.
  • Poco prima delle 2 del mattino, ora italiana, di domenica 22 giugno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato di aver attaccato tre siti nucleari iraniani. Gli Usa sono dunque entrati nella guerra lanciata da Israele contro l’Iran per cancellarne il programma atomico. 

Molti giornali, soprattutto di orientamento progressista, hanno pubblicato critiche all’azione di Israele denominata “Operazione Lising Lion”. Netta la condanna a firma di Massimo Nava sul Corriere Della Sera:

Il regime degli ayatollah non offre garanzie tranquillizzanti. Tuttavia, l’attacco preventivo da parte di Israele, l’eliminazione di capi militari e alti funzionari del regime, la minaccia di fare fuori la guida suprema Khamenei, la possibilità reale di un intervento americano costituiscono un’altra e forse irreversibile picconata al diritto internazionale. 
Perché comunque la si racconti, mettendo al primo posto nella narrazione il «diritto» di Israele a difendersi, siamo oggettivamente di fronte a un’aggressione di uno Stato sovrano e a un’operazione da «bounty killer» con omicidi mirati decisi dal governo di Gerusalemme, al di fuori di qualsiasi cornice legale. …
A ben vedere, la «picconata» sulla legalità internazionale è anche più devastante rispetto alla palese violazione del diritto umanitario a Gaza. Israele sta compiendo un genocidio, decimando anche i bambini palestinesi, ma con la legittima arma politica della ritorsione per l’orrendo massacro subito ad opera di Hamas.

Anche a sinistra, però, c’è chi, pur criticando la politica di Netanyhau, non solo ritiene sia legittima l’esistenza dello stato di Israele ma che sia pure legittimo difenderne la sopravvivenza anche con una guerra preventiva verso chi ha sempre apertamente operato per la sua distruzione. E inoltre, siamo proprio sicuri che Israele abbia agito e agisca al di fuori di qualsiasi regola internazionale?
Il filosofo francese Bernard-Henry Levy, in un articolo comparso su La Stampa, chiarisce la questione in questi termini:
Perché adesso? La risposta è abbastanza semplice. Non serve ricorrere a chissà quali calcoli misteriosi dietro a questa decisione …  Un rapporto dell’Aiea, l’ente di controllo sull’energia atomica delle Nazioni Unite, ha comunicato che Teheran ha raggirato i suoi ispettori, ha raggiunto una percentuale di arricchimento dell’uranio superiore di 15 volte a ciò che è necessario per gli impianti civili, e ha accumulato una quantità di uranio arricchito di 45 volte superiore al limite consentito. Parallelamente a questo studio, i negoziatori americani si sono dati per vinti dopo cinque round di colloqui in Oman, al termine dei quali l’ayatollah Khamenei in persona ha dichiarato di non aver bisogno che qualcuno lo autorizzi ad arricchire il suo uranio e che per lui questo è un problema di sovranità non negoziabile. Questo si chiama vicolo cieco. Ed era una ragione sufficiente.

Bernard-Henry Levy prende poi in considerazione un altro quesito che spesso viene posto: Per quale motivo alcuni Paesi avrebbero diritto all’atomica e l’Iran no? 
Anche in questo caso, la risposta è chiarissima. Lo è fin dalle prime riflessioni concrete sulla questione (Günther Anders, Hans Jonas, Hannah Arendt, Bertrand Russell). Ragione numero uno: esiste una differenza sostanziale tra una democrazia e una tirannia, e un’arma non significa la stessa cosa né ha la stessa importanza negli arsenali dell’una o dell’altra. Ragione numero due: un’arma nucleare dissuasiva fatta per non essere utilizzata e un’arma offensiva il cui scopo dichiarato è la disintegrazione di un Paese confinante si chiamano nello stesso modo, hanno lo stesso nome, ma indicano due realtà completamente diverse. L’Iran è una tirannia, e il suo programma nucleare non ha mai avuto altro obiettivo se non quello di cancellare Israele dalla faccia della terra. Motivo in più per cui ciò che è concesso agli uni (Francia, Gran Bretagna, etc.) non potrebbe esserlo a quest’altra (la Repubblica Islamica).

Ma l’osservazione dirimente, per quanto riguarda l’accusa a Israele di aver agito illegalmente e in violazione della Carta delle Nazioni Unite, è quella contenuta in una lettera inviata al presidente del Consiglio di sicurezza dell’ONU dal ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. In essa – come si legge in un articolo del Times of Israel – il ministro ricorda, semplicemente, che Israele è già da tempo in conflitto armato con l’Iran:
non solo l’Iran ammette apertamente di voler distruggere Israele, ma sta anche attivamente implementando un programma per farlo attaccando direttamente Israele e usando i suoi delegati (Hezbollah, Hamas, Houthi – ndr-) per colpirlo. Aprite gli occhi, non vedete che siamo già in guerra? L’intero paradigma dell’autodifesa (al quale anche Israele è conforme) è ridondante.

Come abbiamo visto, i giornali di orientamento progressista ospitano critiche, anche durissime, alla guerra mossa da Israele all’Iran, forse sentendosi legittimati a farlo dal fatto che attualmente in Israele c’è al governo una coalizione di destra. Ma come la pensa l’opposizione al governo Netanyhau?
Questo il parere di Yair Lapid, già primo ministro israeliano e attualmente leader dell’opposizione a Netanyhau:
Un regime che per anni ha alimentato il terrorismo mortale, sia direttamente che attraverso i delegati, in Medio Oriente e oltre (Hezbollah, Hamas, Houthi), che ha finanziato il massacro del 7 ottobre e gli attacchi missilistici di Hezbollah contro i civili israeliani, ha dichiarato guerra a noi molto tempo fa. Ciò che l’Iran sta affrontando ora sono le conseguenze di quella guerra. … Come per Gaza, questa guerra non è contro il popolo iraniano. Questa guerra è contro la fanatica leadership iraniana che è nemica delle persone amanti della libertà ovunque – in Iran, in Israele e in tutto il mondo. …
Israele è sempre stato unito di fronte alle minacce esistenziali. Sono pienamente dietro gli obiettivi di questa operazione e dietro i nostri servizi di sicurezza. L’opposizione offrirà assistenza in ogni modo possibile per garantire il successo della missione. Quando si tratta della sicurezza del popolo di Israele di fronte ai nostri nemici, siamo un solo popolo, con una missione. I nostri figli non vivranno nel timore di una bomba nucleare iraniana. Ne oggi ne mai.

Il 19 giugno anche sul Times of Israel, nella sezione “Blog”, veniva pubblicato un post nel quale si parlava, anche lì, di picconate al diritto internazionale. Picconate che provengono, ormai da molti anni, dal regime iraniano degli Ayatollah. In questo caso non si tratta di picconate che prendono di mira i rapporti con altri stati ma i rapporti interni, quelli tra il governo e i cittadini:
Mentre i leader globali dibattono su come e quando affrontare la crescente aggressività del regime iraniano, la popolazione del Medio Oriente, soprattutto le donne, non può più permettersi di aspettare. In Israele, le sirene che annunciano attacchi missilistici dall’Iran e dai suoi alleati sono diventate un inquietante sottofondo alla vita quotidiana.

Ma ci sono anche altre sirene, meno udibili. Sono le grida che salgono dall’interno dell’Iran stesso: dalle donne private dei diritti, dai manifestanti ridotti al silenzio dai proiettili, dai civili schiacciati da un regime sempre più rincuorato dal silenzio del mondo. Questa non è solo una crisi regionale; è un banco di prova morale per la civiltà occidentale.
Per troppo tempo, i leader globali hanno rimandato un’azione decisiva, aggrappandosi all’illusione che la diplomazia potesse domare un regime che ha mostrato solo disprezzo per i diritti umani, il diritto internazionale e la stabilità regionale.
L’Iran non è solo un problema di Israele. È un esportatore globale di terrore, repressione e caos. La sua portata si estende da Teheran a Gaza, dagli assassini nelle città europee alla destabilizzazione dei mercati energetici globali.


Ma forse la guerra più brutale è quella combattuta in patria contro il suo stesso popolo, in particolare contro le donne. Dobbiamo ricordare il nome di Mahsa Amini, brutalizzata e uccisa per essersi scoperta i capelli in pubblico. Dobbiamo ricordare le migliaia di persone incarcerate, torturate e giustiziate per aver osato rivendicare le libertà fondamentali. Le donne in Iran subiscono non solo disuguaglianze sistemiche, ma anche violenze sancite dallo stato e la strumentalizzazione della legge, la sorveglianza morale e le percosse in pubblico, tutte concepite per instillare la paura e imporre il silenzio.
E ancora il mondo aspetta.


Nel diritto internazionale, si parla di “Responsabilità di Proteggere”, il principio che afferma il dovere della comunità globale di intervenire quando uno Stato manifestamente non riesce a proteggere il proprio popolo da atrocità di massa. Questa soglia è stata superata da tempo in Iran. …
Le sirene che sentiamo a Tel Aviv sono legate alle grida che sentiamo a Teheran. Le stesse reti estremiste che prendono di mira le famiglie israeliane con i missili sono quelle che imprigionano le adolescenti che osano togliersi il velo.
Il collegamento non è astratto. È immediato. È brutale. Ed è innegabile. …


… Netanyahu non è la causa di questa crisi. E non apprezzare le sue politiche non può essere una scusa per non sostenere le giustificate azioni di Israele contro l’Iran. …
La “Responsabilità di Proteggere” non è uno slogan. È un imperativo morale e legale. Ecco perché è il momento di agire. Abbiamo bisogno di una leadership coraggiosa e basata sui principi, leader che comprendano che la difesa dei diritti umani non riguarda solo i valori, ma anche la sicurezza globale. Abbiamo bisogno di una coalizione, guidata dagli Stati Uniti, unita agli alleati democratici e sostenuta dai movimenti femministi di tutto il mondo, che prenda sul serio il dovere di proteggere non solo dalla guerra, ma anche dai regimi che muovono guerra al proprio popolo.
La questione non è più se agire o meno; la questione è quanto tempo dovremo aspettare e quante altre persone soffriranno mentre lo faremo.
Questo è un momento che richiede chiarezza morale.
Il mondo risponderà?

Il presidente americano Donald Trump aveva da tempo nel suo programma il ridimensionamento del potenziale nucleare dell’Iran, che era e in parte rimane la principale fonte di instabilità nella regione mediorientale. Ed era a tutti noto che, qualora la via negoziale non avesse dato risultati apprezzabili, gli Stati Uniti sarebbero intervenuti direttamente.

Secondo il noto opinionista del NYT Thomas L. Friedman, dietro gli attacchi e i contrattacchi dell’attuale guerra tra Israele e Iran si cela lo scontro tra due dottrine strategiche, una che anima l’Iran e l’altra Israele, entrambe profondamente imperfette. Il presidente Trump ha la possibilità di correggerle entrambe e di creare la migliore opportunità per stabilizzare il Medio Oriente da decenni, se ne sarà all’altezza.

La dottrina strategica imperfetta dell’Iran e del suo rappresentante Hezbollah è una dottrina che Friedman chiama “il tentativo di superare in follia un avversario”:
Iran e Hezbollah sono sempre pronti ad andare fino in fondo, convinti che, qualunque cosa i loro avversari possano fare in risposta, li supereranno sempre con una misura più estrema. … Stanno praticamente dicendo al mondo: “Nessuno ci supererà in follia, quindi fate attenzione se vi scontrate con noi, perderete. Perché noi andiamo fino in fondo, e voi moderati ve ne andate e basta”.


Quella dottrina iraniana ha effettivamente aiutato Hezbollah a cacciare Israele dal Libano meridionale. Ma dove ha fallito è stata la convinzione di Iran ed Hezbollah di poter cacciare gli israeliani dalla loro patria biblica. Iran ed Hezbollah sono illusi in questo senso, così come Hamas. Continuano a riferirsi allo Stato ebraico come a un’impresa coloniale straniera, senza alcun legame indigeno con la terra, e quindi danno per scontato che gli ebrei alla fine subiranno la stessa sorte dei belgi nel Congo Belga. Ovvero, sotto una pressione sufficiente, alla fine torneranno alla loro versione del Belgio.
Ma gli ebrei israeliani non hanno il Belgio. Sono indigeni della loro patria biblica tanto quanto i palestinesi, a prescindere dalle assurdità “anticoloniali” che insegnano nelle università d’élite.


Pertanto, l’Iran e i suoi alleati non supereranno mai gli ebrei israeliani in quanto a follia. Al momento opportuno, saranno gli ebrei israeliani a superare l’Iran ed Hezbollah.
Dall’altra parte – è la tesi di Friedman – Benjamin Netanyahu e gli estremisti che lo sostengono e che oggi guidano il governo israeliano sono in preda al loro stesso errore strategico, la dottrina del “una volta per tutte”. Vorrei avere – dice Friedman – un dollaro per ogni volta che, dopo un attacco omicida contro gli ebrei israeliani da parte di palestinesi o di delegati iraniani, il governo israeliano ha dichiarato che avrebbe risolto il problema con la forza “una volta per tutte”. … Ma i palestinesi sono indigeni tanto quanto gli ebrei nella loro patria. Israele non li sottometterà mai “una volta per tutte”, a meno che non li uccida tutti.

La conclusione del ragionamento di Friedman è:
L’unico modo per avvicinarsi anche solo lontanamente alla fine del conflitto israelo-palestinese “una volta per tutte” è lavorare per una soluzione a due stati.

In realtà, un percorso verso la soluzione a due stati Trump, nella sua precedente presidenza, lo aveva già avviato. Quindi, se vuole ancora che si raggiunga un accordo, dovrebbe – scriveva  Friedman il 16 giugno – dichiarare di fare due cose contemporaneamente.
La prima è che, se l’Iran non consentirà all’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) di smantellare i suoi impianti nucleari sotterranei, equipaggerà Israele di bombardieri B-2 e bombe bunker-buster da 30.000 libre e addestratori statunitensi.
La seconda  è che l’America non tollererà la rapida espansione degli insediamenti in Cisgiordania né la creazione da parte di Israele di un unico Stato, cosa che “è la ricetta di una guerra senza fine”. Insomma, un accordo che crei le condizioni necessarie per una pace in Medio Oriente (e per una riduzione della presenza militare Americana in quella regione) deve puntare a costringere l’Iran a smettere di cercare di colonizzare i suoi vicini arabi e di distruggere Israele con una bomba nucleare, Israele a smettere di cercare di colonizzare l’intera Cisgiordania e i Palestinesi a smetterla con l’assurdità del “fiume al mare”. In poche parole: una nazione amante della pace deve continuare a esplorare alternative e ad abbinare la forza alla diplomazia.

Questa guerra –  concludeva Friedman – ha creato la migliore opportunità da decenni per un saggio statista di usare quella che Dennis Ross, negoziatore di lunga data in Medio Oriente, definisce nel suo nuovo libro, Statecraft 2.0,” diplomazia coercitiva“.
Trump è davvero intenzionato a farlo?

Un primo passo
il presidente americano lo ha fatto la notte tra il 21 e 22 giugno scorso, intervenendo in supporto della Operazione Lising Lion avviata da Israele il 13 giugno. E poiché si è trattato di una operazione molto complessa è presumibile che sia stata concertata e preparata per tempo.

L’Operazione americana, denominata “Martello di Mezzanotte”,  è iniziata – come ha raccontato Corriere.it – con il decollo di un paio di B-2 dalla base di Witheman, in Missouri, verso la base di Guam, nel Pacifico. Un trasferimento spiegato con motivazioni difensive. Ma era solo un diversivo, un inganno. Perché la formazione d’attacco, di 7 velivoli, è arrivata sugli obiettivi seguendo la classica rotta atlantica, accompagnata dai rifornitori. Diciotto ore di volo, rifornendosi più volte durante il viaggio, senza scalo.

GliSpirits, come sono conosciuti in codice, hanno sganciato 14 GBU 57, superbombe da 14 tonnellate: dodici su Fordow, il sito più prezioso, e due su Natanz, altro snodo del nucleare.
Una raffica di 30 cruise lanciati dal sommergibile Georgia ha poi investito Isfahan, il terzo perno del network atomico.
L’incursione dei B-2 è stata accompagnata dall’attività parallela di altri velivoli, un insieme di 125 aerei come gli EA-18 Growler – per la guerra elettronica e i caccia mobilitati nell’ultima fase (F 35, F 22). Gli americani hanno poi sfruttato i corridoi aperti dall’offensiva israeliana che ha portato ad una riduzione consistente dello scudo anti-aereo già debilitato dai precedenti round bellici. Oltre una settantina di missili e ordigni usati per lo strike.

Ha scritto Gianluca Di Feo su La repubblica: Si sono accaniti su Fordow, la montagna che custodiva sotto novanta metri di roccia le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, fondamentali per i disegni nucleari iraniani. Il B-2 è il solo velivolo a potere trasportare l’unica arma in grado di far collassare i laboratori scavati nel ventre di Fordow: la BU-57 Mop, un ordigno mostruoso pesante tredici tonnellate e lungo oltre sei metri, che penetra sessanta metri di cemento e poi innesca 2,3 tonnellate di esplosivo polimerico, progettato per generare un effetto simile a un terremoto.

Trump ha fatto l’annuncio poco prima delle otto di sera a Washington, con questo messaggio: “Abbiamo completato con uno spettacolare successo il nostro attacco ai tre siti nucleari in Iran, tra cui Fordow, Natanz ed Esfahan. Tutti gli aerei sono ora fuori dallo spazio aereo iraniano. Un carico completo di bombe è stato sganciato sul sito principale, Fordow. Tutti gli aerei stanno rientrando sani e salvi. Congratulazioni ai nostri grandi guerrieri americani. Nessun altro esercito al mondo avrebbe potuto fare questo. Ora è il momento della pace! “

Poco dopo, parlando alla nazione, ha detto: “I tre siti nucleari colpiti sono stati completamente e totalmente obliterati”. Quindi ha spiegato: “Il nostro obiettivo era la distruzione della capacità di arricchimento nucleare dell’Iran e la fine della minaccia nucleare rappresentata dallo Stato numero uno al mondo sponsor del terrorismo”. Infine ha avvertito gli Ayatollah: “L’Iran, il bullo del Medio Oriente che da anni minaccia morte all’America e a Israele, deve ora fare la pace. Se non la farà, gli attacchi futuri saranno molto più gravi e molto più facili. Abbiamo molti altri obiettivi, che verranno colpiti con rapidità e precisione”.

In un commento a caldo del 22 06 2025, sempre sul NYT, Friedman ha scritto:
Se vogliamo vedere trionfare le forze dell’integrazione in questa regione (Israele, Arabia Saudita, Emirati ed altri paesi arabi che non condividono la politica dell’Iran – ndr -) ciò che Trump ha fatto militarmente oggi è necessario, ma non è sufficiente.

La premessa per comprendere cosa  sta succedendo e cosa potrebbe/dovrebbe succedere nella regione mediorientale è rendersi conto che siamo in presenza di una lotta globale tra le forze dell’inclusione e le forze della resistenza:
Questa è una lotta tra paesi e leader che vedono il mondo e le loro nazioni beneficiare di più scambi, più cooperazione contro le minacce globali e una governance più decente, se non democratica, — rispetto ai regimi i cui leader prosperano nel resistere a queste tendenze perché il conflitto permette loro di tenere sotto controllo la popolazione, rafforzare gli eserciti e rubare facilmente i loro tesori”.


Thomas Friedman non è certo sospettabile di simpatie trumpiane. Ma il giudizio da lui espresso sull’operazione militare condotta da Trump nei confronti dell’Iran è positivo perché essa va nella direzione auspicata fin dall’inizio dell’operazione israeliana “Lisin lion”: aprire la possibilità, per l’asse dell’inclusione, di portare avanti un processo di pacificazione nella regione mediorientale. E naturalmente un indebolimento dell’asse della resistenza, l’asse cioè guidato dall’Iran. Non a caso Friedman si chiede se Trump ha capito da che parte sta Putin in questa lotta globale. E se lo chiede proprio perché a suo parere è tutta la stessa guerra. Putin e gli ayatollah vogliono esattamente lo stesso tipo di mondo: un mondo sicuro per l’autocrazia, sicuro per la teocrazia, sicuro per la loro corruzione; un mondo libero dai venti delle libertà personali, dallo stato di diritto, da una stampa libera; e un mondo sicuro sia per l’imperialismo russo che iraniano contro i vicini di mentalità indipendente.

Friedman è pienamente consapevole dei limiti e soprattutto delle contraddizioni riscontrabili nell’operato di Trump e di Netanyhau. Ma la complessità della situazione determinata dalla lotta globale in corso lo induce a dare rilievo a tutto ciò che di positivo è riscontrabile. Ed esprime il proprio giudizio su di loro usando una formula che mescola accuse e apprezzamenti:
Mi opporrò senza vergogna all’agenda annessionista di Netanyahu, al suo rifiuto di prendere in considerazione uno Stato palestinese a condizioni sicure e al suo tentativo di rovesciare la Corte Suprema di Israele, come se Israele non fosse in guerra con l’Iran. E loderò senza vergogna Netanyahu per aver affrontato il terribile regime iraniano, come se Israele non fosse nella morsa dei suoi suprematisti ebrei guidati da Bibi, che a loro modo minacciano un Medio Oriente più inclusivo. Loderò senza vergogna Trump per gli sforzi volti a ridurre le capacità dell’Iran di produrre bombe nucleari, come se non fosse impegnato in un pericoloso progetto autocratico in patria. E mi opporrò con tutte le mie forze alle mosse autocratiche di Trump in patria, come se non stesse affrontando l’autocrazia iraniana all’estero. Sono tutte cose vere e vanno dette.

Prima del 22 giugno e immediatamente a ridosso di quella data, molti giornali (compreso quello su cui scrive Thomas Friedman) ospitavano interventi nei quali venivano paventati scenari a dir poco disastrosi come conseguenza di un duro intervento (eventuale o appena avvenuto) degli Stati Uniti a sostegno dell’azione militare avviata da Israele nei confronti dell’Iran. Si paventavano terribili ritorsioni e/o pericolosi allargamenti del conflitto. La realtà, per fortuna, sta dando ragione (finora) a chi, come il giornalista Carlo Panella dell’Inkiesta.it (testata non sospettabile di stima e simpatia nei confronti di Trump), nell’attacco  americano alle basi nucleari iraniane vedeva la possibilità che si innescasse un processo di cambiamento positivo.

In un articolo pubblicato il 22 06 2025 Panella sostiene che Trump, sia pure per un capriccio degli Dei, per due volte ha compiuto scelte positive che cambieranno in meglio l’assetto del Medio Oriente. La prima volta è stata l’intensa attività diplomatica della sua prima Amministrazione, che ha portato agli Accordi di Abramo; la seconda è stato il recente bombardamento degli impianti nucleari iraniani che ha portato alla distruzione dell’asse portante della strategia di potere degli Ayatollah.

Panella prende in considerazione alcune delle preoccupazioni che vengono espresse dai  tanti, tantissimi critici dell’azione militare israeliana e ora americana. Preoccupazioni riassumibili nel quesito: il regime iraniano può innescare con la sua risposta a questi bombardamenti una crisi pericolosa, incontrollata e incontrollabile che peggiori l’assetto del Medio Oriente?

Un quesito, questo, che spesso viene posto aggiungendo banalità del tipo “la libertà e il bene dei popoli non possono venire dalle bombe, dalla guerra”, smentita dalla realtà dei fatti dell’ultimo secolo.

Il punto di vista di Panella è improntato all’ ottimismo. A suo avviso i “feroci sgherri” di Teheran sono sopravvalutati. In realtà non possono fare molti danni, perché l’Iran, dal punto di vista militare e bellico, è disperatamente solo.
La Russia di Vladimir Putin è sì la grande alleata strategica degli Ayatollah e dei Pasdaran, ma non può muovere un solo soldato, un solo drone (quelli con cui colpisce l’Ucraina sono iraniani), un solo missile per aiutarli e difenderli. La Russia è impantanata in Ucraina.
La Cina di Xi Jinping non è disposta oggi a mettere in crisi il suo modello di espansione commerciale su scala mondiale per un impegno militare a fianco di un regime che considera alleato, ma non al punto di sporcarsi le mani con un intervento bellico diretto a duemila chilometri di distanza.
Per contro, i paesi arabi e islamici, confinanti o meno con l’Iran, a parole molto critici contro Donald Trump, non vedono l’ora che il regime iraniano crolli, e attendono gli eventi con ipocrita speranza. Unica eccezione, Tayyp Erdogan, membro Nato e formalmente alleato degli Stati Uniti, che teme che la possibile crisi di regime a Teheran, innescata dalla palese sconfitta militare, metta in crisi i suoi disegni espansivi neottomani. Per contro, il saudita Mohammed bin Salman si accinge a godere delle conseguenze del declino umiliante dell’egemonia iraniana nella regione e con lui le monarchie del Golfo.


Per quanto riguarda le possibili ritorsioni militari che nei giorni e nei mesi a venire l’Iran potrebbe mettere in atto nei confronti degli USA il ragionamento di Panella è che i Pasdaran non posseggono strumenti per danneggiare più di tanto gli americani.
Ad esempio, rispetto al temuto blocco dello stretto di Hormuz (che farebbe schizzare alle stelle il prezzo del petrolio e provocherebbe una inflazione tale da mettere in crisi l’economia mondiale) l’Iran dispone di una flotta militare dotata di posamine che può essere spazzata via in poche decine di minuti dalla potentissima e consistente flotta che accompagna le portaerei Nimiz, Carl Vinson e Gerald Ford dispiegate proprio di fronte  allo stretto.
Lo stesso ragionamento, per fare un altro esempio, vale per i possibili attacchi alle basi americane. I Pasdaran  non dispongono di una rete satellitare che gli permetta di mirare con precisione gli obiettivi (che mancano regolarmente). Rete di cui dispongono invece Stati Uniti e Israele.

Questo non significa che i Pasdaran non potranno fare nessun danno ai target americani, ma significa che pagheranno in termini disastrosi e definitivi, e nell’arco di pochi giorni, la decisione di attaccare l’America causando forse dei danni, ma sostanzialmente contenuti.

Queste le conclusioni dell’editorialista di Linkiesta:
Sempre pronti a essere smentiti, riteniamo che la decisione di Donald Trump di entrare in guerra contro l’Iran a fianco di Israele sia win-win.
Soprattutto, riteniamo che da qui a qualche settimana, o al massimo qualche mese, questa decisione aprirà delle crepe all’interno del regime iraniano. Crepe di cui potrà probabilmente fruire un movimento di massa antiregime che con tutta probabilità sarà messo in campo dalle minoranze etniche che in Iran costituiscono ben il quaranta per cento della popolazione: curdi e baluci in primis. 

Per ora le ottimistiche previsioni dell’editorialista di Linkiesta non sono state smentite dai fatti e trovano fondamento all’interno del complesso scenario di lotta globale tra le forze dell’inclusione e le forze della resistenza delineato da Friedman.
In tale scenario il principale fattore di destabilizzazione nella regione mediorientale è costituito dall’Iran degli Ayatollah. Ridimensionando le mire imperialistiche dell’Iran Trump e Netanyahu hanno disinnescato un detonatore che ha finora impedito o comunque ostacolato la via diplomatica alla soluzione dei problemi che travagliano quella regione.

Le  considerazioni ottimistiche di Panella rendono più comprensibili le manifestazioni di apprezzamento espresse da Friedman nei confronti del presidente americano.

Secondo Friedman, per completare il lavoro iniziato, necessario ma non sufficiente, il vero colpo mortale per l’Iran e tutti gli oppositori – e la chiave di volta che renderebbe facile per Arabia Saudita, Libano, Siria e Iraq normalizzare le relazioni con Israele e consolidare la vittoria delle forze dell’inclusione – è che Trump dica a Netanyahu: ‘Esci da Gaza in cambio di un cessate il fuoco da parte di Hamas e del ritorno di tutti gli ostaggi israeliani. Lascia che una forza di pace araba si muova lì, benedetta da un’Autorità Nazionale Palestinese riformata, e quindi inizia quello che dovrà essere un lungo processo di costruzione di una struttura di governo credibile da parte dei palestinesi in cambio della cessazione di tutti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Ciò creerebbe le migliori condizioni per far nascere lì uno Stato palestinese’. Se Trump riuscisse a combinare la riduzione del potere dell’Iran con la costruzione di una soluzione a due Stati – e ad aiutare l’Ucraina a resistere alla Russia con la stessa disinvoltura con cui sta aiutando Israele a resistere all’Iran – darebbe un contributo concreto alla pace, alla sicurezza e all’inclusione sia in Europa che in Medio Oriente, che sarebbe storico.

Immagine in evidenza: public domain from wikimedia commons

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