La Russia non può vincere

(La strategia di Macron, un anno dopo)

Un anno fa, per la precisione il 26 febbraio del 2024, si è tenuta a Parigi una Conferenza dei paesi occidentali che sostenevano l’Ucraina.
In quella occasione il presidente francese aveva svolto una dura critica all’azione fin lì messa in atto dall’occidente e in particolare dall’Europa. Nel sottolineare che “è in gioco la sicurezza di tutti”, ha affermato: “Non escludo nulla, perché siamo di fronte  a qualcuno che non esclude nulla. Senza dubbio siamo stati troppo titubanti nel formulare i limiti della nostra azione a qualcuno che non li ha più e che è l’aggressore. La nostra capacità è quella di essere credibili, di continuare ad aiutare, di dare all’Ucraina i mezzi per resistere. Ma la nostra credibilità dipende anche da una certa capacità di dissuasione”.

In interviste successive il leader francese aveva poi chiarito cosa intendesse dicendo che “non dobbiamo escludere nulla” e che “la nostra credibilità dipende anche da una certa capacità di dissuasione”. Intendeva dire che non dobbiamo escludere l’ipotesi di un invio di truppe occidentali in Ucraina e che L’Europa deve essere pronta alla guerra se vuole la pace, e deve far intendere questa sua determinazione a Putin.

Ma la posizione di Macron, un anno fa, non ha riscosso molti consensi, anzi, alle sue dichiarazioni ha fatto seguito un coro di no.

Molti ritenevano che quella posizione fosse esagerata o addirittura controproducente, foriera di pericolose contrapposizioni. Erano giorni in cui il nostro ministro degli esteri andava ripetendo che “noi appoggiamo l’Ucraina ma non siamo in guerra con la Russia”, mentre il presidente russo non faceva mistero nel presentare l’aggressione all’Ucraina come un atto di guerra contro l’Occidente, contro l’Europa e contro la democrazia.

Approfittando della scarsa risolutezza dei sostenitori dell’Ucraina, Putin dettava le sue condizioni per un cessate-il-fuoco e per i negoziati di pace: nessuna concessione e nessun compromesso. Ha ribadito la sua richiesta di “smilitarizzazione” e “denazificazione” di Kijev, che per garantire la sua neutralità avrebbe dovuto rinunciare all’adesione alla Alleanza Atlantica. L’annessione della Crimea avvenuta nel 2014 non era da mettere in discussione e in più Kijev si sarebbe dovuta ritirare da tutte e quattro le regioni che Mosca aveva unilateralmente annesso nel settembre 2022 (ma che in realtà non controllava completamente) . E in fine pretendeva che l’Occidente revocasse  le sanzioni alla Russia. (più o meno tutto quello che chiede ancora adesso)

Un senso di forte preoccupazione era presente nei discorsi dei leader europei, ma era altrettanto presente la convinzione che sarebbe stata ancora l’America a garantire la nostra sicurezza. Un’America, quella di Joe Biden, che sia pure con mille difficoltà (derivanti in primo luogo dall’ostruzionismo dei repubblicani, che controllavano uno dei due rami del parlamento)  sosteneva ancora l’Ucraina e dialogava con l’Europa.

Poi alla Casa Bianca è arrivato un inquilino amico di Putin che non ha perso tempo per far conoscere  le proprie intenzioni:  dopo  una ignobile e umiliante aggressione al leader ucraino nello Studio Ovale della Casa Bianca (sulla quale non ci soffermiamo, perché è stata trasmessa in mondovisione e riproposta innumerevoli volte da tutti i media del globo), Trump ha deciso di sospendere le forniture di armi all’Ucraina (persino la consegna di munizioni e mezzi militari già autorizzata dal Congresso e pianificata dall’amministrazione Biden, già caricate sulle navi e sugli aerei, per il valore di diversi miliardi di dollari) “fino a quando Zelensky non sarà disposto a trattare con Vladimir Putin“ (alle condizioni di Putin).

Ma (bontà dei proverbi antichi) non tutti i mali vengono per nuocere.

Due giorni dopo l’ignobile e umiliante aggressione al leader ucraino, il leader francese Macron e il leader britannico Starmer hanno promosso un vertice tra 16 Paesi europei ed extra europei (la cosiddetta “coalizione di volenterosi”) per il sostegno a Kyiv. Nell’incontro, che si è tenuto a Londra il 3 marzo scorso, prendendo atto che “siamo a un bivio della storia”, i due leader hanno  lanciato un piano con l’obiettivo di rafforzare il ruolo politico dell’Europa nella ricerca di una pace “giusta e duratura” che garantisca l’integrità ucraina, costruendo un sistema di sicurezza dissuasivo verso la Russia.

A ruota la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto un piano per il riarmo dell’Europa: “Si tratta di usare tutte le leve finanziarie a disposizione per il riarmo, l’Europa deve investire massicciamente e urgentemente per il breve e per il lungo termine”. Il piano consentirà di mobilitare fino a 800 miliardi di euro e prevede prestiti a disposizione dei 27 Paesi membri per 150 miliardi di euro.

Naturalmente (nel senso che c’era da aspettarselo) il piano dei volenterosi e il piano della von der Leyen  hanno ricevuto delle critiche, sia da parte di una rumorosa minoranza di improvvisati pacifisti (sovente nemici della società aperta che a volte trovano più conveniente parlare di pace che rendere manifesta la propria avversione per la democrazia) sia da parte di coloro (decisamente numerosi) che amano tenere un piede in due staffe (tra essi il governo di destra e l’opposizione di sinistra del nostro paese).

Comunque, pur con qualche difficoltà, il piano franco-britannico e il piano della von der  Leyen vanno avanti. Quest’ultimo è stato approvato a larga maggioranza dal Parlamento di Bruxelles, dando un segnale forte nella direzione di quella parte della strategia indicata un anno fa da Macron che finora era stata poco compresa e poco accolta: è importante costruire un sistema di difesa comune, ma ancora più importante nell’immediato è mostrare determinazione nei confronti di Mosca.
Il discorso avviato da Macron nel vertice di Parigi dello scorso anno ora ha interlocutori autorevoli, oltre il pregio di aver indicato in quale orizzonte dovrà muoversi l’Europa per contrastare le mire espansionistiche di Putin nonché il folle voltafaccia di Trump con la sua delirante politica autarchica.

Vale pertanto la pena richiamare uno dei passaggi più significativi di quel discorso, per la sua attualità: “la Russia non può vincere in Ucraina. Se la Russia vincesse in Ucraina, non avremmo più sicurezza in Europa. Chi può affermare che la Russia si fermerà qui? Quale sicurezza per gli altri paesi vicini, Moldavia, Romania, Polonia, Lituania e tanti altri? E dietro a ciò, quale credibilità per gli europei che avrebbero speso miliardi, che avrebbero detto che era in gioco la sopravvivenza del continente e che non si sarebbero dati i mezzi per fermare la Russia? Quindi sì, non dobbiamo escludere nulla perché il nostro obiettivo è che la Russia non possa mai vincere in Ucraina”.

Ora sono state avviate le trattative per una tregua (si parla di una durata di almeno 30 giorni). Gli incontri si svolgono in Arabia Saudita e sono gestiti dagli Usa. I negoziatori ucraini e russi non si parleranno direttamente ma tramite un rappresentante di Trump. Il presidente Zelensky arrivando a Gedda ha parlato del desiderio di pace degli ucraini e ha fatto capire che ora il suo principale obiettivo è riaffermare che per il suo popolo pace e resa non sono sinonimi. Il contrario della narrativa che ci viene quotidianamente propinata da molti mezzi di comunicazione secondo cui gli ucraini sono stanchi della guerra e del loro presidente e sono pronti a cedere alle richieste di Putin.

Una narrativa (sponsorizzata da Trump e da Putin) che è stata smentita di recente da un sondaggio condotto in Ucraina dal gruppo di ricerca di Antonio Noto per la trasmissione Porta a Porta: il 59% degli ucraini approva l’operato di Zelensky (se si facessero ora le elezioni vincerebbe), il 53% approva l’azione dell’Europa mentre solo il 9% approva quello che sta facendo Trump; il 60% ritiene che non si debbano fare concessioni a Putin e che tutti i territori occupati dalla Russia, compresa la Crimea, debbano essere restituiti all’Ucraina. Sono stanchi della guerra, certo, ma non vogliono smettere di lottare per l’indipendenza del loro paese.

È chiaro che con la situazione creatasi dopo il voltafaccia di Trump, Putin ha rafforzato la convinzione di essere il più forte (cosa che nella logica militare significa ritenere di poter resistere più a lungo dell’avversario ) e l’idea che una soluzione del conflitto non può che essere a suo esclusivo vantaggio.
Ma al di là della attuale contingenza la presunta superiorità russa poggia su ben pochi dati di fatto. L’esercito russo è impantanato da tre anni in una guerra che credeva di vincere in una settimana; la Russia non è ancora in grado di controllare completamente le quattro regioni dell’Ucraina delle quali ha pomposamente dichiarato l’annessione due anni fa; i lenti avanzamenti realizzati sono costati all’esercito (e al popolo) russo centinaia di migliaia di morti, tanto che Putin è stato costretto a ricorrere all’impiego di soldati della Corea del Nord.

Secondo il settimanale inglese Economist (che pubblica dati tratti da agenzie di intelligence e ricercatori indipendenti) la Russia sta perdendo più truppe del suo avversario. A dicembre un funzionario britannico ha affermato che le vittime russe (inclusi morti e feriti) erano sulla buona strada per raggiungere 1 milione entro sei mesi. Questi numeri suggeriscono che circa un uomo su 30 di età compresa tra 20 e 49 anni è stato ucciso o ferito negli ultimi tre anni. Un numero di morti più alto nel 2024 si accompagna a un cambiamento sorprendentemente limitato nel territorio. Secondo i nostri calcoli – dice l’Economist – la Russia ha conquistato solo lo 0,57% del territorio ucraino nel 2024. A quel ritmo, ci vorrebbero altri 141 anni perché i suoi soldati conquistino l’intero paese. L’Ucraina non sta ovviamente perdendo questa guerra.

Nonostante i  modesti risultati conseguiti, la percezione di Putin su come andrà a finire è approntata ad un grande ottimismo, cioè Putin ritiene che alla fine lui vincerà. Perché?
Naturalmente ci sono vari aspetti che andrebbero considerati, ma quello che sembra più determinante – come suggerisce l’analisi di Macron – riguarda le modalità con le quali in questi tre anni di guerra si è concretamente realizzato il sostegno (che pure c’è stato e in misura rilevante) da parte dell’Europa e degli Stati Uniti. Una azione di sostegno, dice Macron, “con molti limiti”, che hanno prodotto un basso livello di deterrenza.

Alcuni esempi di limitazioni che europei e americani si sono autoimposti nel sostenere l’impari sforzo dell’esercito ucraino di contenere l’avanzata di uno degli eserciti più grandi al mondo: nessun invio di truppe a sostegno diretto dell’esercito ucraino, nessuna creazione di no-fly zone negli  spazi aerei dell’Ucraina, scarsi rifornimenti di mezzi blindati e di aerei di ultima generazione per lungo tempo (soprattutto nelle prima fase della guerra), nessuna assegnazione di missili a lunga gittata (nell’ultima fase della guerra sono stati concessi missili a medio raggio, ma sotto condizione di non impiegarli per colpire obiettivi, non solo civili ma neanche militari, in territorio russo).
E questo mentre Putin (che, non va dimenticato, ha aggredito l’Ucraina contravvenendo a tutte le norme e trattati internazionali che la stessa Russia aveva sottoscritto) non si è mai fatto scrupolo di ricorrere a tutti gli strumenti di deterrenza a sua disposizione (persino paventando l’inevitabilità di una guerra tra Russia e Nato in caso di invio di truppe occidentali in Ucraina o, addirittura, minacciando il ricorso all’uso di armi atomiche).

Se l’analisi è corretta, sono i limiti dell’azione fin qui condotta dall’occidente a rafforzare in Putin la convinzione che vincerà. Dunque il punto è cambiare strategia. E il fatto che oggi con molta probabilità verrà meno il sostegno americano è una ragione in più per farlo.

Per porre realmente fine alla guerra, a condizioni accettabili (quindi non nel modo in cui sta cercando di fare Trump ovvero garantendo in partenza a Putin ciò che lui vuole) bisogna, come sostiene il prof Dan Altman su ForeignAffairs, cambiare le aspettative di Mosca su come andrà il suo sforzo bellico ovvero “minare l’ottimismo russo”, non con le parole ma coi fatti.

Per far comprendere a Putin che l’Europa è realmente impegnata a rimanere a fianco dell’Ucraina “per tutto il tempo necessario” bisogna investire maggiormente nella propria difesa. Investire “visibilmente e pubblicamente” nella produzione di armi per prepararsi a una guerra che potrebbe durare diversi anni. Significa – spiega il prof Altman – essere disposti a “pagare costi elevati”. Questo è il miglior modo per essere credibili.

Quando il presidente francese, un anno fa, sosteneva una tesi simile (non dobbiamo escludere nulla,  l’Europa deve essere pronta alla guerra se vuole la pace)  non ha avuto il sostegno degli altri leader europei. È stato un errore, e ne abbiamo spiegato l’origine.

Ma ora l’Europa sta acquisendo una maggiore consapevolezza dei rischi che corre sottovalutando le mire imperialistiche della Russia. E una maggiore consapevolezza delle proprie capacità e risorse. I piani che sono stati messi in campo ne sono una prova e non sono avventuristici.

Secondo l’opinione dell’autorevole rivista Politico (ripresa da Lorenzo Cremonesi su Corriere.it) “l’Europa ha le capacità finanziarie per prendere il posto degli Usa, in modo graduale”. Nell’articolo di Cremonesi si legge anche che “ i 27 Paesi dell’Unione europea rappresentano collettivamente una super-potenza in grado sulla carta di competere con Usa, Cina e Russia, che resta una potenza inferiore alle altre, compensata soltanto dalle armi nucleari … A tre anni dall’inizio dell’invasione russa, l’Ucraina, grazie agli aiuti internazionali e soprattutto della Ue, produce oggi il 33-34% del suo fabbisogno militare. Prima del 2022 era a meno del 10%. Lo scorso 15 gennaio lo stesso presidente Zelensky ha specificato che circa il 30% arriva dall’Europa e il rimanente 40% dagli Stati Uniti.
Alle condizioni attuali la stima più ripetuta resta che, se Trump bloccasse definitivamente le forniture militari le forze armate ucraine potrebbero continuare a combattere con la stessa intensità per altri sei mes
i”.

La domanda che molti si fanno (alcuni perché veramente preoccupati altri per antieuropeismo altri ancora per dare una mano a Putin) è: potremo farcela senza l’aiuto dell’America?
La risposta più ragionevole è quella contenuta in un articolo del filosofo  Bernard Henri-Levy su La Stampa del 2 marzo scorso: “L’Europa, in verità, non ha alternative. Unirsi oppure morire. Agire oppure subire, entro due, tre o cinque anni, un’altra aggressione russa ma, questa volta, in un Paese baltico, in Polonia, da qualche altra parte. E agire, in tale circostanza, può avere un significato solo. Sapere che, da tre anni a questa parte, abbiamo dato all’Ucraina più aerei, elicotteri, tank e altri cannoni Howitzer degli Stati Uniti.
Avere la volontà politica non soltanto di perseguire, ma anche di compiere un passo in più, creando da subito il famoso esercito europeo che da tre quarti di secolo resta una questione irrisolta che si riaffaccia di continuo, senza il quale resteremo ancora vassalli. Non la Nato, l’esercito europeo. Forse, non dell’Europa intera, ma di coloro che, in Europa, si rifiutano di inchinarsi di fronte a putiniani, islamisti e, un giorno, cinesi che vorranno sottometterci”.

Immagine in evidenza: Christophe Licoppe from Wikimedia Commons
Immagini nel testo, nell’ordine:
Unknown author from Wikimedia Commons
Public domain from Wikimedia Commons
Public domain from Wikimedia Commons

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.