Alle radici del conflitto (breve excursus storico) / 9     
Dagli Accordi di Abramo all’ultima Guerra di Gaza

Da quando ha consolidato il proprio potere nella Striscia di Gaza (2007) Hamas si è sempre adoperato attivamente affinché ogni iniziativa o proposta per una soluzione pacifica basata sul principio “due popoli, due stati” fallisse: dalla Conferenza di pace di Annapolis (avviata dagli Stati Uniti nel novembre 2007) che un autorevole leader di Hamas, Amed Youssef, ha definito “una perdita di tempo”, al Piano di pace del primo ministro israeliano Olmert nel 2008 che offriva concessioni significative per la creazione di uno Stato palestinese (respinto non solo da Hamas ma anche dall’Autorità Palestinese), alla Conferenza di pace di Sharm el Sheikh (2009) quando, invece di accogliere la proposta di un accordo duraturo e vincolante con Israele Hamas  preferì dare ascolto all’invito che gli giungeva da Teheran: ” non accettare il cessate il fuoco unilaterale dichiarato dai sionisti e non avere alcuna esitazione a colpire le loro postazioni strategiche con i missili“.

I missili, per l’appunto. Hamas ne ha sempre avuti  in grande quantità.
Come è stato possibile, visto che i confini della Striscia sono sempre stati sotto la sorveglianza delle forze di sicurezza israeliane ed egiziane?
L’approvvigionamento e lo stoccaggio, di tutte le armi di cui Hamas ha fatto e fa uso, avveniva e avviene attraverso una fitta rete di tunnel sotterranei alla cui costruzione Hamas ha sempre dedicato una parte consistente delle cospicue risorse economiche che ufficialmente riceveva e riceve per provvedere alla vita civile ed economica dei gazawi. I missili, il cui impiego prevalente da parte di Hamas non avviene quando infuria la guerra, ma quando il conflitto non è in corso. Per rendere (sono parole scritte nel programma politico del movimento islamista) la vita degli israeliani un inferno (solo nei primi due anni di governo della Striscia Hamas ha lanciato contro Israele 8621 razzi).

Dal 2007 ad oggi la Striscia di Gaza è stata teatro di ben sette operazioni militari condotte da Israele in risposta alle intensificazioni dei lanci missilistici da parte di Hamas cioè quando l’intensità dei lanci era tale da rendere veramente difficile il normale svolgimento della vita quotidiana.

Come abbiamo visto, le prime sei operazioni, il cui comune obiettivo era allentare la pressione esercitata da Hamas, ebbero una durata relativamente breve (la più lunga fu l’Operazione Margine Protettivo, nel 2014, che durò 49 giorni).

La settima operazione, ancora in corso, somiglia poco a quelle che l’hanno preceduta, non solo per durata (al momento in cui scriviamo ha già superato il 490esimo giorno) ma anche per intensità, numero di vittime, obiettivi e soggetti coinvolti.

Per comprendere la terribile guerra in corso, con l’immane tragedia che l’ha preceduta e determinata (l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023), non basta considerare la storica contrapposizione tra arabi ed ebrei in Palestina, è necessario considerare anche ulteriori elementi di contesto. Più di quanto non fosse necessario per il passato, bisogna vedere l’odierno conflitto israelo-palestinese all’interno delle dinamiche geopolitiche che investono l’intero Medio Oriente.

Per prima cosa va considerato che i fatti che stiamo raccontando hanno come sfondo uno scontro che vede contrapposte, nel mondo islamico, due visioni, due diverse prospettive: la visione proposta dal leader di fatto dell’Arabia Saudita il principe ereditario Mohammed Bin Salman e quella proposta dal leader iraniano l’ayatollah Ali Khamenei.
La prima, quella di MBS,  è orientata all’apertura verso l’Occidente e a normalizzare le relazioni con Israele; la seconda, quella di Khamenei  vede l’influenza  politica e culturale dell’Occidente come una minaccia per la civiltà islamica e perciò si oppone agli Stati Uniti e all’esistenza stessa di Israele (“avamposto dell’Occidente colonizzatore”).

MBS  vuole modernizzare il suo Paese, introdurre profondi cambiamenti sia sul piano economico che sul piano sociale. Le ragioni di ciò sono  varie.
Sul piano economico: il crollo dei prezzi del petrolio nel 2014 aveva messo in crisi il modello economico del Regno, rendendo evidente la necessità di operare un cambiamento, riducendo la dipendenza dell’economia dal petrolio, sviluppando altri settori (turismo, tecnologia, fonti di energia rinnovabile, data center e AI) e cercare di attrarre investimenti esteri , anche con la creazione di nuove città futuristiche, come NEOM, progettata per diventare un centro tecnologico e turistico di livello mondiale. E i risultati ci sono, perché oggi i sauditi sono molto più ricchi degli iraniani. Il Regno saudita ha più del doppio del PIL dell’Iran nonostante abbia meno della metà della sua popolazione.
Sul piano sociale: MBS ha saputo cogliere una esigenza presente nella parte più giovane della società saudita (composta per il 60% da persone sotto i 30 anni) rispondendo ad una crescente domanda di riforme nella direzione di una interpretazione meno austera dell’islam sunnita. Quindi una certa apertura a modelli di vita di tipo occidentale, promuovendo l’intrattenimento e il turismo, con eventi come concerti, festival e l’apertura di cinema (proibiti fino al 2018). La differenza più evidente con l’Iran, sul piano delle libertà sociali, riguarda il trattamento riservato alle donne: diversamente da quanto accade in Iran, nel regno saudita oggi le donne hanno il diritto di guidare e possono viaggiare liberamente anche all’estero senza bisogno di un tutore maschio e di recente sono state introdotte delle misure per ridurre l’obbligo di coprire i capelli e di indossare l’abaya. Sono state anche introdotte norme per garantire un maggiore accesso al mercato del lavoro.

Ali Khamenei, invece, vuole proseguire sulla strada tracciata dal predecessore ayatollah Khomeini con la sua rivoluzione islamista del 1979, per la realizzazione di una teocrazia islamica integrale.
Ciò implica svolgere una azione che mira a destabilizzare  la regione, contrastando qualsiasi progetto di normalizzazione dei rapporti tra Stati arabi e Israele. I proxy, gli intermediari (Milizie Popolari sciite -Hashd al-Shaabi- in Iraq, Hamas e Jihad Islamica in Palestina, il movimento sciita Hezbollah in Libia, i ribelli Houthi -Ansar Allah- nello Yemen) servono a questo. Le milizie sostenute dall’Iran dominano quattro stati: Iraq, Libano, Siria (ma qui ora la situazione è in evoluzione, in una direzione che non sembra essere favorevole all’Iran) e Yemen, nonché la Striscia di Gaza. Ergendosi a leader del radicalismo islamista (riassunto nello slogan “Morte all’America, morte a Israele”) la repubblica dell’Iran è riuscita a portare dalla sua parte non solo tutti i radicali sciiti, dal Libano al Pakistan, ma anche la maggior parte dei radicali sunniti che condividono la sua opposizione a Israele e agli Stati Uniti, tra cui al Qaeda e ISIS (l’attuale capo di al Qaeda, Saif al-Adel, risiede principalmente in Iran da due decenni)  che ora aspirano a rovesciare il governo dell’Arabia Saudita, nonostante esso vanti una discendenza sunnita.

Sul NYT del 2 maggio 2024 l’opinionista Thomas Friedman ha scritto che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita stavano dando “gli ultimi ritocchi a un’alleanza formale che potrebbe isolare l’Iran, frenare l’influenza della Cina in Medio Oriente e ispirare pacificamente un cambiamento più positivo in questa regione di quanto le invasioni statunitensi dell’Iraq e dell’Afghanistan abbiano mai fatto militarmente. ….. MBS ha anche fatto qualcosa che nessuno dei suoi predecessori aveva osato: rompere la morsa che gli islamisti più conservatori avevano sulla politica sociale e religiosa saudita dal 1979”. 

Bisogna poi considerare che a partire dal mese di settembre 2020, con la mediazione degli Stati Uniti, ha avuto inizio una serie di incontri e di accordi tra Paesi  islamici e Israele con l’obiettivo di avviare un processo di pace basato sul reciproco riconoscimento, la cooperazione economica e la normalizzazione dei rapporti diplomatici. Gli accordi stipulati vanno sotto la denominazione di “Accordi di Abramo” (dal nome del patriarca Abramo, considerato un profeta sia dall’ebraismo che dall’islam).

Inizialmente questo tipo di accordi ha coinvolto gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, che hanno firmato, separatamente, il loro accordo con Israele il 15 Settembre 2020. Poco dopo hanno fatto seguito gli accordi firmati dal Sudan (ottobre 2020) e dal Marocco (dicembre 2020). E a fine estate 2023 viene diffusa la notizia che  è sempre più vicino un accordo storico di pace tra Israele e Arabia Saudita o quantomeno una “normalizzazione” dei loro rapporti sulla  falsariga degli “Accordi di Abramo” .

La cosa viene confermata in un incontro bilaterale alla Casa Bianca tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente americano Joe Biden svoltosi il 20 settembre 2023. In quell’incontro il premier israeliano ebbe a dire che un patto del genere “farebbe fare molta strada in direzione della fine del conflitto arabo-israeliano” e “promuoverebbe una pace autentica tra Israele e i palestinesi“. 
Diciassette giorni dopo, il 7 ottobre 2023, il devastante attacco di Hamas nel sud di Israele.

motivazioni dell’attacco del 7 ottobre

L’8 ottobre 2023 RaiNews.it ha pubblicato una analisi di Zouhir Louassini, titolando:
“Il vero obiettivo di Hamas? Impedire la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita”.

Nel testo pubblicato da RaiNews.it si legge:  Il leader di Hamas, Ismael Haniyya, ha esposto chiaramente la sua posizione. Interpolando versetti del Corano e citazioni legate all’Islam politico, ha messo in luce l’obbiettivo fondamentale dell’attacco portato avanti dalla sua organizzazione: interrompere il processo di normalizzazione tra Israele e le nazioni arabe. ….
L’Arabia Saudita, punto di riferimento per tutti i musulmani che si rivolgono verso la Mecca per pregare cinque volte al giorno e luogo natio dell’Islam, detiene una leadership indiscussa nel mondo sunnita. La decisione di Riyadh di riconoscere Israele rappresenta, per gli islamisti di Hamas, un colpo significativamente dannoso per un movimento che non ha mai celato il suo principale obiettivo: cancellare lo Stato di Israele dalla mappa. Haniyya ha ribadito tale concetto più volte … . …..
L’Iran, un pilastro per gli sciiti e modello per i movimenti legati all’Islam politico originatosi in Egitto nel 1928 con i Fratelli Musulmani, ha visto Hamas come suo alleato fin dalla nascita di quest’ultimo. 

L’alleanza tra Hamas e Teheran si inserisce in una visione del mondo che trascende le differenze tra sunniti e sciiti, dando vita a una prospettiva politica in cui il concetto di Umma (nazione islamica) prende forma, e dove tempo e spazio diventano irrilevanti. I punti cardinali di questa visione si radicano in una percezione idealizzata della religione islamica come archetipo di vita, un Islam concepito in cui cospirazione e vittimismo servono a preservare il potere.
L’attacco condotto da Hamas voleva essenzialmente inviare un messaggio al mondo arabo e islamico: … scoraggiare gli altri dal percorrere la via della normalizzazione con Tel Aviv. Tutto ciò, intriso nella logica di chi non ha mai adottato, né mai voluto, una strategia di costruzione della pace … Nessuna strategia, e soprattutto, nessuna volontà.


Lo stratega di quanto è successo il 7 ottobre 2023 in Israele e nei 15 mesi successivi a Gaza e nel sud del Libano è  Yahya Sinwar, uno dei principali leader politico-militari di Hamas e in quel momento il capo generale di Hamas a Gaza (poi ucciso dai militari dell’IDF a Gaza il 16 ottobre 2024).
Sinwar si era formato come leader durante una lunga permanenza nelle prigioni israeliane per crimini legati al terrorismo, dove aveva dato più volte prova di essere un uomo determinato e spietato nell’individuare e punire i collaborazionisti. La reputazione di leader carcerario permise a Sinwar, una volta uscito di prigione (nel corso di uno scambio di prigionieri), di entrare a far parte del gruppo dirigente di Hamas.

Il reporter David Remnick, nella sua inchiesta sulla vita di Yahya Sinwar a Gaza  “Appunti dal sottosuolo”, racconta che (secondo le testimonianze raccolte) la missione di Sinwar era torturare i collaborazionisti e intimidire chiunque nella comunità pensasse di lavorare con gli israeliani. Lo faceva nel modo più crudele: sgocciolava olio bollente sulla testa delle persone per farle confessare. … Una volta ha messo un presunto collaborazionista in una tomba e lo ha seppellito vivo. Le persone erano terrorizzate da lui. Un ex ufficiale dei servizi di sicurezza israeliani che ha interrogato Sinwar in prigione, ha detto che era l’uomo più freddo che avesse mai incontrato. …..

… Nel 2017 Sinwar è stato eletto capo generale di Hamas a Gaza. Nei primi tempi, Sinwar ha presentato una visione più sfumata dell’ideologia di Hamas. Ha insistito nel linguaggio della resistenza e nell’affermazione che Israele fosse un’entità ebraica aliena su una terra lasciata in eredità all’Islam. ….. a volte, ha fatto intendere che fosse disponibile a un compromesso.
Nel 2018, una giornalista italiana di nome Francesca Borri visitò Gaza e organizzò un’intervista con Sinwar. Borri disse che Sinwar voleva inviare un messaggio in cui sosteneva che era a favore del “quiet for quiet”, una pausa nelle ostilità armate con Israele. “La verità è che una nuova guerra non è nell’interesse di nessuno”, disse a Borri. “Di sicuro, non è nel nostro. Chi vorrebbe affrontare una potenza nucleare con le fionde?”.

La retorica di Sinwar cominciò a incupirsi nel 2019. …..

Ci sono stati molti discorsi e incontri pubblici di Hamas prima del 7 ottobre 2023 che avrebbero dovuto instillare un forte senso di allarme nel governo Netanyahu. Uno ha avuto luogo il 30 settembre 2021, al Commodore Hotel di Gaza City, ….. Lo scopo delle discussioni, secondo i resoconti di Haaretz e del Middle East Media Research Institute, era quello di preparare un futuro dopo la “liberazione”, ovvero dopo la “scomparsa” dello Stato di Israele.
….. Nel dicembre 2022, alla commemorazione annuale della fondazione di Hamas, l’organizzazione ha invocato la frase “Stiamo arrivando con un’inondazione fragorosa”. Mkhaimar Abusada, studioso dell’Università di Al-Azhar, ha liquidato tali discorsi come una “grande barzelletta” in quei giorni. “Ne hanno parlato a lungo, della distruzione di Israele e della liberazione dal fiume al mare”, ha affermato. “Ma come politologo pensavo che servisse solo a tenere il popolo palestinese impegnato con le fantasie”.
Eppure c’erano anche altri segnali. …..
Samer Sinijlawi, un politico di Fatah a Gerusalemme Est, ha detto: “Sinwar ha fatto tutto il possibile per prepararsi e ne ha parlato apertamente, ma nessuno ci ha creduto”. …..


In seguito sarebbe stato rivelato che l’intelligence israeliana era da tempo in possesso di un piano di guerra di Hamas noto come Muro di Gerico, una mappa quasi esatta degli eventi del 7 ottobre. Sinwar aveva persino inviato un messaggio clandestino agli israeliani alcune settimane prima, avvertendoli di aspettarsi una recrudescenza nelle prigioni. ….. Tuttavia, quando i leader militari israeliani hanno ricevuto notizia, poco dopo le 3 del mattino del giorno dell’attacco, che i soldati di Hamas stavano intraprendendo delle manovre, i comandanti hanno concluso che probabilmente si trattava solo di esercitazioni.

Qual era la strategia di Hamas?
Il quotidiano La Repubblica ha reso noto, il 13 ottobre 2024, quanto avevano recentemente rivelato il Washington Post e il New York Times sulla base di verbali di riunioni segrete dei miliziani di Hamas, scoperti  a Gaza dall’esercito israeliano (i due giornali affermano di aver verificato l’attendibilità dei documenti a loro pervenuti). Tali documenti, confermando cose già note e aggiungendo particolari sconosciuti, consentono di delineare gli obiettivi e la strategia di Hamas (ideata e guidata da Sinwar).

Tre i capisaldi della strategia:
Uno è quello che abbiamo già raccontato (ovvero impedire l’accordo tra Israele ed Arabia Saudita ).

Il secondo: coinvolgere Hezbollah e Iran nell’attacco allo stato ebraico.
È chiaro che per portare a compimento un attacco complesso e sofisticato come quello realizzato il 7 ottobre 2023 Hamas non ha agito in solitudine. Tanto è vero che mentre Hamas lanciava razzi contro Israele dalla Striscia di Gaza Hezbollah lanciava missili dal Libano. E certamente i due proxi non hanno agito mentre il loro patrono, l’Iran, era all’oscuro di tutto.
Eppure le cose non sono andate esattamente come Sinwar credeva o sperava che andassero.
Ha scritto Ari Shavit su Foreign Affairs del 5 ottobre 2024: “Uno degli obiettivi di Sinwar nel lanciare l’offensiva del 7 ottobre era di costringere l’Iran ad accelerare i tempi per l’esecuzione del suo piano generale (distruggere Israele). Sperava che, in seguito alle atrocità di Hamas, Israele avrebbe agito in modo irrazionale. Credeva che un’escalation di violenza sarebbe sfuggita al controllo e avrebbe innescato una guerra multi-arena che alla fine si sarebbe trasformata in un cataclisma regionale”.

In realtà i verbali delle riunioni segrete dei miliziani di Hamas dicono molto di più sul coinvolgimento di Hezbollah e Iran. Entrambi approvavano il piano di Sinwar, che prevedeva un attacco congiunto dei tre apparati militari, ma chiedevano più tempo per prepararsi. Sinwar invece riteneva che fosse giunto il momento opportuno, perché Israele stava vivendo una crisi politica interna. E poi era anche preoccupato  del fatto che Israele stava preparando un nuovo scudo protettivo che avrebbe neutralizzato tutti i razzi di Hamas. Dopo alcuni rinvii, Sinwar ha deciso di procedere.

Il terzo caposaldo della strategia di Hamas è isolare ed indebolire Israele per renderlo più vulnerabile in un prossimo futuro. Sinwar si era reso conto di non poter sconfiggere Israele immediatamente, quindi sperava che Israele avrebbe reagito in modo irrazionale. Sinwar si aspettava che la reazione israeliana al pogrom del 7 ottobre sarebbe stata durissima e prevedeva che l’attacco a Israele avrebbe “richiesto sacrifici” alla popolazione civile di Gaza, che i 2 milioni e mezzo di palestinesi della Striscia avrebbero subito danni materiali e umani enormi, ma accettava tutto ciò come un prezzo da pagare. Quanto Sinwar fosse disposto a sacrificare la popolazione civile di Gaza lo dimostra il fatto che, quando ci fu l’invasione della Striscia da parte dell’esercito israeliano, da Hamas giunse l’ordine perentorio alla popolazione di non abbandonare le proprie case (cioè di non cercare si mettersi in salvo).Tutto subordinato allo scopo di minare la reputazione internazionale di Israele.

Per comprendere il senso della strategia di Sinwar è necessario considerarla in riferimento a quello che Thomas L. Friedman chiama “contesto della lotta più ampia che ha sostituito la Guerra Fredda come quadro delle attuali relazioni internazionali”. Il contesto cioè di una lotta tra una “coalizione di inclusione” (un’alleanza di paesi guidata dagli Stati Uniti che spinge il mondo verso una maggiore integrazione economica, apertura e collaborazione per affrontare le sfide globali) e una “coalizione di resistenza” (guidata da Russia, Iran e Corea del Nord che usano la loro opposizione al mondo di inclusione per giustificare la militarizzazione delle loro società e il mantenimento di una presa di ferro sul potere). Con la Cina a cavallo tra i due campi.
Anche se ora questo quadro  tende ad essere inficiato dall’evoluzione politica in atto negli Stati Uniti, si tratta comunque del quadro che ha definito le relazioni internazionali fino a pochi giorni fa.

Ha scritto Friedman sul NYT del 29 settembre 2024:
Bisogna vedere le guerre in Ucraina, Gaza e Libano nel contesto di questa lotta globale. L’Ucraina stava cercando di unirsi al mondo dell’inclusione in Europa, cercando di liberarsi dall’orbita della Russia e di unirsi all’Unione Europea, e Israele e l’Arabia Saudita stavano cercando di espandere il mondo dell’inclusione in Medio Oriente normalizzando le relazioni.
La Russia ha tentato di impedire all’Ucraina di unirsi all’Occidente (Unione Europea e NATO). L’Iran, Hamas e Hezbollah hanno tentato di impedire a Israele di unirsi all’Oriente (legami con l’Arabia Saudita).


L’attacco di Hamas ovvero “Operazione alluvione Al-Aqsa”

Alle 6:43 del mattino del 7 ottobre, Avi Rosenfeld, un generale di brigata che guidava la 143a divisione delle IDF, la divisione di Gaza, inviò un’urgente comunicazione militare: “I Filistei hanno invaso”. …..
Dopo aver lanciato una raffica di missili senza precedenti verso Israele e aver utilizzato una varietà di armi (droni, RPG) per “accecare” i suoi sistemi di comunicazione e sorveglianza, gli uomini di Sinwar hanno sfondato la barriera di confine in sessanta punti diversi. Migliaia di soldati guidati da Hamas si sono riversati nel sud di Israele, con l’ordine di uccidere e rapire quanti più soldati e civili possibile. Dopo di loro sono arrivati ​​i normali cittadini di Gaza (alcuni armati, altri no) che hanno ucciso, rapito, saccheggiato e, sempre,
filmato. (David Remnick, Appunti dal sottosuolo)

In una dichiarazione, Mohammad Deif, comandante militare di Hamas Gaza, ha annunciato l’inizio di una nuova operazione per liberare il delicato complesso della moschea al-Aqsa di Gerusalemme, che aveva avuto un aumento del numero di visitatori ebrei nelle ultime settimane a causa delle festività ebraiche. Ha detto che era solo la prima fase dei rinnovati sforzi di Hamas contro Israele:
“Abbiamo avvertito il nemico di non continuare la sua aggressione contro la moschea di al-Aqsa … L’età dell’aggressione del nemico senza una risposta è finita. Chiedo ai palestinesi ovunque in Cisgiordania e all’interno della Linea verde [territorio israeliano] di lanciare un attacco senza restrizioni. Vai in tutte le strade. Chiedo ai musulmani di tutto il mondo di lanciare un attacco”. (theguardian.com, 07 10 2023)

Viene preso di mira anche il festival musicale ‘Nova’, dove erano radunati migliaia di giovani. Contestualmente vengono lanciati migliaia di razzi verso Israele, dalle città del sud fino a Tel Aviv. Le forze armate dello Stato ebraico sono prese alla sprovvista e il bilancio è tragico: oltre 1200 vittime israeliane, mentre 251 persone vengono prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza. Fra i dispersi anche tre cittadini italo-israeliani. Il gruppo sciita Hezbollah lancia dal Libano razzi verso il nord di Israele. (il fatto quotidiano, “Quindici mesi di sangue tutte le tappe”, 15 01 2025)

Un’offensiva su più fronti, fatta da missili lanciati verso tutto il Paese, droni che mettono fuori uso le telecamere di sicurezza attorno al muro che divide la Striscia di Gaza dal territorio israeliano, uomini che atterrano al di là della barricata a bordo di piccoli deltaplani a motore e trattori che buttano giù un muro che si credeva indistruttibile.  
Villaggi che diventano luoghi di orrore: case date alle fiamme con abitanti all’interno, famiglie intere sterminate nei loro letti, anziani massacrati dalle granate, genitori uccisi davanti ai figli e figli uccisi davanti ai genitori. E poi torture, abusi, persone bruciate vive. E infine un festival di musica, il Supernova di Re’im, dove migliaia di ragazzi tentano una fuga disperata solo per trovarsi in auto crivellate da colpi o in rifugi che diventano bersaglio del lancio di granate: si salva solo chi riesce a nascondersi nella boscaglia in silenzio. Perché sono ore – 7, 10, 24, 30 a seconda dei posti – quelle che ci mettono le forze speciali e l’esercito, colti di sorpresa dall’attacco e dalla sua mole, ad arrivare.(La7, Omnibus, 11 10 2023)

Il 7 ottobre, Ismail Haniyeh, il capo del politburo di Hamas, si è rivolto agli ebrei di Israele. “Fuori dalla nostra terra. Fuori dalla nostra vista”, ha detto. “Siete stranieri in questa terra pura e benedetta. Non c’è posto o sicurezza per voi”. Non molto tempo dopo, un altro alto funzionario di Hamas, Ghazi Hamad, ha dichiarato alla televisione libanese che l’esistenza di Israele era “illogica” e che doveva essere eliminata. “Dobbiamo dare una lezione a Israele”, ha detto. “Il diluvio di Al-Aqsa è solo la prima volta, e ci sarà una seconda, una terza, una quarta”. ( Appunti dal sottosuolo di David Remnick)

Prove tecniche di genocidio

Re’im, Supernova musical festival
Sono le 6.30 quando al festival, a 5 km dal confine di Gaza, la  musica è interrotta dai primi razzi nel cielo.  Alle 7 del mattino, i miliziani hanno circondato l’area del festival. Successivamente hanno sparato sulla folla e hanno preso ostaggi tra i presenti.
I partecipanti che tentavano di fuggire, sono stati inseguiti e uccisi con colpi di arma da fuoco e granate. Alcuni feriti sono stati giustiziati a bruciapelo mentre erano accovacciati a terra. Il bilancio è di oltre 260 morti, un numero maggiore di feriti e molti presi in ostaggio.
Be’eri
A Be’eri, un commando di Hamas arriva intorno alle 6.20: non riuscendo a entrare, si apposta davanti al cancello del kibbutz. Quando arriva un’auto e lo apre, uccide le due persone a bordo e penetra nell’area. Alcune case vengono incendiate, altre fatte esplodere con le granate: decine di persone sono uccise dentro le loro abitazioni, molti corpi vengono ritrovati con segni di tortura.
Particolarmente straziante è stato il racconto di un funzionario della ZAKA, l’organizzazione che si occupa di recuperare i corpi delle vittime di attentati, incidenti o combattimenti, secondo cui “due mucchi di dieci bambini ciascuno furono legati alla schiena e bruciati vivi”. Nel kibbutz vivevano 350-400 persone: un quarto sono state uccise o rapite.
Kfar Azza
A Kfar Azza sono entrati una settantina di miliziani di Hamas: decine di residenti sono stati uccisi. Il kibbutz contava 400 residenti prima dell’attacco e ci sono voluti due giorni prima che le forze di difesa israeliane riprendessero il pieno controllo della comunità.
Almeno 63 sono i morti accertati e altri 20 o più dispersi: l’esercito israeliano ha detto che alcune delle vittime sono state decapitate, altre smembrate o bruciate vive.
(lab. Repubblica.it,  07  ottobre 2023)

Lo stupro come arma di terrore

Riguardo agli attacchi avvenuti il 7 ottobre, sono state raccolte diverse prove e testimonianze delle violenze sessuali e di genere perpetrate da Hamas contro le donne israeliane: si parla anche di stupri di gruppo e di mutilazioni genitali femminili. Molti episodi sono stati confermati dagli stessi video pubblicati online da Hamas – alcuni dei quali sono stati successivamente rimossi. …  Secondo le testimonianze, tra le vittime c’erano anche ragazzine e donne anziane.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu, il procuratore generale Gali Baharav-Miara e il procuratore di Stato Amit Aisman hanno dichiarato pubblicamente che i crimini commessi da Hamas il 7 ottobre includevano lo stupro: ora gli inquirenti stanno lavorando per raccogliere prove e dimostrare la fondatezza dell’accusa. … una testimone ha raccontato di aver assistito allo stupro di gruppo e all’omicidio di una giovane che si nascondeva dai membri di Hamas che indossavano uniformi militari. “Uno l’ha fatta piegare in avanti”, ha detto. “Ho capito che la stava violentando e la stava passando a un altro, anche lui in uniforme”. Successivamente, uno degli stupratori avrebbe sparato alla testa della donna e il gruppo avrebbe poi mutilato il suo corpo.
Per documentare le violenze avvenute il 7 ottobre è stata costituita una Commissione civile che mette insieme un gruppo di organizzazioni di donne, esperti legali e attivisti per i diritti umani: per settimane hanno raccolto prove e tenuto incontri pubblici – sia in Israele che all’estero – sulla portata della violenza di genere avvenuta quel giorno. Eppure, per settimane il Segretario generale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale in contesti di conflitto non ha condannato pubblicamente quanto accaduto, e diverse organizzazioni di donne di altri paesi hanno provato a minimizzare – e in alcuni casi a negare – i crimini sessuali commessi da Hamas. Per questo, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il Ministero degli esteri israeliano ha lanciato la campagna #BelieveIsraeliWomen, e un gruppo di donne israeliane ha organizzato una manifestazione davanti alle Nazioni Unite per protestare contro questo silenzio. Finalmente, il 29 novembre il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha condannato pubblicamente le violenze sessuali avvenute durante gli attacchi di Hamas, affermando che devono essere indagate e perseguite con forza.
Un funzionario medico che è intervenuto sui corpi delle vittime nella base militare di Shura – dove sono state portate la maggior parte delle persone uccise il 7 ottobre – ha confermato che i corpi di diverse donne avevano il bacino rotto, e vi erano altri segni fisici che riconducevano alla violenza sessuale. (valigiablu.it  29 11 2023)

C’era la stampa, tutta la stampa, inclusa la meno incline a provare simpatia per Israele, alla quale lo stupore ha regalato del talento e che, prima di riprendersi e di adoperarsi per relativizzare, sminuire e, se possibile, cancellare l’evento, aveva inviato i suoi migliori segugi a raccogliere e documentare questi orrori – penso, in particolare, al reportage del “New York Times” che descriveva una donna a cui avevano sparato da un pick-up come a un animale da macello e violentata da cinque uomini prima di essere finita con un coltello; un’altra a cui, dopo essere stata violentata, hanno  infilato, per gioco, decine di chiodi nell’ano e nelle cosce; altre due sono state finite con un proiettile nella vagina; a un’altra ancora un uomo ha tagliato i seni mentre un altro la penetrava; e a un’altra – cito sempre il “New York Times” – hanno inciso il viso prima di decapitarla. (Bernard-Henri Lévy, “Solitudine di Israele”, La nave di Teseo 2004)

La risposta di Israele e l’accusa di genocidio

Netanyahu ha colpe gravissime ma per ciò che è avvenuto prima del 7 Ottobre, quando ha creduto alla operazione di dissimulazione fatta da Hamas che gli ha comunicato che il suo terrorismo era più una sceneggiata che non una realtà e che invece andava realizzata una intesa fra le parti per isolare l’Autorità palestinese.
Netanyahu ha creduto a tutto ciò. Ha tacitato quella parte di servizi e di analisti che gli spiegavano che Hamas stava preparando ben altro, ha spostato l’esercito in Cisgiordania per sostenere i coloni che stanno invece seguendo una linea avventurista ed estremista. Come si vede errori di non poco conto.

Dopo il 7 Ottobre, però, Netanyahu non poteva che fare quello che ha fatto, cioè rispondere con la guerra per riconquistare la deterrenza perduta. Come ci insegnano anche gli Usa alla fine del secondo conflitto, la guerra è fondata su colpi durissimi che sono ben diversi da quello che è il genocidio, specie se la si deve fare contro Hamas che si serve in modo sistematico come copertura sia degli Israeliani rapiti, sia dei due milioni di palestinesi alla cui vita Hamas non si interessa. In questo quadro, allora, i responsabili dell’assassinio dei rapiti sono i terroristi di Hamas, non l’esercito israeliano e neanche Netanyahu. Hamas ha usato, con grande cinismo e abilità mediatica i rapiti per dividere gli israeliani e per influenzare l’opinione pubblica occidentale, parte della quale non chiedeva altro. (Fabrizio Cicchitto su “il riformista” )

(Concordiamo con buona parte di questa analisi, non con tutto. La risposta, anche durissima, era legittima. E tuttavia riteniamo che quello che è stato fatto da Netanyahu non è tutto quello che si poteva fare. Su questo torneremo in un altro post).

Una parte dell’opinione pubblica ha rovesciato addosso a Israele l’accusa di “genocidio”.

Di fronte ad una accusa così grave e infamante è doveroso chiedersi se essa si fonda su dati di fatto o se si tratta di un punto di vista che ha motivazioni di altro genere, ad esempio di tipo ideologico. Questo va detto perché “genocidio” è un  termine che ha un significato ben preciso, un termine di quelli cui i dizionari classici della lingua non attribuiscono alcun significato figurato (cosa che invece avviene, ad esempio, per un termine come “sterminio”). E va detto, anche, per rispetto verso i fatti storici che hanno portato alla necessità di forgiare questo termine. Si, perché prima del 1947 il termine genocidio non esisteva ed è nato dalla necessità di dare un nome ad un crimine che un nome non aveva: l’intenzione di eliminare un popolo cui fanno seguito la definizione di un piano e una serie di atti volti alla realizzazione del piano medesimo (insomma si voleva dare un nome al crimine che era stato commesso dal nazifascismo europeo nei confronti del popolo ebreo). Queste precisazioni di carattere linguistico e storico sono importanti (e probabilmente andrebbero ulteriormente approfondite) perché ci dicono in quale direzione occorre ricercare per rispondere al quesito se l’accusa rivolta allo Stato di Israele è fondata o meno.

La storia degli ultimi 100 anni ci consegna alcuni dati di fatto incontrovertibili.
Intanto il dato generale sulla popolazione araba della Palestina: da quando esiste lo Stato di Israele la popolazione araba della Palestina è passata da circa 700mila unità a circa 7milioni di unità.
Le guerre che hanno causato più vittime, da una parte e dall’altra, ovvero le tre guerre arabe (quella del 1948, quella del 1967 e quella del 1973) hanno visto gli arabi di Palestina dalla parte degli aggressori  non degli aggrediti.
Le sette  operazioni militari (guerre) condotte dallo Stato di Israele nel territorio di Gaza governato da Hamas, dal 2007 ad oggi, tutte avviate in risposta a precedenti aggressioni missilistiche condotte da Hamas, hanno complessivamente prodotto, su una popolazione di circa 2.500.000 persone, circa 50 mila vittime civili, la maggior parte causate nel corso dell’ultimo conflitto, che è anche stato il più lungo. Molte di queste vittime  si sarebbero potute evitare se (altro dato incontrovertibile) le milizie di Hamas avessero consentito agli abitanti di Gaza di abbandonare le proprie abitazioni durante i bombardamenti e di trovare rifugio attraverso i corridoi umanitari predisposti dall’esercito israeliano.

È un quadro, questo, che lascia poco spazio alla possibilità di formulare una accusa di genocidio basata sui fatti.
Più plausibile, quindi, l’ipotesi di una motivazione ideologica. Anche per il fatto che coloro che la sostengono non fanno mai riferimento ad un qualche documento, sia esso di natura politica o militare, in cui è riscontrabile un intento genocida da parte dello Stato di Israele. La stessa cosa non si può dire per le organizzazioni politiche della Resistenza palestinese. Come abbiamo visto, nella ricostruzione storica del conflitto, ciò che si verifica è proprio l’opposto: ogni documento politico programmatico delle organizzazioni della Resistenza palestinese (comprese quelle che si sono autodefinite moderate) contemplano l’eliminazione dello Stato d’Israele e in molti casi (come in Hamas) l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei.

Il ritorno dell’antisemitismo

Che il sostegno all’azione criminale di Hamas mostrato dagli studenti progressisti occidentali tornerà utile alla causa palestinese (intesa come legittima aspirazione degli arabi di Palestina all’autodeterminazione) è tutto da vedere. Ciò che per ora è certo, purtroppo, è che esso ha contribuito a rinvigorire l’antisemitismo.

Manifestazioni, marce, sit-in, “aperifada”, euforia per “l’eroica resistenza palestinese”: a un anno dal 7 ottobre l’odio per Israele e gli ebrei è diventato pop, di tendenza.
È  quanto scrive Andrea Minuz in un articolo comparso sul quotidiano “Il foglio” col titolo:
L’anno santo dell’antisemitismo
 
Un articolo che, con un pizzico di ironia e tanta amarezza, fa la cronaca di quanto è successo nelle “piazze del mondo”  nei primi dodici mesi trascorsi dall’assalto di Hamas ai kibbutzim  nel sud di Israele (che invitiamo a leggere). Qui di seguito riportiamo alcuni brevi stralci:

Il fatto è che a un anno dal 7 ottobre, il grande e unico successo di Hamas siamo noi. La confusione culturale dell’occidente, la complicità, l’impennata di antisemitismo, la palestinizzazione delle nostre piazze. Un obiettivo pianificato, cercato, centrato. Siamo noi che languiamo per Hamas e Hezbollah mentre in Siria e in Iran i giovani festeggiano l’uscita di scena di Nasrallah con dolcetti e cioccolatini (una sua perla a caso: “Per omossessuali e lesbiche la punizione deve sempre essere la morte, dobbiamo rigettare ogni loro normalizzazione, dobbiamo continuare a usare parole come ‘anormali’, ‘checche’ e altri epiteti per descrivere tutto l’orrore dei loro atti”). A Roma invece il cartello “meglio froci che sionisti”.  …..

Il fatto è che dal 7 ottobre il più classico antisemitismo che accompagna la storia degli ebrei dalla notte dei tempi si è trasformato in qualcosa di nuovo. Tanto per cominciare non sembra più così riprovevole. È diventato pop, di tendenza, glamour. Fa sentire dalla parte giusta. Accende i riflettori. Fa brillare nel maestoso discorso dell’Impegno: libri, conferenze, film, performance, premi, appelli umanitari, al cui fondo c’è sempre una trasformazione del terrorista di Hamas o Hezbollah in “eroe culturale”. Un antisemitismo non più inaccettabile e vergognoso, ma sentimento “complesso” e che se ben “contestualizzato” può essere condiviso anche a tavola, tra persone educate, sensibili e naturalmente progressiste. Dopo la doverosa premessa, “non sono antisemita ma antisionista”, si squadernerà il catalogo di “apartheid”, “Netanyahu criminale di guerra”, “Gaza prigione a cielo aperto”, “75 anni di occupazione coloniale”, “stop al genocidio” e al televoto.
Il vecchio stereotipo dell’ebreo vittima è rovesciato nel suo opposto. Un ebreo carnefice, nazista, colonialista, assetato del sangue dei bambini di Gaza. Vittima e carnefice sono due modi speculari di azzerare la concretezza umana degli ebrei. …..

Lo choc per il 7 ottobre è durato niente. Poi tutto  un happening molto fusion di antagonisti, pacifisti, fasciosfera, attori, registi, scrittori militanti, “rapper per Gaza”, nuovi leninisti e “professoresse democratiche” …..

Bisogna riconoscere un certo scatenamento della fantasia. Bisogna dare atto di un universo narrativo epico e potente, come nelle grandi saghe fantasy, la Morte Nera Sionista contro i “ribelli della resistenza”, Hamas, Hezbollah, i pasdaran, che allestiscono per noi un futuro di jihad e libertà. …..

Hamas sapeva che nell’opinione pubblica occidentale la causa di questa guerra sarebbe presto scemata, rimossa, dimenticata, lasciando sotto i riflettori solo le operazioni militari di Israele, le macerie di Gaza, lo strazio per le vittime civili, purché di matrice israeliana. Come i missili e i razzi: si vedono solo quando vanno da Israele in Libano, mai nella traiettoria opposta. Però neanche Hamas immaginava la facilità e la rapidità con cui si è messa in moto la macchina antisraeliana. Gridare al megafono “morte a Israele” il giorno in cui 1.200 ebrei sono stati massacrati e altri 251 rapiti e ficcati nei tunnel di Gaza è come andare a piazza del Popolo l’11 settembre con le bandiere di Al Qaeda, o il 27 gennaio vestiti da SS, ballando sui carri con trombette e DJ set, “from the river to the Reich”, ma non diamo troppe idee, per carità. …..

Come già con l’orrenda prosa ministerial-leninista delle Br, anche l’antisionismo di piazza pone un tema linguistico. C’è di tutto: dalla più classica versificazione postmarxista (“fare della solidarietà internazionalista un’arma per rovesciare i complici e gli alleati dei sionisti”) allo scintillante lessico della “social justice” (“creare un terreno di lotte intersezionali per la liberazione umana e animale, dall’oppressione colonialista, dalla violenza sionista e dalla devastazione ambientale”). …..

Penso che si sovrastimi il peso dell’ideologia, perché qui prima di tutto è saltato in aria il linguaggio. Le parole non dicono più nulla. Se chiamiamo “negazionista” chi non è d’accordo con noi, se dire a una donna “guidi molto bene” è una “microaggressione”, se nei premi letterari si invoca la “meritocrazia”, allora va bene anche il ritornello sul “genocidio”. Va bene la sua presa immediata sui cuori e le menti umanitarie, ci vuole un parolone per far risuonare meglio la ripulsa morale. E lasciando stare che sarebbe anche l’unico “annientamento pianificato” di un popolo che da anni mantiene uno dei più alti tassi di crescita demografica al mondo, e quindi un genocidio quantomeno disfunzionale, c’è in questo slittamento del termine da oggetto del diritto internazionale a categoria psichica un ovvio uso tattico: ribaltare in una parola sola Gaza in Auschwitz. I vecchi oppressi in sadici oppressori. Gli eredi della Shoah nei nuovi artefici del “Male assoluto”. 


È invece sicuro che i massacri del 7 ottobre non sono riconducibili a nessuna guerra di liberazione o alla logica classica degli attentati, ma a un rito religioso: la purificazione della terra dagli ebrei. Un format millenario. Le modalità di quel pogrom, il modo in cui è stato filmato e celebrato, la folla in estasi tra i cadaveri mutilati, tutto è riconducibile non alla guerra ma alla catarsi e agli atti di purificazione religiosa. È persino inutile ricordare che con tutti i soldi ricevuti dalla comunità internazionale in questi anni, Gaza sarebbe dovuta essere più ricca di Dubai, e con una metropolitana più grande di quella di Londra al posto di quei cinquecento chilometri di tunnel da usare per gli attentati. Oppure che l’azione di Hamas è arrivata nel mezzo di un accordo ormai a buon punto tra Israele e Arabia Saudita (o che l’11 settembre 2001 era l’anniversario degli accordi di Camp David). Non serve nemmeno rievocare qui la lunga storia di trattative e negoziati fatti saltare dal mondo arabo, perché lo scopo non è mai la liberazione della Palestina o la pace ma la distruzione di Israele. …..

Ma proprio non si può restare sempre equidistanti. E’ vero, come dice Amos Oz, che il nemico del presente è il fanatismo, figura universale imbestialita anche da vent’anni di risse sui social. Ma è anche insopportabile la complicità culturale, l’ammiccamento, la giustificazione, il relativismo di chi mette sullo stesso piano i morti dei bombardamenti e le scatole di chiodi conficcate da Hamas nelle vagine delle ragazze israeliane prima di sparargli in testa. Il vantaggio di avere due guerre in contemporanea sui social è che si può toccare con mano la sproporzione: ripulsa collettiva per le azioni di guerra israeliane e scarso interesse per le bombe di Putin su un ospedale pediatrico. …..

NOTA a piè pagina:
nel 2004 si è registrato un aumento dei crimini legati all’antisemitismo in diverse parti del mondo, in particolare in Europa. Secondo vari rapporti, tra cui quelli dell’OSCE, dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) e dell’Anti-Defamation League (ADL), si è verificata una crescita degli atti di violenza, vandalismo e minacce contro le comunità ebraiche di oltre il 400% rispetto all’anno precedente.

Immagine in evidenza: Public Domain from Wikimedia Commons
Immagini nel testo (nell’ordine):
Israel Defence Forces from Wikimedia Commoms
U.S. Secretary of Defence from Wikimedia Commons
Khamenei.ir from Wikimedia Commons
Unknown author from Wikimedia Commons
Public Domain from Wikimedia Commons
Chenspec from Wikimedia Commons

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.