I cattolici tradizionalisti /1

Vogliamo dimostrare questa tesi: il fallimento della ricostruzione della storia della Chiesa (di conseguenza del principio di infallibilità e della concezione dogmatica di intendere il pensiero di Gesù) da parte della teologia di Benedetto XVI, prendendo in esame “Il discorso di Sua Santità Benedetto XVI alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi”.
Esso è stato scritto otto mesi dopo l’elezione a papa e rappresenta uno dei testi più noti, in cui è possibile individuare le linee guida del pensiero filosofico-teologico del papa emerito. È perciò interessante e utile analizzarlo in dettaglio per valutarne l’efficacia esplicativa e gli eventuali limiti. Ecco il passaggio centrale della filosofia ratzingeriana:

Due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino. L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare.

Attraverso “l’ermeneutica della riforma nella continuità” Benedetto XVI cerca di ricostruire le vicende dottrinale della Chiesa cattolica nel corso di duemila anni, per poterle collocare in un quadro armoniosamente unitario, in cui tutti i tasselli si incastrino perfettamente. In questa ricomposizione delle vicende ecclesiastiche svoltesi nei secoli, è stato necessario, per il papa, garantire la presenza, al di là delle apparenze superficiali, dei contenuti fondamentali, riconducibili all’insegnamento essenziale dei Vangeli e al rispetto dei principi centrali della fede. Era infatti indispensabile, per il teologo Ratzinger, riuscire a confermare due elementi collegati tra loro e basilari per la Chiesa cattolica: la partecipazione vigile dello Spirito che l’ha sempre assistita nella scelta e nel mantenimento della giusta dottrina (malgrado i comportamenti alcune volte scandalosi dei successori di Pietro, del clero e dei fedeli) e il ruolo del Papa di Roma non solo Pastore, ma soprattutto Maestro infallibile di “fede e costumi” (dogma del 18 luglio1870). D’altronde, se si potesse dimostrare che le scelte della Chiesa riguardo ai principi di fede e di morale sono cambiate nel tempo si metterebbe in crisi non un unico aspetto, ma tutto l’impianto dogmatico complessivo a partire dalla stessa infallibilità di papi e di concili, la negazione del sacerdozio femminile, il celibato del clero.

Secondo Benedetto XVI, la Chiesa di Pietro, di Gregorio Magno, quella di Innocenzo III, quella di Bonifacio VIII, quella di Alessandro VI Borgia, e via fino alla chiesa di Papa Pio XII e a quella del papa Buono, Angelo Roncalli, hanno tutte, oltre le necessarie e comprensibili differenze di contesto storico, una matrice unitaria nell’insegnamento etico e nella conferma dei principi della fede, e questa matrice consiste nel non aver mai smarrito l’aggancio alla parola autentica del Figlio di Dio, senza mai contraddirsi.
Per sostenere questo assunto papa Benedetto compie con destrezza una operazione che ricorda quella dello scolaro (menzionato da Joseph Roth) il quale modifica il problema di matematica sulla base del risultato che ha ottenuto. Benedetto XVI infatti, per poter poi sostenere la plausibilità della “tesi sulla continuità” nell’operato della Chiesa, trasforma, in funzione del suo ragionamento, fatti ed eventi della storia antica e moderna, introducendo elementi da lui immaginati ed anacronistici. I teologi sono dotatissimi nel talento di scovare spiegazioni e non ravvisano nulla che non possano giustificare, affermava un intenditore. Bisogna aggiungere, tuttavia, che queste spiegazioni vanno a scapito di una lettura sostenibile e fondata sui fatti reali. Non a caso vengono proposte dal Papa interpretazioni senza elementi giustificativi: in altre parole quelle di Benedetto XVI sono ricostruzioni puramente soggettive (alquanto ”relative”, senza offesa!) di episodi del passato. Benedetto XVI, per poter mantenere il filo della “continuità” nella storia della Chiesa, è costretto ad inventarsi fatti ed eventi di cui non solo non porta alcuna prova certa, ma che rappresentano, già ad una prima lettura, sostanziali forzature della realtà storica. Entriamo allora nel merito.

La continuità dei principi della fede e della morale, dalla stesura dei Vangeli nel primo secolo fino ai giorni nostri, si è sempre mantenuta salda nelle Chiesa, in ogni epoca, “anche se sfugge facilmente alla prima percezione”: questo è il punto di partenza del papa emerito. L’esempio illustrato dal papa per giustificare tale affermazione riguarda la libertà religiosa, la libertà di professare la fede e il culto, da riconoscersi a tutte le religioni perché essa va concepita come diritto naturale (cioè divino) e inalienabile della persona, secondo il Concilio Vaticano II, “Dignitatis Humanae” articolo 9.
A parere di Benedetto XVI il tema della libertà religiosa non è mai scomparso dall’ambito morale approvato dalla Gerarchia cattolica e, anche se sottotraccia in certi momenti storici, esso rappresenta il filo della continuità e del collegamento con l’epoca attuale, filo neanche una volta spezzato né mai negato nel corso dei secoli. A nostro parere, invece, la “Dignitatis Humanae” – con la sua proposta assolutamente innovativa – segna, al contrario di quanto sostiene Benedetto XVI, una profonda e drammatica frattura nella vita della Chiesa cattolica, sia rispetto alla componente tradizionalista del clero e dei laici, che ne sono rimasti sconvolti ed indignati, sia rispetto alle dichiarazioni, alle encicliche, ai pronunciamenti autorevoli dei pontefici precedenti, che hanno esplicitamente rifiutato la libertà religiosa. Questi ultimi, infatti, pur ammettendo la libertà di coscienza (ci mancherebbe!) hanno tuttavia negato e ostracizzato ogni tentativo di praticare un qualsiasi altro culto corrispondente alla scelta della persona, appellandosi alle Scritture e alla Tradizione. Ora, il diritto a professare la propria fede pubblicamente è stato sancito durante il famigerato Illuminismo e fa parte della Costituzione del 1789 in Francia. La Chiesa cattolica come ha reagito a questo evento?  

La Chiesa ha reagito male, molto male. Pio VI, il papa della Rivoluzione Francese, aveva affermato che non vi era “stoltezza maggiore” del diritto a esercitare e praticare la propria religione, accusa accompagnata da altre amenità quale il ricordare che “… fu stabilita la pena di scomunica a chi mangiasse sangue di bestie soffocate…. Viene parimenti scomunicato chiunque asserisse che … la Messa si deve celebrare in lingua volgare “ (dalla Lettera Quod aliquantum del 1791).
Chi era Pio VI? Era autore dell’editto del 1775 “Fra le pastorali sollecitudini” in cui recuperava dalle passate legislazioni ed aggravava vergognosi divieti nei confronti degli ebrei (divieti di mestiere, di contatti con i cristiani, di abitazione, di libri) in particolare proibizioni proprio in merito alla libertà di culto, mentre invece, contemporaneamente, su questi temi gli esponenti dell’Illuminismo ponevano l’accento opposto.

Coerentemente con queste scelte, Pio VI andò sempre più emarginando le forze intellettuali cattoliche riformatrici, aperte al rinnovamento della Chiesa e del suo rapporto con il mondo moderno che avevano avuto modo di esprimersi nel pontificato precedente. Tali gruppi prospettavano un accordo tra filosofia e cristianesimo in chiave di riforma della Chiesa e di ritorno alla “vera religione” e teorizzavano la funzione civile e culturale degli intellettuali. Anche queste istanze vennero progressivamente tacitate all’interno di una chiusura totale nei confronti della filosofia illuministica e della cultura coeva” (da una fonte non schierata).

L’opposizione di Pio VI alla libertà religiosa viene da molto lontano. Infatti, appena ha potuto, la Gerarchia cattolica ha cercato di impedire la libertà di professare altri culti. Dopo le persecuzioni subite nei primi tre secoli, scelto nel 380 d.C come religione ufficiale dell’Impero romano, il Cristianesimo ne diviene anche l’unica religione autorizzata ad esercitare il culto (legislazione dell’imperatore Teodosio) e sono vietate progressivamente le pratiche delle altre fedi. Il Cristianesimo, nella versione di Roma, si propone quindi come la religione dell’Europa occidentale, la religione che lo Stato stesso vorrà garantire come unica, durante tutto il medioevo, usando anche la forza, quando sarà il caso, contro le eresie (a partire già dal IV secolo fino all’esperienza dell’Inquisizione). Malgrado tutto ciò, scrive Benedetto XVI nel testo già citato:

La Chiesa antica, con naturalezza, ha pregato per gli imperatori e per i responsabili politici considerando questo un suo dovere (1 Tm 2,2); ma, mentre pregava per gli imperatori, ha invece rifiutato di adorarli, e con ciò ha respinto chiaramente la religione di Stato.

Prima affermazione quanto meno avventata, la quale utilizza abilmente un sotterfugio logico. Infatti qui il Santo Padre generalizza un elemento storico che ha avuto solo un riferimento limitato, senza esplicitare l’operazione che sta compiendo. Egli cerca cioè di far credere al lettore che la Chiesa antica, siccome era contro “la religione di stato” dell’Impero romano, siccome non ne riconosceva alcun valore essendo, dal suo punto di vista, soltanto superstizione, allora conseguentemente – secondo Benedetto XVI – era contro ogni religione di Stato. Non è vero, storicamente.

Fino all’inizio del secolo XX, la norma, in Europa, consiste nella presenza dello Stato cattolico o confessionale, auspicato incessantemente dalla Chiesa. Sono sempre esistiti Stati cattolici e la storia della Chiesa, dal IV secolo fino a Pio XII, ha puntato a realizzare con questi Stati accordi, patti, concordati in cui essa venisse riconosciuta dal potere politico (per esempio, dall’ “uomo della Provvidenza”, Benito Mussolini e il Concordato del 1929) come religione di stato. I contenuti dottrinali di encicliche, documenti, insegnamenti papali trovano la loro realizzazione perfetta nel Concordato tra la Santa Sede e la Spagna del 1953. Il Concordato spagnolo, particolarmente elogiato da papa Pacelli come esemplare, riconoscendo la religione cattolica come religione dello stato, (art.1: «La religione cattolica, apostolica, romana continua a essere la sola religione della nazione spagnola […]») mantiene il contenuto della Costituzione del 13 luglio 1945, che stabilisce, all’articolo 6: “1) La professione e la pratica della religione cattolica, che è quella dello Stato Spagnolo, godranno della protezione ufficiale. “2) Nessuno potrà venir disturbato per le sue convinzioni religiose o per il privato esercizio della sua religione (consentita la libertà di coscienza in foro interno, ndr). Non vi è autorizzazione per cerimonie pubbliche o manifestazioni che non siano quelle della religione cattolica (negata la libertà di religione in foro esterno, ndr).”.
Questa abolizione dei culti diversi da quello cattolico non era affermata e convalidata come doverosamente e moralmente lecita dal solo Pio XII. Che lo Stato non avesse il diritto di essere “laico”, ma dovesse, in quanto Stato, riconoscere la regalità di Cristo e a Lui inchinarsi, facendo in modo che non vi fosse alcuna contraddizione tra le leggi civili che promulgava e le leggi di Dio, beninteso interpretate dalla Chiesa, compresa la negazione della libertà di religione altrui, è stato teorizzato da parecchi pontefici. Secondo molti teologi del passato, i Papi hanno fondato questa loro concezione, basandosi sul dogma di fede secondo il quale la religione cristiana, l’unica vera per origine divina, non può esser mai considerata uguale alle altre. Conseguentemente, spetta allo Stato il far valere nella società questa rivendicazione di esclusività. E allora vediamo più da vicino l’intolleranza totale nei confronti della libertà religiosa (per gli altri).

* * *

La concezione teorica che animava l’avversione della Chiesa nei riguardi delle altre pratiche religiose è nata da una costatazione “oggettiva” e dogmatica: l’esistenza di una sola, unica, vera e rivelata religione, la cui presenza, inevitabilmente fino al Vaticano II e ancor oggi per i tradizionalisti, doveva escludere tutte le altre. E allora la possibilità di praticare un altro culto? Viene negata ripetutamente – fino al 1965 – dalla gerarchia ecclesiastica, in quanto per la Chiesa non può esistere il diritto di praticare l’errore spirituale, cioè un’altra religione. Ogni altra religione, in definitiva, può essere soltanto o superstizione o costruzione umana oppure eresia. L’editto di Tessalonica emesso nel 380 dichiara il cristianesimo secondo i canoni del Concilio di Nicea la religione ufficiale dell’impero, proibendo l’eresia e i riti pagani. Da allora progressivamente scompare la libertà di culto in ogni luogo in cui la Chiesa riesce ad allearsi al potere politico. Non a caso già Agostino “Ma qual morte peggiore può darsi all’anima della libertà dell’errore?” esclamava (Ep. 166) e siamo nel 416 d.C. Dobbiamo ora aspettare il sorgere delle filosofie liberali e dell’Illuminismo perché si metta in movimento l’idea della “tolleranza religiosa” e di conseguenza ricompaia, in maniera esplicita, la reazione avversa della Chiesa.

Appena Pio VI ha terminato di condannare la libertà religiosa, troviamo l’avvincente lettera al Vescovo di Troyes da parte di Pio VII (1814):

 Il nostro cuore è ancor più profondamente afflitto da una nuova causa di dolore che, lo ammettiamo, ci tormenta e fa sorgere profondo scoramento ed estrema angoscia: è l’articolo 22 della Costituzione francese. Non soltanto esso permette la libertà dei culti e di coscienza, per citare i termini precisi dell’articolo, ma promette sostegno e protezione a questa libertà ….  Questa legge fa ben più che stabilire la libertà per tutti i culti senza distinzione: mescola la verità con l’errore e pone le sette eretiche e perfino il Giudaismo sullo stesso piano della santa ed immacolata Sposa di Cristo, fuori della quale non ci può essere salvezza… .

Anche Pio VIII, pur essendo papa per un tempo breve ( venti mesi), nell’unica sua enciclica, “Traditi Humilitati” del 1829, ha voluto ricordare e stigmatizzare la nefandezza della libertà religiosa, con termini perfino simpaticamente iperbolici:

A questo fine mira la turpe congiura dei sofisti di questo secolo, che non ammettono alcun discrimine tra le diverse professioni di fede; che ritengono sia aperto a tutti il porto dell’eterna salute, qualunque sia la loro confessione religiosa … è un orrendo prodigio d’empietà attribuire la stessa lode alla verità e all’errore, alla virtù e al vizio, alla onestà e alla turpitudine. È davvero letale questa forma d’indifferenza religiosa ed è respinta dal lume stesso della ragione naturale, la quale ci avverte chiaramente che tra religioni discordanti se l’una è vera, l’altra è necessariamente falsa, e che non può esistere alcun rapporto tra luce e tenebre. Occorre, Venerabili Fratelli, premunire i popoli contro questi ingannatori, insegnare che la Cattolica è la sola vera religione, secondo le parole dell’Apostolo: «Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo»”.

Continuiamo con Gregorio XVI, che riconferma, nel 1832, il concetto, nell’ enciclica “Mirari vos”, con la definizione, rimasta famosa, di “delirio”:

quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato… 

Nell 1864 Pio IX con “Quanta Cura” ribadisce la condanna della libertà religiosa e all’Enciclica allega 80 proposizioni, già condannate dai predecessori, chiamate “Sillabo” (cioè Catalogo). Tra esse la numero XV afferma:

È libero ciascun uomo di abbracciare e professare quella religione che, sulla scorta del lume della ragione, avrà reputato essere vera.

Questo concetto costituisce per Pio IX “uno dei principali errori dell’età nostra”. Successivamente Leone XIII riprende le tesi tradizionali sullo Stato cattolico nella sua enciclica “Libertas” (1888):

La società civile deve riconoscere Dio come suo Padre Fondatore, e deve obbedire e riverire il Suo potere ed autorità. La giustizia perciò proibisce e la ragione stessa proibisce allo Stato di essere senza Dio o di adottare una linea di azione che termini nell’assenza di Dio – vale a dire, di trattare allo stesso modo le varie religioni (come le chiamano), e di attribuire loro promiscuamente eguali diritti e privilegi.

Quelle tre paroline tra parentesi “(come le chiamano)”, poste dal papa in termini dubitativi/spregiativi, valgono da sole a spiegare il suo programma! L’unica eccezione sarebbe la tolleranza di queste religioni in quei paesi dove esse fossero già stabilite in precedenza, e tale tolleranza sarebbe ammessa come male minore. Il successore, san Pio X, protesta con l’enciclica “Vehementer nos”, 1906, nei confronti della Repubblica francese, che aveva revocato il concordato del 1905 e non riconosceva piú alcun culto ufficiale:

«…in virtú dell’autorità assoluta che Iddio Ci ha conferito, Noi…riproviamo e condanniamo la legge votata in Francia sulla separazione della Chiesa e dello Stato come profondamente ingiuriosa rispetto a Dio che essa rinnega ufficialmente, ponendo il principio che la Repubblica non riconosce nessun culto”.


Lo Stato deve inchinarsi di fronte a Dio e a Cristo, Re del Mondo, sostiene San Pio X, e non può lasciare che si propaghi liberamente l’errore. Ancora un papa, Pio XII, insegna nella allocuzione ai giuristi cattolici “Ci Riesce” (siamo già nel 1953):

Si deve chiaramente affermare che nessuna autorità umana, nessuno Stato, nessuna Comunità di Stati, di qualsivoglia carattere religioso, può dare un mandato positivo o una autorizzazione positiva di insegnare o di fare ciò che è contrario alla verità religiosa o al bene morale…Qualsiasi cosa non risponda alla verità ed alla legge morale non ha oggettivamente alcun diritto ad esistere, né alla propaganda, né all’azione.”

In conclusione, secondo la Gerarchia cattolica, fino al 1965, l’errore e le false religioni non possono essere oggetto di un diritto naturale (con “naturale” si intende presente in natura perché dato da Dio). Conseguentemente la Chiesa cattolica condanna la separazione tra Stato e Chiesa (non la distinzione di ambiti di intervento, i quali restano differenti). La dottrina cattolica sullo stato, dai Padri antichi fino a Pio XII compreso, afferma che Cristo ha costituito una sola religione, e quindi bisogna cercare di instaurare lo stato cattolico; siccome poi il culto cattolico è il solo pienamente gradito a Dio, nessun altro culto pubblico dovrebbe per principio essere tollerato. Quando invece le società garantiscono il diritto alla libertà di tutte le religioni, il risultato è l’indifferentismo religioso – la falsa credenza che una religione sia buona quanto un’altra – e la diffusione di veleni superstiziosi ed erronei per i fedeli, mentre bisogna sempre ricordare che “Abbracciare la fede è un atto di libertà”, Tommaso d’Aquino, “ma conservarla quando la si è abbracciata è una necessità” (Summa Theologiae II-II, 10, 8, ad 3).  Infatti

 “i teologi che hanno preparato la “Quanta cura” si rifanno a questo principio (di Tommaso ndr). Lo si è interpretato in tal modo che si è considerato un obbligo dello Stato, concepito come braccio secolare della Chiesa, preservare i fedeli, tramite la censura e il diritto penale, dalle influenze dannose alla fede e dall’apostasia……poiché la Francia è una nazione cristiana e i cittadini francesi sono dei cristiani battezzati, non può esservi una libertà civile generale di confessare una religione diversa dalla vera religione cattolica. Pio VI lo precisa: i non battezzati “non possono essere costretti a obbedire alla fede cattolica; gli altri invece ‘sunt cogendi’, devono esserlo….”
scrive nel suo saggio “L’ermeneutica della Riforma e la libertà di religione” il prof. Martin Rhonheimer, intelligente sostenitore di papa Benedetto, di cui chiarisce e approfondisce il pensiero.

Riconoscere la Chiesa Cattolica come unica strada per la salvezza, strada che esclude le altre fedi e ne vuole impedire l’esercizio, significa enunciare un principio tradizionale della dottrina della Chiesa, principio che riguarda anche il tipo di ecumenismo a cui essa mira e il ruolo dello Stato che auspica. Sintetizziamo, attraverso un semplice concetto, la tipologia di ecumenismo cattolico, realizzabile da una concezione totalitaria come quella prima enunciata: l’ecumenismo è stato, fino al Vaticano II, un dialogo-monologo con le altre fedi in funzione del riconoscimento della superiorità e verità del Cattolicesimo. La stessa concezione totalitarista richiede la subordinazione dello Stato e della cultura allo Spirituale, a Cristo, a Dio – rappresentati dalla Chiesa Cattolica – ed è rivolta appunto a promuovere uno Stato confessionale, subalterno ed acquiescente, in cui sia praticata una sola religione. Va ricordato che proprio la dichiarazione sulla libertà di cultofu una causa della scisma dimons. Marcel Lefebvre nel 1988.
 La contestazione lefevriana riguardò il rifiuto della “nuova Messa”, l’opposizione alla collegialità episcopale, all’ecumenismo, ma soprattutto alla libertà religiosa, la cui approvazione, per mons. Lefebvre e i cattolici tradizionalisti radicali,rappresentava il tradimento vero e proprio della storia della Chiesa e della dottrina. D’altronde mons. Lefebvre qualche motivo per contestare lo aveva: nell’enciclica “Quanta cura”, Pio IX avrebbe – secondo alcuni teologi – impegnato l’infallibilità pontificia. Nel merito si può consultare, nel documentato articolo, il capitolo VI, di Michel Martin, tradizionalista coi fiocchi.  In definitiva, come ha sempre insegnato nel passato la Chiesa, rimane lecita la libertà religiosa in foro interno (la sacrosanta libertà di coscienza) ma essa non implica affatto la libertà religiosa in foro esterno, vale a dire il diritto di praticare pubblicamente un qualsiasi culto, di insegnare un errore. La libertà di ognuno in questo campo è limitata dal diritto degli altri a essere “protetti contro le idee false, che possono essere tanto pericolose per le anime quanto la droga per i corpi”. E’ giusto negare una libertà agli altri perché il “diritto” della Verità deve essere messo al primo posto? Oppure, al contrario, bisogna invece sostenere che «La libertà religiosa… è talmente inviolabile da esigere che alla persona sia riconosciuta la libertà persino di cambiare religione, se la sua coscienza lo domanda» (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace per l’anno 1999)? Solo dopo il 1965 si può trovare un simile concetto espresso da un papa. Prima di allora i papi affermavano il contrario.

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